profignaziomarino.com Rss https://www.profignaziomarino.com/ Prof. Ignazio Marino it-it Fri, 26 Jun 2020 08:54:14 +0000 Fri, 10 Oct 2014 00:00:00 +0000 http://blogs.law.harvard.edu/tech/rss Vida Feed 2.0 profmarinoignazio@gmail.com (Prof. Ignazio Marino) profmarinoignazio@gmail.com (Prof. Ignazio Marino) Archivio https://www.profignaziomarino.com/vida/foto/sfondo.jpg profignaziomarino.com Rss https://www.profignaziomarino.com/ La medicina narrativa, un nuovo orizzonte del rapporto medico-paziente https://www.profignaziomarino.com/mc/537/1/la-medicina-narrativa-un-nuovo-orizzonte-del-rapporto-medico-paziente

Come ho scritto sui miei social networks poco tempo fa, alla Thomas Jefferson University riteniamo imprescindibili le attività umanistiche all’interno del percorso formativo degli studenti in Medicina. Per questo attraverso Jefferson Humanities & Health proponiamo una serie di progetti durante il corso di laurea. Tra questi spicca un workshop di medicina narrativa virtuale volto a promuovere l’empatia, il team building e un approccio olistico ai percorsi di cura[1].

Il termine Narrative Medicine (NBM) si riferisce ad una metodologia clinico-assistenziale che poggia sulla capacità comunicativa, un aspetto della cura che ha sempre fatto parte della Medicina ma che oggi, a causa della tecnologia, si rischia di perdere. Tale metodologia, infatti, presuppone la narrazione come strumento essenziale all’acquisizione, alla comprensione e alla sincronizzazione di differenti punti di vista circa il manifestarsi di sintomi o l’approcciarsi alle rispettive cure, il tutto con l’obiettivo unico di realizzare una “storia di cura”, una costruzione condivisa del percorso che accompagnerà il paziente alla guarigione[2].

Il nucleo di questo metodo è dunque il processo narrativo, dove per narrazione, stando alla definizione di Barbara Herrnstein Smith, intendiamo semplicemente il “discorso in cui qualcuno dice a qualcun altro che qualcosa è accaduto”. Il racconto della malattia diventa in questo senso centrale: un concetto apparentemente semplice ma assai più rilevante della raccolta di dati impersonali nella cartella clinica[3].

Questa metodologia non prescinde da quella che viene definita Evidence-Based Medicine (EBM), ma viene utilizzata a livello complementare al fine di perseguire l’estrema completezza, personalizzazione ed efficacia delle decisioni clinico-assistenziali. Quello che si ricerca, quindi, è la “partecipazione attiva dei soggetti coinvolti nelle scelte. Le persone, attraverso le loro storie, diventano protagoniste del processo di cura”, come è stato affermato durante la Conferenza di consenso Linee di indirizzo per l’utilizzo della Medicina Narrativa in ambito clinico assistenziale per le malattie rare e cronico-degenerative, svoltasi dall’11 al 13 luglio del 2014 durante il Second International Congress Narrative Medicine And Rare Diseases[4].

Tutto questo è orientato verso l’unico obiettivo importante dal punto di vista clinico-assistenziale: comprendere il paziente, la sua malattia e facilitare la relazione umana tra la persona ammalata e il suo medico curante[5].

Riprendendo la definizione della direttora del programma di Medicina Narrativa alla Columbia University, Rita Charon, possiamo, in sintesi, utilizzare questa dizione: “riconoscere, assorbire, metabolizzare, interpretare ed essere sensibilizzati dalle storie della malattia: aiuta medici, infermieri, operatori sociali e terapisti a migliorare l'efficacia di cura attraverso lo sviluppo della capacità di attenzione, riflessione, rappresentazione e affiliazione con i pazienti e i colleghi”.

Ed è in gran parte grazie al lavoro di Rita Charon e di un’altra studiosa, Rachel Naomi Remen, che a partire dalla fine degli anni Novanta abbiamo una definizione scientifica di questa area della medicina. Le due esperte, infatti, sono state tra le prime a definire i contorni di questa tecnica e a utilizzarla per migliorare la cura del paziente. In un’epoca in cui medici e infermieri si affidano sempre di più all’aiuto di sofisticate attrezzature, le due ricercatrici si sono attivate per sollecitare l’adozione di un approccio d’insieme nei confronti del paziente con un maggiore coinvolgimento umano del medico nel percorso di cura. L’empatia che ne scaturisce, come dimostrarono, avrebbe favorito l’ottimizzazione della cura offrendo “all’operatore una metodica per la rilevazione del vissuto soggettivo di malattia”.

Studiando la sua genesi scopriamo che tale modello era stato precedentemente sviluppato presso la Harvard Medical School da Byron J. Good, che ne aveva previsto anche un approfondimento qualitativo basato sulla raccolta dei dati sentimentali del paziente stesso. Annotando, ad esempio, gli stati di tristezza, solitudine, dolore o sconforto, oppure registrando le reazioni che egli provava nei confronti del suo vissuto nell’ambiente di cura. Questo a conferma del fatto che la descrizione dei sintomi va oltre la valutazione della qualità delle cure ma si estende a tutta l’esperienza del paziente nel suo complesso.

Per un medico tendere l’orecchio al racconto del paziente e invogliarlo ad estenderlo anche alle vicende e al contesto in cui esso si pronuncia diventa una pratica fondamentale per ricostruire in modo critico una serie di particolari solitamente messi in secondo piano. Come afferma la stessa Società Italiana di Medicina Narrativa (SIMeN) solo in questo modo “il soggetto e la sua famiglia entrano a pieno titolo come protagonisti e co-autori del percorso di cura[6].

La malattia raccontata dal paziente è [quindi] illness e sickness, non solo disease[7].

In Italia l’ospedale Fatebenefratelli della Provincia Lombardo Veneta utilizza da tempo la NMB come un cardine organizzativo della pratica medica, arrivando addirittura a spiegare (sulla pagina web dell’ospedale) come attraverso questa metodologia “la persona condivide sentimenti, emozioni, paure e preoccupazioni con altri individui, ripercorrendo l’immaginario vissuto e condividendo una personale fase della sua vita”, e che tale approccio “allevia la sofferenza e permette alle persone malate di creare una connessione con altre persone che hanno vissuto la stessa esperienza o che vogliono co-partecipare e dare conforto al paziente”.

Lo scopo è quello di umanizzare l’assistenza e la cura integrale della persona[8].

Un’altra iniziativa degna di nota è stata intrapresa dalla stessa SIMeN, che durante l’emergenza sanitaria dovuta all’epidemia di COVID-19 ha lanciato il progetto R-Esistere, un portale aperto ai contributi di tutti coloro i quali hanno sentito il bisogno di raccontare l’esperienza vissuta sulla propria pelle. Uno spazio di ascolto rivolto ai pazienti, ai familiari e a tutti gli operatori sanitari che nell’arco di questi mesi hanno contrastato, quotidianamente, l’aggressività di un nuovo terribile virus.
In questi ultimi mesi ci è mancato l’ossigeno, a ognuno in maniera diversa: siamo testimoni involontari di un tempo sospeso, ci siamo sentiti lontani dal nostro passato, non abbiamo più visto il futuro” ha dichiarato la Presidente della società Stefania Polvani, aggiungendo poi come si sia sentito il bisogno di “confrontarci direttamente con le nostre emozioni ed è in questi momenti, tra paura e coraggio, eroismo e isolamento, che il progetto R-Esistere vuole provare a dar voce ai sentimenti contrastanti di disperazione e speranza che ci hanno accompagnato in questo momento di distanza sociale durante questa pandemia, e che continueremo probabilmente a vivere[9].

Il progetto è nato, dunque, per aiutare anche gli operatori sanitari, “offrendo percorsi inaspettati su mondi che sembravano irraggiungibili o lontanissimi”, per citare le parole di Ubaldo Sagripanti, psichiatra del Dipartimento di Salute Mentale dell’Ospedale San Claudio di Corridonia (MC)[10].

In conclusione, è fondamentale riportare all’interno della cura valori essenziali come il dialogo, l’ascolto e quell’empatia necessaria affinché la persona ammalata percepisca che chi lo sta curando non solo è competente ma rimarrà umanamente accanto sino a quando il pericolo non sarà passato. Questa è la vera essenza del mestiere del medico.

Ignazio Marino

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Fri, 26 Jun 2020 08:54:14 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/537/1/la-medicina-narrativa-un-nuovo-orizzonte-del-rapporto-medico-paziente info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
Trapianti d’organi: una fotografia della situazione italiana https://www.profignaziomarino.com/mc/536/1/trapianti-d-organi-una-fotografia-della-situazione-italiana

Con più di 9mila trapianti eseguiti dal 1990 a oggi, il Piemonte continua a confermarsi la Regione leader in Italia (per la quale la Città della Salute di Torino ne rappresenta il centro più attivo), anche se il 2019 con le sue 435 operazioni ha registrato un leggero calo nei confronti dell’anno precedente dove, invece, ne erano state praticate 468. Tra questi sono stati 232 quelli di rene, 148 di fegato, 25 di cuore, 23 di polmone e 6 di pancreas.

Allo stesso modo si registra un aumento qualitativo per ciò che concerne i risultati clinici dei trapianti combinati e di quelli da donatore vivente, fattori che hanno permesso un aumento dell’aspettativa di vita a cinque anni dagli interventi[1].

Il centro torinese lo scorso anno ha ospitato 8 trapianti combinati di rene e fegato, 4 di rene e pancreas, uno di fegato e pancreas, uno di cuore e polmoni e addirittura uno combinato di fegato, polmoni e pancreas[2]. In Piemonte si registra anche un’alta percentuale di donazioni (137 nel 2019), “il terzo miglior risultato degli ultimi 10 anni”, un traguardo dovuto soprattutto alla netta diminuzione di chi, tra i familiari della persona deceduta, si oppone alla donazione degli organi. Ma dobbiamo anche ricordare il fatto che in Piemonte ben 976 Comuni della Regione[3] offrono la possibilità ai residenti di esprimere la propria volontà in relazione alla donazione degli organi dopo la morte. Un tema che non deve essere sottovalutato e, personalmente, sono orgoglioso di aver introdotto questa possibilità all’Anagrafe di Roma dove oggi ogni cittadino può esprimere le proprie indicazioni al momento del rinnovo della carta di identità.

Questa maggiore disponibilità degli Italiani nei confronti delle donazioni si evince anche da un recente fatto di cronaca. Nell’ospedale San Marco di Catania è stato realizzato il primo prelievo multiorgano su un paziente di 75 anni deceduto nel reparto di rianimazione in seguito ad un sanguinamento intracranico. “Spero che il nostro gesto serva per sensibilizzare la gente a donare”, è stato il commento di uno dei figli del donatore, che ha visto destinare il fegato prelevato dai medici dell’Ismett di Palermo ad un paziente di una struttura in Lombardia, mentre le cornee sono state destinate alla banca degli organi di Catania[4]. Tutto questo si è reso possibile grazie al lavoro sinergico di diverse figure, prima su tutte il Dott. Alessandro Conti, referente per il San Marco del Coordinamento locale dei trapianti dell’Azienda Ospedaliera Universitaria di Catania, che si è occupato di parlare con i familiari e di coinvolgere la Direzione Medica di Presidio e tutti gli specialisti[5].

Un altro dato positivo ci viene dalla Sardegna, una Regione che ha registrato una crescita delle segnalazioni dei donatori addirittura del 30%, passando da 70 nel 2018 a 92 nello scorso anno, e attestandosi al quarto posto di questa importante classifica della generosità italiana. La Sardegna ha anche ottimi risultati per quanto riguarda l’attesa per un organo dei pazienti, con una media di 63 giorni per ciò che riguarda il trapianto di fegato (a fronte dei 150 giorni di media nazionale), 85 giorni per il cuore (360 di media in Italia), 240 per il rene (750, in questo caso, la media nazionale)[6].

Numeri che hanno spinto l’assessore alla Sanità Mario Nieddu, in occasione del report su donazioni e trapianti del 2019 enunciato alla fine di gennaio 2020 a Cagliari assieme al coordinatore del Centro regionale trapianti, Lorenzo D’Antonio, a dichiarare come “l’attività di donazione e trapianti ha registrato nel 2019 numeri positivi sul nostro territorio, con una considerevole inversione di tendenza rispetto all’anno precedente. Un aspetto che testimonia il grande potenziale di un ambito che in Sardegna esprime eccellenze e grandi professionalità”.

Ovviamente uno dei fattori più importanti è quello dell’informazione da parte delle Istituzioni che non deve essere occasionale o episodica.

Un impegno, questo, che Il Centro Regionale Trapianti della Sardegna ha assunto con particolare vigore: sono infatti stati realizzati diversi incontri che, a partire dalla facoltà di Scienze infermieristiche dell’Università di Cagliari, dall’Ordine delle Professioni infermieristiche di Cagliari e dal personale dell’Anagrafe dei Comuni della Sardegna, hanno coinvolto gli studenti delle scuole superiori e le Forze Armate, con l’obiettivo di divulgare la cultura della donazione mediante il progetto chiamato Una scelta in Comune[7].

Un’altra Regione particolarmente virtuosa sul tema si conferma essere il Friuli-Venezia Giulia, come ha dichiarato anche il vicepresidente con delega alla Salute Riccardo Riccardi in occasione della Giornata della Riconoscenza, organizzata a Udine dall’Ado Fvg e rivolta alle 272 famiglie provenienti da tutta la regione che nel 2018 hanno scelto di donare gli organi di un loro congiunto”. Durante l’incontro è stato dichiarato un incremento del 10% dei trapianti di organo. Dal 1999, anno in cui è nato il Centro di Coordinamento Regionale, si sono contati ben 2.381 trapianti e un’impennata dalle 700 alle attuali 1.700 donazioni annue. E se fa ovviamente piacere ascoltare da Riccardi che “il 97 per cento dei Comuni è abilitato a recepire la dichiarazione di volontà del donatore al momento del rinnovo della carta di identità, un'adesione che ha portato da 48mila a 103mila le persone disponibili a donare”, però, le parole che ho più apprezzato riguardano la sua esortazione ad una “cultura della gratitudine, che va recuperata assieme al tema estremamente attuale della riconoscenza”.

Non c'è valore più alto che questa società possa esprimere nella capacità di donare ad altri la vita nel momento in cui si sta perdendo quella di chi ci è più caro al mondo”, sono tutte parole che sottoscrivo[8].

Bisogna ribadire l’importanza di questa consapevolezza, che dovrà sicuramente passare attraverso la volontà delle istituzioni nell’organizzare frequenti campagne di informazione arrivando a coinvolgere un numero sempre più grande di cittadini e che non potrà esimersi da una revisione degli squilibri tuttora presenti sul territorio nazionale.

Come ha spiegato il Direttore del Centro Nazionale Trapianti, Massimo Cardillo, in un’intervista di qualche tempo fa all’Avvenire, infatti, “i tassi di donazione sono soddisfacenti in alcune regioni ma non in tutte: c'è ancora divario tra le regioni del Nord e quelle del Sud, che va colmato. Bisogna incardinare la donazione all'interno dei percorsi consolidati dell'ospedale: la segnalazione di un potenziale donatore non deve essere legata soltanto alla buona volontà dei professionisti ma seguire procedure consolidate e strutturate. Esistono figure di riferimento per la donazione, sia negli ospedali sia nei coordinamenti regionali, ma spesso queste strutture non sono messe in grado di operare con risorse adeguate". Uno strumento che potrà rivelarsi utile, dunque, sarà il Piano Nazionale per le Donazioni che mi auguro venga inserito il prima possibile all’interno del rinnovato Patto per la salute[9].

Ignazio Marino


[3] Vedi nota 1

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Mon, 8 Jun 2020 07:45:08 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/536/1/trapianti-d-organi-una-fotografia-della-situazione-italiana info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
Un’emergenza senza respiratori ma pronti in caso di guerra: le paradossali priorità dell’Italia https://www.profignaziomarino.com/mc/535/1/un-emergenza-senza-respiratori-ma-pronti-in-caso-di-guerra-le-paradossali-priorita-dell-italia

A causa della pandemia, che ci vede tutti coinvolti e uniti verso la comune ricerca di una soluzione, è cresciuta l’attenzione relativa agli investimenti sulla salute e sul Servizio Sanitario Nazionale.

È stata anche l’occasione di ribadire e sottolineare temi che alcuni, come me, cercano di sollevare da diversi anni: l’incredibile sproporzione tra ciò che lo Stato ritiene giusto spendere per la Difesa e per gli armamenti e quello che concede alla sanità. Tra l’altro, con una Costituzione che all’articolo 11 ripudia la guerra e all’articolo 32 stabilisce il diritto alle cure per tutti. Abbiamo il dovere di esaminare le priorità del Paese e delle persone, e dobbiamo avere la coerenza di fondare le nostre decisioni di bilancio sui principi della nostra Costituzione.

Personalmente provo sofferenza e disagio nel leggere gli ultimi dati registrati dalla Fondazione GIMBE Gruppo Italiano per la Medicina Basata sulle Evidenze – che da un lato rivelano per la spesa sanitaria di quest’anno una contrazione sul PIL dello 0,5% e dall’altro attestano come per quella militare la tendenza sia opposta, arrivata ormai ad occupare stabilmente l’1,40% del prodotto interno lordo nazionale. Anche l’Osservatorio Mil€x condivide gli stessi risultati[1], confermando come nel 2019 siano stati investiti in Difesa circa 25 miliardi di euro (che quest’anno sono diventati 26), comprendendo in essi sia gli importi per le missioni all’estero (1,3 miliardi annui) sia quelli per il procurement militare, ossia gli acquisti di armamenti, tra i quali vi sono 6 miliardi per le fregate FREMM e altre esigenze della marina militare, soldi per bombe e missili e 15 miliardi per l’acquisto degli F-35. Ma la lista non è finita: approfondendo l’analisi notiamo come a questa spesa si aggiungono anche 7 miliardi di euro sbloccati dalla Difesa e dal MISE per i mezzi blindati e per gli accordi siglati con Leonardo.

Tantissimi soldi, soprattutto se consideriamo che nello stesso periodo il settore sanitario assisteva a una riduzione di oltre 43.000 risorse umane con una riduzione dei finanziamenti per la salute di oltre 37 miliardi di euro in 10 anni. È sufficiente un dato del quale i telegiornali ogni giorno, negli ultimi due mesi, hanno sottolineato l’importanza: la carenza dei posti letto. A causa dei tagli alla sanità l’Italia è scesa molto al di sotto della media europea di posti letto ogni 1.000 abitanti (3,2 a fronte di una media europea di 5).

In tutto questo siamo incredibilmente sempre più legati ad accordi internazionali, come dimostra una recente dichiarazione del Presidente USA Donald Trump che imponeva ai Paesi membri della Nato di spendere ogni anno non meno del 2% del loro PIL in armamenti. Per l’Italia significa aumentare ulteriormente di circa 10 miliardi di euro l’anno le spese militari.

Per dare un’immagine chiara delle proporzioni dei due diversi investimenti, basti pensare che in questa inedita e storica situazione di emergenza sanitaria il Governo italiano si è sforzato di mettere in campo 25 miliardi di euro attraverso il decreto Cura Italia. Questa stessa cifra è il corrispettivo di ogni anno di Bilancio della Difesa[2].

Addentrandoci ancora di più nel documento dell’Osservatorio Mil€x, che basandosi sulla definizione di spesa militare fornita dall’istituto di ricerca SIPRI di Stoccolma, afferma che si registra un “fortissimo aumento di oltre 1,5 miliardi di euro pari ad oltre il 6% in più su base annua, sia per la crescita diretta del bilancio proprio del Ministero della Difesa sia per il mantenimento di alti livelli di spesa di natura militare anche su altri Dicasteri”. Approfondendo tale report, “continua ad essere in crescita la quota di investimento per nuovi sistemi d’arma proveniente dal Ministero per lo Sviluppo Economico (ormai arrivata a quasi tre miliardi) ma è soprattutto la decisa risalita degli investimenti per armi allocati sul bilancio della Difesa (circa 2,8 miliardi con un +40% rispetto al 2019) a portare i fondi a disposizione per acquisti di nuove armi ad un livello forse record di quasi 6 miliardi”[3].

Alla luce di tutte queste cifre è utile sottolineare quanto dichiarato dalle due associazioni sopracitate, che auspicano per l’Italia l’attuazione di una “conversione dal militare al civilein quanto per “nessun Governo nell’ultimo decennio la sanità ha mai rappresentato una priorità politica”. È estremamente frustrante, infatti, constatare come ogni volta che l’economia si trovi in una situazione di stagnazione “la sanità si trasforma inesorabilmente in un ‘bancomat’ mentre in caso di crescita economica i benefici per il SSN non sono proporzionali, rendendo di fatto impossibile il rilancio del finanziamento pubblico[4].

Fatti che disorientano. Con amarezza viene da scrivere che non avevamo, quando erano indispensabili, respiratori e posti letto per tutti gli ammalati, ma abbiamo sempre avuto in tutto questo frangente la certezza che grazie agli F-35 saremmo stati in grado di bombardare qualunque luogo nel raggio di 1.000 km dall’Italia.

Una riflessione per il Parlamento e per un Governo sostenuto da forze politiche che a parole aborrono la guerra e gli armamenti, come dimostrava la volontà dello stesso Beppe Grillo che sul suo blog, prima dell’ascesa del M5S a Palazzo Chigi, annunciava un imminente taglio di 10 miliardi alle spese militari[5], o come l’allora Ministro Trenta che addirittura dichiarava a nome di tutto il Movimento “non compreremo nuovi caccia e, alla luce dei contratti in essere già siglati dal precedente esecutivo, stiamo portando avanti un’attenta valutazione che tenga esclusivamente conto dell’interesse nazionale"[6], ma che poi nei fatti confermano e, se possibile, addirittura incrementano quello che a parere mio e di molti altri è nient’altro che una scelta sbagliata. E l’attuale Ministro della Difesa ha confermato l’impegno economico per gli F-35: affermando, anche durante la pandemia in atto, che sia un errore contrapporre gli investimenti della Difesa a quelli della Salute. Personalmente, sono convinto che se si potessero esprimere i cittadini italiani non condividerebbero questa visione e preferirebbero investire in strumenti per proteggere la salute piuttosto che in cacciabombardieri.

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Wed, 20 May 2020 10:06:24 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/535/1/un-emergenza-senza-respiratori-ma-pronti-in-caso-di-guerra-le-paradossali-priorita-dell-italia info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
Medicina generale e sanità territoriale, rimettiamole al centro del Sistema https://www.profignaziomarino.com/mc/534/1/medicina-generale-e-sanita-territoriale-rimettiamole-al-centro-del-sistema

In Italia vi è la necessità di ripensare il Servizio Sanitario Nazionale restituendo alla medicina territoriale il suo ruolo, che è quello di soggetto indispensabile volto alla cura delle malattie croniche, al coordinamento della salute delle persone e al primo soccorso medico.

Tutti abbiamo assistito, tristemente, alle grida di allarme pervenute in queste settimane di emergenza sanitaria da parte del personale medico di tutta Italia, che ha ripetutamente denunciato come i posti a disposizione per i ricoveri urgenti fossero già da tempo al collasso.

È per lo stesso motivo che molte delle proposte giunte da chi lavora nel campo medico su come gestire la situazione post-emergenziale si sono concentrate sull’esigenza di ridare centralità alla medicina generale e alla prima assistenza territoriale, condizioni che sicuramente contribuiscono a prevenire la nascita di nuovi focolai e la confusione dei pazienti.

Ovviamente in una situazione straordinaria come quella che stiamo vivendo schierare i medici generali nel contrasto al COVID-19 non può prescindere dall’adozione di tutte le precauzioni volte ad evitare che lo stesso professionista venga contagiato.

Purtroppo, non possiamo pensare che tutto si digitalizzi automaticamente. Immaginare in Italia una simile rivoluzione operativa nell’immediato non è realistico.

Nonostante quindi il dibattito politico si sia trasformato in uno scontro tra chi ritiene la medicina di prossimità inutile, come nel caso della Regione Lombardia, e chi, invece, la ritiene completamente digitalizzabile, non possiamo non considerare che il rapporto personale tra un paziente e il suo medico dovrà continuare ad esistere se vogliamo una medicina umana. È indispensabile fin da subito agire per programmare ogni possibile protezione idonea, analizzando la distribuzione della medicina di prossimità nel Paese[1].

Soltanto attraverso una valorizzazione attenta e capillare dei medici di base saremo in grado di intercettare tutte le necessità dei pazienti. Come ha recentemente affermato anche il viceministro alla Salute Pierpaolo Sileri: “la medicina territoriale va sicuramente potenziata. Non si può programmare una riapertura senza avere certezza dei servizi sanitari territoriali dei medici di medicina generale e dei medici competenti in sanità pubblica, e dell’utilizzo dei tamponi”. Per poi aggiungere come “nella fase 2 dovrebbero essere i medici di base a eseguire i tamponi: è necessario che il territorio risponda ma che gli vengano anche dati gli strumenti per farlo[2].

Ridurre il ruolo della medicina di prossimità significa ridurre drasticamente le possibilità diagnostiche e questo aumenta la pericolosità di una malattia, specialmente in una situazione di emergenza.

D’altronde sarebbe sufficiente affidarsi alle osservazioni di tutti quei professionisti che stanno curando gli ammalati di Coronavirus. Ho trovato infatti prezioso il contributo che hanno voluto dare 70 medici generali della Lombardia che hanno redatto un vero e proprio manifesto operativo volto alla gestione del COVID-19. Il loro documento sottolinea con chiarezza come soltanto mediante un alleggerimento dell’attuale sistema sanitario “ospedalecentrico” si possa efficacemente affrontare e superare una pandemia.

La soluzione per convivere e avviare una Fase 2 nella sanità è individuare ospedali di piccole medie dimensioni da adibire totalmente al servizio per i pazienti infettivi, con i diversi livelli assistenziali relativi e personale volontario e comandato che sia residente nella struttura, con percorsi e passaggi obbligati e con tutti i dispositivi di protezione personale per la sicurezza dei lavoratori” hanno affermato. Inoltre, si dovrebbe ampliare l’assistenza territoriale così da ridurre quel 24,7% dei contagi, registrato dall’Istituto Superiore di Sanità, avvenuti in ambito familiare a causa dell’aver delegato l’assistenza ai soli familiari[3].

I presupposti ci sono, e si possono già vedere realizzati in alcuni territori virtuosi che per primi, negli anni passati, hanno attuato una riorganizzazione sanitaria basata sulla prossimità.

Come ad esempio l’Usl Umbria 2, che negli anni passati ha istituito “le Usca, Unità Speciali di Continuità Assistenziale, oggi presenti in tutti i distretti sociosanitari di Terni, Foligno, Narni-Amelia, Spoleto, Orvieto e Valnerina, affiancandole al prezioso lavoro dei medici di medicina generale, ai servizi di prevenzione e alle attività di sorveglianza attiva e domiciliare”. Si tratta di “un’attività di monitoraggio capillare nei territori di 12 ore al giorno, sette giorni su sette, a cui hanno aderito molti professionisti neolaureati che con grande passione per il proprio lavoro e generosità sono parte attiva di questa difficile sfida”, come spiega il commissario straordinario dell’Azienda, attività, che sono indispensabili alla prevenzione e al contenimento del contagio[4].

La strategia migliore per intervenire sul contenimento della pandemia e quindi su una sua più lungimirante gestione, dunque, sembra essere la stessa che ha indicato anche un recente comunicato inviato dalla Fimmg (Federazione Italiana Medici di Famiglia) al Ministro Roberto Speranza. All’interno di questo documento, infatti, si può leggere come nel prossimo futuro bisognerà concentrarsi su “prossimità̀ e pro-attività̀ per modificare l’attuale paradigma assistenziale, troppo centrato su una prospettiva specialistica e ospedalo-centrica e rendendolo più sostenibile”. Nel documento si augura lo sviluppo di un “Piano Nazionale che sappia coordinare gli interventi in maniera efficace, evitando che iniziative eccessivamente localistiche e non coordinate possano compromettere i grandi sforzi e sacrifici che tutta la Comunità Nazionale ai vari livelli sta compiendo”, una vera e propria rivoluzione nella distribuzione e nel monitoraggio dei fondi destinati alle varie realtà nazionali[5].

Bisogna insistere sul rafforzare il rapporto tra medico e paziente, potenziandone di conseguenza il livello di cure e di assistenza fino a ristabilire quel ciclo di fiducia che è proprio della medicina generale e che ne rappresenta lo strumento più efficace.

Ignazio Marino

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Mon, 11 May 2020 07:28:54 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/534/1/medicina-generale-e-sanita-territoriale-rimettiamole-al-centro-del-sistema info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
L’emergenza CoVid-19 e l’impiego di forze fresche https://www.profignaziomarino.com/mc/533/1/l-emergenza-covid-19-e-l-impiego-di-forze-fresche

È di qualche giorno fa, in piena emergenza CoVid-19, la dichiarazione dell’assessore al Welfare della Regione Lombardia Giulio Gallera che consigliava agli over 65 anni di rimanere a casa in quanto individui più a rischio. Neanche un giorno dopo, lo stesso annunciava la volontà di richiamare in servizio medici e infermieri in pensione a causa della mancanza di personale sufficiente.

A tali parole si contrapponevano quelle di Carlo Palermo, segretario di Anaao Assomed, sindacato dei medici, che evidenziava come “sarebbe meglio assorbire forze fresche per il Sistema Sanitario Nazionale, già carente e stressato di per sè e ancor di più messo a dura prova dall’epidemia da Coronavirus”, per renderci conto di essere davanti a un enorme problema nazionale che la recente emergenza sanitaria ha solo riportato all’attenzione di tutti[1].

Io stesso ne avevo scritto tempo fa, su questo stesso blog, di come potessimo pensare “che l’utilizzo di camici bianchi militari o già pensionati possano risolvere una crisi che è sistemica”, ma la mia era stata solo una voce tra tante. Tante voci inascoltate da anni: istituzioni e governi non hanno fatto nulla per invertire la rotta[2].

A queste riflessioni ne andavano aggiunte due: il 10% degli individui risultati positivi al virus è proprio composto dal personale medico: medici, tecnici e infermieri che da quando è iniziata l’emergenza hanno esteso i loro turni per poter fronteggiare la maggior parte delle esigenze nazionali. Come commentare il fatto che quattromila laureandi lo scorso 28 febbraio avrebbero dovuto sostenere l’esame di Stato per l’abilitazione all’esercizio e, invece, sono rimasti in “panchina”. Chiedete a qualunque medico se l’esame di stato ha aggiunto qualcosa alla sua preparazione. Tutti vi risponderanno che non ha aggiunto nulla. Parliamo di quattromila giovani medici che, a tirocinio già terminato, si trovavano in attesa che il Ministero comunicasse loro una data possibile per effettuare il test a crocette per l’ingresso all’albo. Giovani come F.M. di 24 anni, neolaureato in medicina e chirurgia a ottobre scorso, che giudicava questa situazione (paradossalmente causata dallo stesso virus) offensiva e umiliante. “Siamo in tanti e saremmo pronti a dare una mano. Invece ci lasciano qui nel limbo e richiamano i pensionati. Poi si domandano perché i giovani se ne vanno all’estero”, come dichiarava in una recente intervista a L’Espresso.

Sarebbe così laborioso per il Parlamento votare in un giorno una legge di un singolo articolo che dica: “Al fine di fronteggiare l’emergenza sanitaria in atto a tutti i laureati è consentita l’iscrizione all’Albo senza dover sostenere l’esame di stato”? Questa la domanda che mi ponevo continuamente.

In una situazione come quella attuale tenere queste risorse bloccate rappresentava un’assurdità. “Tenerci fermi è un paradosso, io sono di Milano e tanti miei colleghi lombardi, veneti, emiliani, siamo medici e sappiamo di avere le competenze per poter dare un contributo importante in questa emergenza. Invece c’è solo la frustrazione di non poter far nulla”, continua lo stesso F.M. nella stessa intervista.

Una situazione che si faceva sempre più frustrante, per loro e per chi ha realmente bisogno del contributo che potrebbero immediatamente dare, aggravata oltretutto dalla quantità di medici e ricercatori che hanno già salutato questo Paese in cerca del meritato riconoscimento estero.

Come ad esempio la dottoressa in immunologia L. S. dell’Istituto Pasteur che, intervistata, ha confermato come sia “straziante assistere a questa emergenza e sapere che il nostro contributo, la nostra presenza sul campo, lì negli ospedali, avrebbe contribuito a combattere questo virus con più forza”. Ancora più interessante è ciò che aggiunge, denunciando come non si comprendano “le reali motivazioni di questo allontanamento, nonostante il fenomeno dell’espatrio dei neolaureati, scienziati e medici sia sotto gli occhi di tutti. C’è chi pensa di poterci richiamare con uno sgravio fiscale, ma non è una questione di soldi”.

Durante l’incontro Italiani all’estero: intelligenze senza confini sono stati diffusi dati davvero allarmanti. Ogni anno il 15% dei nuovi medici specialisti espatria, per un totale di oltre 10.000 risorse emigrate nell’ultimo decennio. Tra le mete preferite in grado di riconoscere il giusto merito e compenso a queste figure vi sono sicuramente la Svizzera e il Regno Unito. Parliamo di professionisti per ognuno dei quali l’Italia ha speso circa 500.000 Euro per formarli (dalle elementari alla specializzazione sono almeno ventiquattro anni di studio). E cosa fa l’Italia dopo aver investito così tanto in capitale umano? Crea le condizioni di impiego peggiori e li spinge a scegliere di lavorare in altri Paesi che non hanno investito un Euro nella loro formazione.

E qual è la situazione italiana nel frattempo? “Una voragine di 56mila medici che mancano all’appello” che si vuole colmare “puntando sui pensionati e richiamando specialisti da Paesi dove le condizioni di lavoro sono più arretrate delle nostre, come l’Est Europa o il Pakistan”.

È questo il giudizio severo rilasciato alla più prestigiosa rivista europea di medicina, The Lancet, dall’anestesista L.L.C.; un giudizio che condividevo in pieno. Il giovane laureato in medicina al San Raffaele di Milano, e poi specializzato in Anestesia e Rianimazione all’Università di Parma, lavora oggi alla Duke University del North Carolina e dichiara di riconoscersi nei principi del Servizio Sanitario Nazionale italiano ma che esso “è diventato anacronistico e va svecchiato, riformato[3]. Non parliamo della semplice (seppur fondamentale) questione salariale, ma di una più generale mancanza di valorizzazione del capitale umano, in termini di riconoscimenti e potere contrattuale.

Possiamo infatti essere orgogliosi ma non certo felici di fronte alle diverse fotografie, diventate ormai virali, che ritraggono il personale medico, dottori e infermieri, stremati nei reparti da turni interminabili per assistere il numero crescente di pazienti colpiti dal Coronavirus.

Ciao dall'inferno. Qui è veramente pesante e dura. Siamo allo stremo ma resistiamo. Vi chiedo un favore per noi e soprattutto per gli infermieri che sono oltre l'eroismo. Aiutateci stando a casa, non siamo quasi più in grado di assistere oltre” è stato uno dei messaggi pervenuti da un medico del Sacco di Milano. Lo stesso medico proseguiva spiegando come i bisognosi di soccorso aumenteranno “ancora ma noi siamo sempre gli stessi. Convincete amici e conoscenti a resistere 15-20 giorni rispettando le regole. Altrimenti sarà un bagno di sangue”.

Ed è stato lo stesso direttore del Sacco Emanuele Catena ad aggiungere che “gli infermieri hanno turni di otto ore, i medici di 12-14 ore, e dopo il turno escono stremati, perché passano gran parte tempo sotto le tute protettive, con un lavoro duro su pazienti molto complessi, pericolosi, delicati, che richiedono anche variazioni di postura per poter essere curati al meglio[4].

Insomma, una situazione che evidenziava come una gestione più lungimirante delle nostre risorse umane avrebbe potuto aiutare adesso e in futuro.

Fortunatamente sembra che questa esigenza sia definitivamente emersa anche per i vertici di Palazzo Chigi, dove con l’ultimo Decreto finalmente lo strumento dell’esame di Stato in medicina è stato abolito così da far diventare la laurea abilitante a tutti gli effetti.

Dopo le decise pressioni che il Ministero dell’Università e Ricerca ha esercitato sull’esecutivo, infatti, questa misura è stata definitivamente inserita all’interno dell’ultimo Decreto legislativo per fronteggiare l’emergenza da CoVid-19. Nero su bianco, quindi, si dice che “per gli studenti che alla data di entrata in vigore del presente decreto risultino già iscritti al predetto Corso di laurea magistrale, resta ferma la facoltà di concludere gli studi, secondo l’ordinamento didattico previgente, con il conseguimento del solo titolo accademico[5].

E così, dopo tanto tempo, pare che finalmente sia stato riscritto il percorso finale della formazione dei giovani medici e chirurghi che non dovranno più, al termine della sessione di laurea e del tirocinio valutativo di quattro settimane sostenere la formalità della parte teorica dell’Esame di Stato (il sopracitato test d’abilitazione). Una misura che era già in parte stata proposta dall’ex Ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli all’interno del Decreto Calabria che ora, visto il contesto, prende definitivamente piede.

Sembra una piccola modifica, ma non lo è. Prendiamo il caso dei circa 4 mila giovani laureati che attendevano questa seconda sessione del 2019, che era prevista per il 28 febbraio, e che di fatto hanno atteso 8 mesi senza, nel frattempo, poter esercitare. Grazie a questo Decreto, quindi, sono divenuti una preziosa risorsa per l’Italia.

Un deciso passo in avanti, tanto che d’ora in poi l’abilitazione verrà raggiunta soltanto con il titolo accademico e il superamento del tirocinio. Come si legge nella relazione illustrata, infatti, “la proposta è finalizzata a superare, a regime, il meccanismo dell’abilitazione all’esercizio professionale per i laureati in medicina e chirurgia attraverso l’esame di Stato[6].

Che altro dire? Sono contento che si sia raggiunto questo importante. Mi dispiace, ovviamente, che quella che sembrava a tutti gli effetti una decisione logica e di buon senso sia stata attuata soltanto in occasione di una delle più grandi emergenze nazionali e internazionali che abbiamo mai avuto il compito di affrontare. Questo non deve rappresentare un punto di arrivo ma soltanto un primo passo per far sì che le nostre risorse rimangano ad esercitare in Italia con il giusto riconoscimento, umano, economico e professionale.

Ignazio Marino

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Wed, 18 Mar 2020 14:39:57 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/533/1/l-emergenza-covid-19-e-l-impiego-di-forze-fresche info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
Epidemiologia e letteratura, un binomio che ci aiuta nei tempi del coronavirus https://www.profignaziomarino.com/mc/532/1/epidemiologia-e-letteratura-un-binomio-che-ci-aiuta-nei-tempi-del-coronavirus

La cronaca di questo ultimo periodo ci ha imposto l’obbligo di confrontarci con la ricerca delle giuste informazioni medico-sanitarie e con la gestione del corretto comportamento volto a prevenire e arginare un’epidemia. Tutte le linee guida ufficialmente riconosciute non sono frutto di improvvisazioni bensì di un attento lavoro da parte di professionisti che hanno studiato le caratteristiche del Coronavirus (2019-nCoV) per risalire alle origini del contagio e all’individuazione della specie animale da cui proviene il virus.

Questo lavoro volto ad affrontare in maniera corretta l’emergenza sanitaria ribadisce un concetto imprescindibile: la disciplina che analizza le malattie in rapporto alla loro diffusione, e cioè l’epidemiologia, è e deve rimanere centrale all’interno del programma medico di qualsiasi Paese.

È a partire dal XX secolo che l’epidemiologia ha assunto un ruolo fondamentale per la gestione della salute pubblica, assicurando metodologie sempre più accurate nel comprendere i fattori di rischio delle malattie e per organizzare le risposte da un punto di vista della prevenzione e delle misure di contenimento. La validità della ricerca, in questo caso, è data dalla capacità di coordinare le analisi epidemiologiche con il campo della statistica, della sociologia, della demografia e, ovviamente, della medicina, un’integrazione che permette di capire più in profondità i fattori di diffusione delle malattie. Azione, questa, che si pone come condizione imprescindibile per una corretta prevenzione.

Se risaliamo agli albori della disciplina medica, infatti, fu lo stesso Ippocrate (considerato il padre della medicina) a ipotizzare un collegamento tra una specifica malattia e il contesto ambientale in cui si diffondeva, dando vita a quella che prese il nome di teoria degli umori. Questa prevedeva la messa in equilibrio dei quattro umori che governavano il corpo umano (sangue, bile gialla, bile nera e flegma), e fu ampiamente utilizzata, integrandola di sotto-teorie come quella dei miasmi (gas di decomposizione degli organismi), nei secoli a venire anche da altre popolazioni quali ad esempio quella araba, che attinsero ampiamente dal sapere dell’antica Grecia.

La medicina ha poi compiuto un significativo passo avanti nel 1500 con Fracastoro a Verona, filosofo, astronomo, geografo, letterato e medico, che per primo ipotizzò l’esistenza di “piccole particelle” responsabili, a suo parere, di causare le malattie nel corpo umano. La sua importanza risiede nell’aver messo tutto per iscritto con la sua opera De contagione et contagiosis morbis (1546), che addirittura riportava come tali elementi si potessero trasmettere per via aerea e che dovessero essere inceneriti per debellarli.

Tali ipotesi furono ovviamente confermate dai progressi scientifici ottocenteschi, che portarono alla scoperta degli agenti patogeni quali virus e batteri, individuati come causa della diffusione delle malattie infettive.

L’epidemiologia, dunque, nasce addirittura prima che alcuni processi risultassero effettivamente visibili e misurabili, e si afferma come scienza a partire dallo studio che relazionò la Londra del 1800 con l’enorme diffusione di colera che la investì. Questa fu causata dall’assenza di una rete fognaria e dal conseguente ordine, dato al tempo, di svuotare i pozzi neri cittadini (presenti nei seminterrati delle diverse abitazioni e, ormai, saturi di ogni genere di rifiuto) nel Tamigi. Azione che comportò, ovviamente, la contaminazione delle riserve idriche e la conseguente diffusione di una malattia che nella stessa città, negli anni precedenti, aveva già portato alla morte di oltre 14mila individui. Una malattia causata “da diversi tipi di Vibrio cholerae, un batterio che si sviluppa in acqua e alimenti contaminati con feci umane”, e che è stato possibile studiare a partire dalla formulazione della teoria dei germi, che, a sua volta, ha con fatica sostituito quella precedentemente data per ovvia che riguardava i miasmi.

Il successo di questo passaggio scientifico si deve sicuramente ad un eccentrico medico di York, John Snow, che poco convinto della validità di un presupposto scientifico basato sull’aria “cattiva” studiò le epidemie di colera della capitale arrivando ad individuare nell’acqua contaminata il meccanismo di trasmissione della malattia. Fu lo studio che attuò sull’incidenza della malattia in relazione all’utilizzo urbano di pompe pubbliche e private a gettare le basi della nuova disciplina, l’epidemiologia, una scoperta che mise per iscritto nel 1849 “in un saggio sulle modalità di trasmissione del colera” antesignana dei grandi studi di Louis Pasteur che ebbero luogo più di dieci anni dopo. Cinque anni dopo, focalizzandosi sull’infezione che aveva colpito una particolare strada (Broadwick Street) di Soho, Snow prelevò un campione dell’acqua contaminata e la utilizzò per spiegare la diffusione della malattia, tanto da spingere l’amministrazione alla chiusura di quella pompa idrica.

Da questo secondo lavoro dell’epidemiologo si evince come sia strettamente correlata l’analisi medica con quella geografico-statistica, dal momento che al suo interno si può ritrovare addirittura un censimento delle diverse pompe d’acqua di Londra più o meno evidenziate in base alla presenza di focolai del batterio.

Nonostante il suo lavoro, arricchito anni dopo da Filippo Pacini che per primo identificò il vibrione del colera, e da Robert Koch che lo descrisse come agente patogeno, il paradigma medico in uso (e cioè la teoria dei miasmi) impiegò diversi decenni prima di lasciare il passo a queste nuove scoperte scientifiche.

Ma tutti coloro che oggi sono al lavoro nel mondo per difendere la popolazione dal Coronavirus raggiungeranno l’importante obiettivo di fermare l’epidemia grazie anche all’opera di John Snow, il primo ad individuare la giusta correlazione tra agenti patogeni e malattie infettive e ad aver collegato diverse conoscenze scientifiche al servizio della salute pubblica.

È per questo motivo che “a Soho, all’incrocio tra Broadwick e Lexington Street, la riproduzione di una pompa pubblica ricorda il lavoro di Snow e il suo contributo nell’arginare l’epidemia di colera nel quartiere a metà Ottocento”, lavoro che ogni anno viene ricordato dall’Associazione John Snow per rendere omaggio al padre dell’epidemiologia moderna[1].

Prof. Ignazio Marino

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Mon, 2 Mar 2020 18:52:36 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/532/1/epidemiologia-e-letteratura-un-binomio-che-ci-aiuta-nei-tempi-del-coronavirus info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
Accanimento terapeutico nei bambini senza speranza: Parlamento adesso faccia legge https://www.profignaziomarino.com/mc/531/1/accanimento-terapeutico-nei-bambini-senza-speranza-parlamento-adesso-faccia-legge

La mozione intitolata “Accanimento clinico o ostinazione irragionevole dei trattamenti sui bambini piccoli con limitate aspettative di vita” resa pubblica oggi dal Comitato Nazionale per la Bioetica è un documento importante che mi auguro attragga l’attenzione del Parlamento italiano. Infatti, la mozione per essere applicata in tutti gli ospedali pediatrici italiani richiede risorse economiche e alcune norme. Spesso il Parlamento italiano ha tentato di evitare o ritardare il più possibile la discussione di leggi che coinvolgono la visione etica della vita e della dignità della vita stessa. 

I medici di fronte alla sofferenza hanno il compito di utilizzare tutti gli strumenti per lenirla o eliminarla. Tuttavia, la scelta più difficile è quella di decidere di fermarsi. È quanto ripeto ogni giorno a me stesso e provo a trasmettere ai medici più giovani. E questo è ancora più complesso e drammatico nella situazione di un bambino che soffre e ha una limitata aspettativa di vita. Infatti, è davvero difficile individuare la soluzione più saggia e rispettosa della vita di un bimbo quando si confrontano la sofferenza del piccolo, l’esistenza di tecnologie in grado di prolungarne la vita e le naturali pressioni dei genitori.

La mozione del Comitato Nazionale per la Bioetica mi ha riportato alla mente la vicenda di un bambino americano, diventato famoso suo malgrado per la sua malattia e per la fama del padre. Hunter Kelly, il secondogenito del più famoso quarterback del football americano, nacque affetto dalla malattia di Krabbe, una leucodistrofia di cui una ricercatrice italiana che vive a Philadelphia, Paola Luzi, ha scoperto il gene e le mutazioni. I bambini colpiti da questa malattia hanno una vita breve, piena di terribili sofferenze, non crescono, non si esprimono, si spengono giorno dopo giorno a causa della degenerazione dei tessuti nervosi e muscolari e dall’impossibilità ad alimentarsi. I Kelly hanno lottato contro questa malattia creando e finanziando anche una fondazione, la Hunter’s hope, per scoprire una cura che potesse aiutare il loro bambino. Nonostante gli sforzi, Hunter Kelly è morto a sei anni. Una vita breve trascorsa praticamente sempre in ospedale, con la presenza costante di medici e infermieri. Dopo questa esperienza i Kelly hanno deciso di avere un altro figlio grazie alla fecondazione artificiale e, attraverso la selezione di un embrione, hanno avuto una bambina sanissima. 

Come non rimanere turbati da una vicenda del genere e provare solidarietà per i genitori che hanno utilizzato ogni possibile risorsa per mantenere in vita il loro bimbo?

Ma la dignità e la sofferenza del bimbo non dovrebbero essere più importanti del nostro amore? Io penso di sì ma non penso che sia semplice accettare che non c’è più nulla da fare e riconoscere che l’unico risultato di proseguire con le terapie è il prolungare l’agonia. 

La mozione, dicevo, è veramente importante perché tocca il tema dell’essenza stessa della vita e del suo significato. Per questo penso che occorra adesso un serio lavoro del Parlamento affinché una decisione così difficile non venga in futuro ancora affidata ai Magistrati. È necessario individuare un percorso che accompagni i genitori senza pretendere di insegnare loro cosa sia giusto o cosa sia sbagliato. Giungere insieme alla decisione più saggia nell’interesse del bambino sarà ogni volta difficilissimo ma, come medico, è l’unica strada che vorrei percorrere.

Ignazio Marino

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Sun, 9 Feb 2020 09:17:29 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/531/1/accanimento-terapeutico-nei-bambini-senza-speranza-parlamento-adesso-faccia-legge info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
Disposizioni Anticipate di Trattamento, finalmente la firma sul Decreto https://www.profignaziomarino.com/mc/530/1/disposizioni-anticipate-di-trattamento-finalmente-la-firma-sul-decreto

Poco tempo fa il Ministro della Salute Roberto Speranza ha posto la sua firma sul decreto che istituisce la Banca Dati nazionale delle Dat (Disposizioni Anticipate di Trattamento), rendendo applicativi in pieno gli strumenti previsti dalla legge sul testamento biologico. Purtroppo, la notizia non ha avuto il giusto riconoscimento e vorrei fare un passo indietro per spiegare in cosa consistono queste disposizioni.

Per Dat si intende il consenso che si firma nel pieno possesso delle proprie capacità mentali al fine di disporre o meno l’eventualità di un trattamento sanitario (anche la semplice idratazione o nutrizione artificiale). Tale disposizione vale nel caso in cui una persona non sia più in grado di esprimere la propria volontà ma vuole ugualmente la libertà di scelta su quali terapie accettare e quali rifiutare.

Attraverso queste Dat tutti gli individui maggiorenni possono esprimere “il consenso o il rifiuto di accertamenti diagnostici e trattamenti terapeutici”. La legge in questo caso consiglia di affidarsi alla consulenza di un medico al fine di avere tutte le informazioni necessarie per indicare la propria volontà.  Queste ultime, a loro volta, dovranno infine essere depositate presso l’ufficio dello Stato Civile del Comune o presso gli uffici della propria ASL.

Se prima, con il consenso informato, era possibile rifiutare ogni tipo di terapia, ora le Dat introducono per la prima volta da un punto di vista legale la possibilità di farlo in maniera preventiva secondo la propria visione della vita.

Ovviamente, la stessa legge prevede la possibilità di revocare o modificare le proprie Dat in qualsiasi momento attraverso il deposito di un nuovo documento in forma scritta o, in caso di impossibilità, mediante l’uso di una “videoregistrazione raccolta da un medico, in presenza di due testimoni[1].

Nel 2006, come presidente della Commissione Sanità del Senato della Repubblica, depositai il disegno di legge ma il clima parlamentare era ostile e trascorsero altri 12 anni, e tre legislature, prima che la legge venisse votata. In seguito, sono passati quasi due anni, e finalmente il Ministro della salute Roberto Speranza è riuscito ad apporre la sua firma sul decreto che dovrebbe adesso avviare la Banca Dati nazionale delle Dat.

Con questo atto la legge approvata dal Parlamento è pienamente operativa e ciascuno di noi ha una libertà di scelta in più”, sono state le prime parole del Ministro, per le quali si è complimentata anche la segretaria dell’Associazione Luca Coscioni Filomena Gallo che ha ricordato come questa firma rappresenti anche la volontà di più di 10mila persone che si erano già mosse in appello per la causa. “Le Dat depositate presso i Comuni o i notai saranno finalmente immediatamente consultabili dai medici in caso di bisogno, in qualsiasi struttura sanitaria del territorio nazionale”, ha aggiunto la stessa Gallo, che poi ha continuato esortando le Regioni e le aziende sanitarie a rispettare l’articolo 4 comma 8 della legge 219, che le obbliga a informare i cittadini circa la possibilità di redigere le Dat e su cosa comporti questa attività[2].

Un quadro preoccupante, però, ci viene fornito dalla stessa Associazione Coscioni che ci comunica come, esortati 106 Comuni con più di 60mila abitanti, soltanto 73 di questi abbiano risposto all’appello fornendo il numero preciso di Dat ricevute dal momento dell’emanazione della legge. La situazione? Un solo depositario ogni 355 abitanti.

C’è da dire, in ogni caso, che nello scorso anno ne sono state depositate 37.493, un incremento del 23% rispetto al 2018 che lascia intravedere una maggiore consapevolezza nel proteggere i propri diritti.

Stando all’analisi dei dati risulta come siano Trapani, L’Aquila e Roma i Comuni dove sono state presentate un numero minore di Dat, rispettivamente una ogni 1.300, 1.250 e 850 abitanti. Le realtà che hanno invece adottato questo strumento con maggiore consapevolezza risultano essere Pesaro, Matera e Varese, con una Dat depositata ogni 140, 150 e 155 abitanti.

Numeri ancora troppo bassi, che mi fanno condividere le parole del tesoriere della stessa Associazione Coscioni Marco Cappato per il quale la responsabilità è da imputare “alla politica nazionale, [rea dell’] assenza di una campagna informativa”, e a “quella locale per gli ostacoli che i Comuni frappongono ai cittadini”. Infatti, l’84% degli Italiani reputa insufficienti le informazioni in proprio possesso sulle Dat[3].

Secondo una recente ricerca promossa da Vidas, “associazione che offre assistenza sociosanitaria a persone con malattie irreversibili”, e realizzata da Focus Management sulla base di un campione di 1602 cittadini, le più sensibili all’utilizzo delle Dat risultano essere le donne, non credenti, di età compresa tra i 26 e i 40 anni. La stessa ricerca, presentata a Palazzo Marino, sede del Comune di Milano, in seguito alla firma del Ministro Speranza, indica che gli Italiani “sono anche mediamente favorevoli al testamento biologico: tra quanti conoscono la legge (72% degli intervistati) e non hanno sottoscritto le Dat si dichiarano convinti il 51,4%, contrari il 27,4% e indecisi o poco informati il 21,3%”.

Il quadro sociodemografico è assai chiaro: le Regioni più a conoscenza delle Disposizioni anticipate di trattamento risultano essere quelle nord-occidentali, i più favorevoli gli atei o agnostici, con un’età media di 30 anni e con un livello di istruzione medio-alto. I meno informati sono i cittadini credenti, e ultrasettantenni, che vivono al Sud. “Misurando il livello di favore a redigere il biotestamento con una scala da 1 a 7, dove 1 è “assolutamente contrario” e 7 è “assolutamente favorevole”, il valore medio nazionale è 4,5. Le tre regioni più favorevoli sono Basilicata (5,3), Piemonte (4,9) e Lombardia (4,7)[4].

Una situazione analoga a quella già registrata per altri temi nel settore dei diritti civili, e che, a mio parere, sconta una grave mancanza di attenzione e di informazione da parte di diversi Enti istituzionali che dovrebbero sentire il dovere di informare i cittadini sulla loro libertà di scelta sul bene più prezioso e personale: la propria vita e la propria salute.

Ignazio Marino

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Tue, 4 Feb 2020 16:34:07 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/530/1/disposizioni-anticipate-di-trattamento-finalmente-la-firma-sul-decreto info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
I trapianti danno nuova vita... ai nuovi trapianti! https://www.profignaziomarino.com/mc/529/1/i-trapianti-danno-nuova-vita-ai-nuovi-trapianti

Grazie al lavoro di networking, alla solidità della ricerca e al costante avanzamento tecnologico il Policlinico di S. Orsola a Bologna ha raggiunto lo scorso anno il suo record di trapianti, tagliando il traguardo dei 120 interventi (+23% rispetto al 2018) e superando di gran lunga il precedente primato che era di 109 operazioni eseguite (nel 2015).

Un dato interessantissimo, degno di ulteriori complimenti, riguarda la percentuale dei trapianti di rene eseguiti grazie alla generosità di donatori viventi, più del 20% del totale: un dato che supera di ben 5 punti la media nazionale ferma al 15%.

Questa soluzione rappresenta infatti la migliore possibile, in quanto permette ai pazienti di ricevere un organo in condizioni ottimali e senza la lunga attesa di un rene proveniente da una persona deceduta. Inoltre, un rene proveniente da un donatore vivente ha molte più probabilità di funzionare bene e molto a lungo.

I ringraziamenti per questo risultato si devono sicuramente anche al team del reparto di Nefrologia, che si è dimostrato capace di salvaguardare la salute del donatore (non si è registrato nessun caso di alterazione della funzione renale dopo la donazione di uno dei due reni) e hanno così incentivato altre coppie di donatori e riceventi a questo intervento.

Se paragonato sia al resto d’Europa che ai centri statunitensi il S. Orsola di Bologna si conferma come una delle eccellenze in questo settore, con il 98% degli organi trapiantati che mantengono una buona funzionalità ad un anno dall’intervento e il 95% a 5 anni di distanza.

La buona riuscita di un intervento dipende da numerosi fattori, per ognuno dei quali è necessaria grande esperienza. Tra questi è fondamentale l’impiego corretto dei farmaci immunosoppressori, che prevengono il rigetto dell’organo. Oggi il progresso farmacologico è tale da poter personalizzare le cure per ogni paziente attraverso un’attenta stima dello specifico grado di immunodepressione, riducendo in questo modo effetti collaterali e complicazioni.

Da quando è stato eseguito il primo trapianto renale nel mondo (tra due fratelli gemelli, a Boston, nel 1954) si sono fatti enormi passi avanti anche nel nostro Paese, che ha visto il suo primo intervento al Policlinico Umberto I di Roma eseguito nel 1966 da Paride Stefanini, seguito pochi giorni dopo proprio dal Policlinico S. Orsola di Bologna grazie alla leadership di Aldo Martelli e Alberto Reggiani. Da quel giorno, a Bologna sono stati eseguiti oltre 3000 trapianti fino a raggiungere il record di cui ho scritto sopra proprio nello scorso anno sotto la direzione del Prof. Gaetano La Manna[1].

Tra i numerosi trapianti eseguiti ne vorrei ricordare uno in particolare, che riguarda il chirurgo Matteo Ravaioli come artefice e un ortopedico dell’Istituto Rizzoli, Stefano Bandiera, come paziente. Si è riusciti, infatti, a trapiantare su quest’ultimo il rene del padre ottantenne, dopo che lo stesso era stato curato per una precedente epatite C.

Come ha spiegato lo stesso Matteo Ravaioli, infatti, ci troviamo di fronte a quello che finora è un unicum, “un caso inedito, il primo in Italia, e il ricevente non ha sviluppato l’infezione virale”. Ha giustamente sottolineato lo stesso chirurgo che stiamo parlando di “un’operazione impensabile fino a qualche anno fa e oggi resa possibile dai nuovi farmaci che curano l’epatite C e dal lavorare in un’equipe di professionisti”. L’obiettivo è quello di sperimentare “il trapianto di un rene malato per poi curare l’epatite C in chi lo riceve”, così come già avviene all’estero.

La curiosità è che poco tempo fa i due protagonisti dell’operazione si sono incontrati nuovamente in sala operatoria ove entrambi continuano a lavorare. Questo indica come un trapianto restituisce la pienezza di vita al paziente, in questo caso un chirurgo che è potuto tornare alla propria professione.

Concluderei con le parole del Prof. La Manna, direttore della Nefrologia Universitaria, che ha affermato come ci sia stato tra il quadriennio 2016-2019 e quello precedente un incremento del 42% dei trapianti di rene eseguiti grazie a un donatore vivente. Se questo non bastasse, “da quest’anno ci sarà il programma Dialisi Zero, che punta ad incrementare i trapianti aumentando i donatori[2].

Ignazio Marino

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Sat, 1 Feb 2020 10:20:58 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/529/1/i-trapianti-danno-nuova-vita-ai-nuovi-trapianti info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
Teniamoci stretti il diritto alla salute, una tutela individuale e collettiva https://www.profignaziomarino.com/mc/528/1/teniamoci-stretti-il-diritto-alla-salute-una-tutela-individuale-e-collettiva

Vorrei tornare nuovamente sul tema del diritto alla salute, e su quanto la sua salvaguardia sia uno dei tasselli fondamentali per impostare una società equa e attenta ai bisogni delle persone. Stando alla definizione del Ministero della Salute parliamo in realtà di una pluralità di diritti, quali quello all’integrità psicofisica, quello ad un ambiente salubre, così come l’accesso universale alle cure.

Il diritto alla salute si pone “a tutela oltre che della persona del destinatario, di un interesse pubblico della collettività.

Tale tutela, intesa quindi come diritto fondamentale delle persone e della collettività, è affermata nell’articolo 32 della Costituzione attraverso l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale. Questo Ente, istituito dalla legge 833 del 1978, “ha carattere universalistico e solidaristico, fornendo cioè l’assistenza sanitaria a tutti i cittadini e senza distinzioni di genere, residenza, età, reddito e lavoro”, e garantisce quindi l’adempimento del sopracitato articolo che ci spiega come “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti”.

Oggi, dopo una modifica della Costituzione, sono le Regioni a dover assicurare a tutti i cittadini prestazioni e servizi essenziali. I principi che muovono questo loro operare, in ogni caso, devono sempre essere il rispetto della dignità della persona, dei suoi bisogni di salute, l’equità, la miglior qualità del servizio possibile e l’appropriatezza delle cure[1] (“La legge, quindi, non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana[2]).

È proprio sul punto delle risorse che si concentrano le maggiori insidie per la tutela di tale fondamentale diritto. Da molti anni, infatti, la sanità pubblica soffre a causa della ristrettezza dei fondi a disposizione delle Regioni.

Tornando sul Servizio Sanitario Nazionale, parliamo di una istituzione che è, in realtà, formata “dal complesso delle funzioni, delle strutture, dei servizi e delle attività destinati alla promozione, al mantenimento ed al recupero della salute fisica e psichica di tutta la popolazione senza distinzione di condizioni individuali o sociali e secondo modalità che assicurino l’eguaglianza dei cittadini nei confronti del servizio”. Tutto verte su cinque principi fondamentali, e cioè sul fatto che la salute e la sua tutela siano temi di responsabilità pubblica, che l’accesso ai servizi sanitari debba essere equo ed universale, che sia necessaria una globalità di copertura in base alle necessità assistenziali di ciascuno, che il finanziamento dell’intero servizio debba essere pubblico e provenire dalla fiscalità generale, e che i diritti in tutto il territorio nazionale debbano essere “portabili” e basati sulla reciproca assistenza tra le Regioni.

Salta agli occhi fin da subito, quindi, come l’impostazione teorica di tale discorso sulla salute pubblica poggi su solidi principi che tutti noi dovremmo condividere e sottoscrivere.

Per amministrare in maniera più efficiente l’intera struttura, si è provveduto a suddividere il SSN in diversi enti: al centro vi è il Ministero della Salute attorno al quale ruotano, sotto il controllo delle Regioni, tutte le Aziende Sanitarie Locali (le cosiddette Asl) e gli ospedali. “Alla legislazione statale spetta la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale; la tutela della salute rientra invece nella competenza concorrente affidata alle Regioni, che possono legiferare in materia nel rispetto dei principi fondamentali posti dalla legislazione statale”.

Suddividendo tali responsabilità, quindi, ci si pone su livelli differenti di governo, dove a quello dello Stato (volto a fornire un forte sistema di garanzie mediante l’impiego dei Livelli Essenziali di AssistenzaLEA) si affianca quello delle Regioni che devono amministrare la spesa per raggiungere gli obiettivi sanitari del Paese. Sono tali Amministrazioni a dover regolare e organizzare i servizi e le prestazioni volte a tutelare la salute dei cittadini, mediante gli opportuni finanziamenti alle Asl e agli ospedali, che, a loro volta, gestiscono le specifiche necessità dei pazienti.

Per far fronte, purtroppo, ai numerosi tagli che hanno riguardato la spesa sanitaria negli ultimi anni (in particolar modo a partire dalla crisi economica iniziata nel 2008), il già valido sistema di assistenza sanitaria primaria è stato integrato nelle diverse Regioni con nuovi modelli di erogazione di servizi, quali ad esempio i poliambulatori territoriali e le strutture di assistenza intermedia (tra quella primaria e quella ospedaliera), riportando i servizi sanitari ad un livello di assistenza sociale. Bisogna però sottolineare come tali progetti non abbiano ancora ricevuto un’adeguata valutazione formale, e quindi rimangono ancora in fase sperimentale[3]. Personalmente, per averli studiati e osservati da anni credo che siano un modello straordinariamente efficace.

Dobbiamo essere orgogliosi del sopracitato articolo 32 della nostra Costituzione che indica come la salute sia un tema largo che include il benessere psico-fisico di un individuo. Non si limita, cioè, a prevenire e curare le malattie in senso stretto, ma allarga il suo raggio di azione verso un modello che includa, oltre alle prestazioni sanitarie, anche la vita in un ambiente salubre e il diritto alla libertà di cura (nei limiti delle imposizioni di legge).

Sono i diritti fondamentali della persona a dover essere tutelati sopra ogni cosa, primo su tutti quello alla salute, ed è qui che si annoda il dovere dello Stato di fornire assistenza gratuita ed accessibile agli indigenti, così come la compartecipazione economica mediante l’utilizzo di ticket nei confronti delle spese da sostenere. Allo stato d’essere, infatti, persistono ancora differenze sostanziali tra le varie Regioni e, soprattutto, in base alla classe economica di riferimento di chi richiede il servizio sanitario. Ad esempio, “il divario nella speranza di vita tra chi risiede nelle regioni del Sud o del Nord può raggiungere i tre anni a favore di queste ultime”, così come, all’interno della categoria maschile, chi ha un’istruzione maggiore vive in media 4,5 anni in più rispetto ai meno istruiti[4].

In virtù dell’articolo 81 della nostra stessa Carta costituente, però, che prevede che lo Stato si debba preoccupare dell’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, è quindi su una redistribuzione delle spese statali all’interno dell’annuale Legge di Bilancio che bisognerebbe intervenire per assicurare la piena risoluzione del diritto alla salute di tutti i cittadini[5]. Il tutto, ovviamente, tenendo in considerazione le previsioni comunitarie che vedono un continuo invecchiamento della popolazione e una moderata crescita economica, binomio che si tradurrà in una ulteriore pressione sulla spesa pubblica per la salute dei cittadini[6].

È necessario oggi, per eliminare le differenze sociali in tema di salute convincere Governo e Parlamento che il denaro utilizzato per la sanità non è un costo ma un investimento. Un investimento essenziale, come quello sulla scuola pubblica, per rimuovere odiose differenze sociali su alcuni diritti fondamentali.

Ignazio Marino


[3] OECD 2019, IL PROFILO DI SALUTE DELL’ITALIA: luci e criticità (e raccomandazioni) per il nostro Paese, sossanita.org/archives/8241

[4] Vedi nota 3

[6] Vedi nota 3

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Thu, 16 Jan 2020 17:24:40 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/528/1/teniamoci-stretti-il-diritto-alla-salute-una-tutela-individuale-e-collettiva info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
I rifiuti urbani e i pericoli per la salute https://www.profignaziomarino.com/mc/527/1/i-rifiuti-urbani-e-i-pericoli-per-la-salute

Questa mia riflessione si basa sul lavoro effettuato dall’Associazione Italiana di Epidemiologia (AIE) sulla nocività igienico-sanitaria legata alle modalità di trattamento dei rifiuti e sull’esigenza di proteggere la popolazione (anche attraverso indagini o piani di sorveglianza specifici)[1].

È indubbio quanto sia importante la riduzione della produzione di rifiuti attraverso sistemi diversi come: la razionalizzazione degli imballaggi, l’implementazione di un sistema di raccolta differenziata, il riciclo e il recupero dei materiali. Inoltre, è essenziale eliminare le discariche illegali, ammodernare gli impianti di incenerimento obsoleti e bandire ogni forma incontrollata di combustione.

Scientificamente, è necessario riconoscere che la concentrazione di sostanze tossiche nelle emissioni degli impianti di ultima generazione rende assai bassi i rischi per la salute pubblica. Tuttavia, personalmente sono convinto che la strada maestra da seguire per la protezione della salute e dell’ambiente sia quella della raccolta differenziata, seguita dal riutilizzo dei materiali (carta, plastica, vetro, ecc.) e dalla produzione di gas attraverso i processi di bio-digestione dei rifiuti organici[2].

È ovviamente dalle situazioni illegali che proviene il maggior rischio: gli studi condotti in Italia certificano come, a partire dal 2000, si riscontrano effettivi danni alla salute della popolazione che risiede nei pressi di aree di smaltimento illegali e non controllate. Gli studi epidemiologici sugli impianti non a norma ci spiegano come l’inquinamento provenga dalla diffusione di sostanze nocive non solo nell’aria, ma anche nelle acque, nei terreni e, in ultimo, nella catena alimentare. Tanto che, “per le discariche di rifiuti pericolosi, ci sono indizi di un piccolo aumento del rischio di malformazioni congenite, e di un aumento più consistente del rischio di basso peso alla nascita”, con l’incremento anche della prevalenza di tumori[3].

Con queste premesse risulta evidente come la situazione di Roma, spesso vittima di montagne di rifiuti “abbandonati in modo incontrollato” fuori dai cassonetti o addirittura stipati in luoghi improvvisati utilizzati come discariche, possa portare decisamente ad un "rischio per la salute legato alla proliferazione di parassiti e alla possibilità della diffusione di malattie infettive se c'è il contatto con le persone", come ha affermato il componente del Comitato scientifico Ambiente e salute dell’Unione Europea, nonché ex direttore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità a Roma, Roberto Bertollini, che ha poi aggiunto come “in queste condizioni di degrado prolifera la popolazione di roditori e di insetti che possono essere vettori di altre patologie”.

A voler fare chiarezza, comunque, quella che si trovano ad affrontare i cittadini della Capitale non è un’emergenza sanitaria bensì igienica, come specifica il direttore del Servizio igiene e sanità pubblica del dipartimento Prevenzione della Asl Roma 2 Fabrizio Magrelli, che aggiunge come “cassonetti stracolmi, spazzatura sparsa, vermi, topi, gabbiani, persino cinghiali [...] possono portare alla successiva insorgenza di alcune patologie, che però non abbiamo fortunatamente riscontrato: non c'è colera, o tifo, né altri disturbi a trasmissione oro-fecale”. È, infatti, necessario specificare come, nonostante i termini di emergenza sanitaria ed emergenza igienica spesso si sovrappongano, rappresentano due temi distinti: il primo riporta ad una certificata diffusione di malattie, l’altro alle condizioni che potrebbero determinare le patologie umane.

Un’altra situazione di grave rischio è rappresentata dagli incendi degli stessi rifiuti, a causa della dispersione di sostanze molto tossiche dovute alla combustione. Come conferma Alessandra Brandimarte del Servizio igiene e sanità pubblica della Asl Roma 1, infatti, c’è sia il rischio di autocombustione, data la natura indefinita dei materiali di scarto, sia quello di incendi dolosi dei cassonetti[4].

Di recente è intervenuto anche Antonio Magi, Presidente dell’Ordine dei medici di Roma che, dopo aver scritto una lettera alla sindaca Raggi, al Presidente della Regione Lazio Zingaretti e ai Ministri di riferimento, ha affermato come “l’Ordine, nel rispetto delle reciproche competenze, si mette a disposizione per qualunque necessità volta a salvaguardare la tutela della salute pubblica della cittadinanza romana e dell’immagine della Capitale di uno dei Paesi fondatori dell’Ue e membro del G20”. Tutto questo, è bene ricordarlo, non è allarme isolato o stagionale ma, anzi, un indizio chiaro che “se non si trovano soluzioni vere l’emergenza tornerà, [...] è un cane che si morde la coda”, come conclude lo stesso Presidente Magi[5].

Assieme a Pier Luigi Bartoletti, vicepresidente dell’Ordine, il Presidente Magi ha poi spiegato come il sistema di raccolta e di gestione dei rifiuti a Roma sia basato, in maniera estremamente precaria, su “un fragilissimo equilibrio” dovuto alla buona volontà delle Regioni più o meno limitrofe di accogliere, a carissimo prezzo, i rifiuti di Roma. Qualsiasi incrinatura di tale equilibrio, genera un pesantissimo “blackout nel ciclo di raccolta e smaltimento” [6]. È quindi evidente come tale sistema non sia affatto strategico né funzionale, ma debba essere ridisegnato secondo un’attenta strategia di lunga durata. Una strategia che, come avevo programmato nei progetti successivamente cancellati dal Commissario e dalla Sindaca, dovrà necessariamente passare dall’ammodernamento di quegli inceneritori che sono già proprietà di Acea nonché dall’investimento in nuovi impianti, definiti bio-digestori, così come votato ai tempi della mia Giunta (nel biennio 2014-2015)[7].

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Thu, 28 Nov 2019 17:59:03 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/527/1/i-rifiuti-urbani-e-i-pericoli-per-la-salute info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
I trapianti sui pazienti sieropositivi: da tabù a pratica consolidata https://www.profignaziomarino.com/mc/526/1/i-trapianti-sui-pazienti-sieropositivi-da-tabu-a-pratica-consolidata

Sono passati più di diciotto anni da quando ho eseguito in Italia il primo trapianto di rene su un paziente sieropositivo, nello specifico come direttore dell’Istituto mediterraneo dei trapianti di Palermo.

Al tempo eseguire trapianti sui pazienti affetti dal virus del HIV veniva erroneamente ritenuta una terapia sperimentale, ma avendo io già accumulato una notevole esperienza negli Stati Uniti mi feci carico di questa responsabilità certo dei suoi presupposti scientifici che ne attestavano la sicurezza per il paziente.

Fu un gesto che mi costò una lettera di censura dall’allora Ministro della Salute Girolamo Sirchia, perché ritenne che era “stata un'azione non corretta da parte di chi ha effettuato questo tipo di trapianto perché non ha chiesto e ottenuto le autorizzazioni che la legge impone e che sono necessarie perché la società sappia che non ci sono avventurismi o iniziative personali in questo campo, ma che le cose avvengono in maniera controllata”, per riprendere le parole dello stesso Ministro[1]. La lettera di censura mi fu consegnata da Alessandro Nanni Costa, al tempo direttore del Centro nazionale trapianti, che stigmatizzò modalità e opportunità di eseguire trapianti in soggetti Hiv positivi[2].“In Italia, come in tutto il mondo, ogni iniziativa sperimentale deve essere assoggettata alle autorizzazioni di legge, nessuno ha il diritto di prendere iniziative senza di queste, anche se sono iniziative corrette”, aveva poi aggiunto lo stesso Sirchia in occasione del Congresso della Società italiana dei trapianti d'organo (SITO) tenutosi a Genova il 28 e 29 settembre del 2001[3].

A questa considerazione avevo già risposto in quei giorni, affermando come “non [esistesse] alcun tipo di controindicazione clinica. Il paziente [era] stato inserito in un protocollo già collaudato negli Stati Uniti, a Pittsburgh e a San Francisco”. Non riuscivo a capire, quindi, “perché avremmo dovuto negare questa possibilità di cura. Per me era un malato che aveva bisogno di aiuto, come gli altri”. Avevo anche sottolineato come fosse evidente che la valutazione clinica dovesse essere rigorosa e accurata[4].

Gli individui affetti dal virus dell’Hiv, infatti, risultano maggiormente esposti al pericolo di malattia renale cronica, sia per la natura dell’infezione, sia per altre patologie spesso correlate quali l’epatite B e C, sia, infine, a causa dell’impatto sugli organi delle diverse terapie antiretrovirali[5].

L’operazione fu un successo: si trattava del trapianto di un rene donato da un padre verso un figlio, che ovviamente oltre alla terapia antirigetto continuò il trattamento antiretrovirale contro l’Hiv. Questo dopo 5 anni di dialisi a causa di un‘insufficienza renale, a seguito dei quali il ragazzo si rivolse quasi per caso a me, dopo essere stato rifiutato da tutti i centri trapianto Italiani ai quali si era rivolto. “Non credo sia eticamente ammissibile escludere un paziente perché sieropositivo” erano state le mie parole dopo l’intervento, parole che sottoscrivo ancora oggi.

Tra i pareri favorevoli dell’epoca mi piace ricordare le parole del componente del Comitato nazionale per la bioetica e ordinario all’Università di Messina Demetrio Neri che, esultante, sottolineava l’importanza etica di un intervento che non discriminava un paziente sieropositivo.  “E quando si parla di vita è questa l’ottica giusta. L’etica non ha risposte standard per tutti. Sarebbe solo ingegneria morale e non credo che l’aspettativa di vita possa essere un criterio di scelta equo” dichiarò lo stesso Neri in merito alla questione[6].

Soltanto ora, a distanza di anni, queste parole hanno assunto una nuova linfa a seguito di recenti studi che ne hanno confermato l’attendibilità. Si trattò del “segno di un effettivo passo in avanti dell’Italia in questo settore”, come affermai allora, e l’evoluzione scientifica conferma oggi come io fossi dalla parte della ragione e della scienza[7]. Oggi, oltre alla soddisfazione principale, quella di parlare ogni anno con quel ragazzo, ora uomo, a cui il trapianto di rene ha cambiato la vita, a volte ripenso all’amarezza delle durissime critiche ricevute dal Governo Italiano nella figura del Ministro della Salute. Ma invece di provare sentimenti negativi sorrido di gusto pensando al fatto che ogni anno il Ministro della Salute assegna una medaglia d’oro ai medici Italiani più meritevoli con una pomposa cerimonia: quanto è più importante per me la cartolina di auguri che ricevo a Natale dal paziente!

Di recente, inoltre, i ricercatori del National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID) hanno confermato come i tassi di sopravvivenza ai trapianti di reni si mantengono in una percentuale alta anche quando ricevente e donatore sono entrambi sieropositivi. Parliamo, quindi, di una preziosa risorsa anche per le persone che, affette da Hiv, sopravvivono con la malattia renale allo stadio terminale.

I risultati provengono da uno studio effettuato su 51 pazienti sieropositivi trapiantati e che hanno ricevuto un rene da donatori HIV+ deceduti in Sud Africa. Osservando i risultati, si è registrato dopo cinque anni un 83,3% di sopravvivenza con un 78,7% di buona funzionalità renale. Elmi Muller, a capo dello studio, ha dichiarato che attraverso l’impiego delle più avanzate tecniche di laboratorio disponibili si sia dimostrato come la superinfezione da Hiv (che può svilupparsi quando entrambi i soggetti, donatore e ricevente, presentano due ceppi diversi del virus) abbia diminuito il rischio di manifestarsi all’interno di questi pazienti. “Dati i risultati clinici positivi a lungo termine che abbiamo ottenuto nel nostro studio, riteniamo che i nostri dati sostengano fortemente l’uso esteso di questi trapianti salvavita” ha poi concluso.

Come riporta lo stesso studio, pubblicato sul New England Journal of Medicine, è soltanto a partire dal 2013 (12 anni dopo rispetto al trapianto che eseguii in Italia) che negli Stati Uniti le persone affette da Hiv hanno potuto accedere con regolarità a un trapianto di organo, e questo grazie alla legge HIV Organ Policy Equity (HOPE). Ciò che cambia grazie a questo studio, ora, è la percezione della popolazione circa il fatto che “gli organi di donatori con Hiv potrebbero costituire una nuova speranza per le persone che vivono sia con l'Hiv che con la malattia renale allo stadio terminale”, come dichiarato dal Direttore del NIAID Anthony S. Fauci. “Se questi risultati saranno confermati negli studi clinici avremo la possibilità di migliorare la salute di molte persone che vivono con l'HIV e aumentare la possibilità di trapianti[8].

Ignazio Marino

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Tue, 12 Nov 2019 17:01:56 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/526/1/i-trapianti-sui-pazienti-sieropositivi-da-tabu-a-pratica-consolidata info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
La scienza deve tornare al centro del dibattito politico https://www.profignaziomarino.com/mc/525/1/la-scienza-deve-tornare-al-centro-del-dibattito-politico

Quelli che stiamo vivendo sono purtroppo dei tempi in cui viene messa sempre più in discussione l’autorità scientifica di chi ha maturato le competenze e esperienze adatte a ragionare su dati oggettivi. Ed è un’enorme regressione culturale, dal momento che, nella storia, è chiaro da sempre come soltanto con il contributo della scienza si possono raggiungere nuovi traguardi.

Come riportava qualche mese fa l’incipit di un interessantissimo convegno svoltosi all’Università degli Studi di Milano dal titolo Essere cittadini tra scienza, sapere e decisione pubblica, infatti, “a essere sotto attacco, oggi, è il sapere scientifico, a causa di una crescente sfiducia verso il metodo delle prove basate sui fatti, verso le istituzioni e gli scienziati che le rappresentano e verso molti temi di studio della scienza. Il rapporto tra scienza e società influenza le modalità e i contenuti delle decisioni pubbliche trasformando profondamente le società in cui viviamo[1].

È proprio così e le amministrazioni internazionali dovrebbero ascoltare con attenzione i moniti che vengono lanciati dal mondo accademico e scientifico.

La scorsa estate ha purtroppo fornito ulteriori tragici esempi, con l’impressionante deforestazione dell’Amazzonia a causa di incendi, l’analoga situazione in Siberia e la battaglia ecologista che attraverso le parole dell’attivista Greta Thunberg si è fatta portavoce dei danni climatici legati alle azioni irresponsabili dei Governi.

Negli Stati Uniti, la cui amministrazione è attualmente responsabile di gravi ritardi nel riconoscere i danni climatici, esiste un ente istituito da Abraham Lincoln in piena guerra civile e rimasto indipendente sino ad oggi, l’Accademia delle Scienze. Il suo operato è indispensabile, in quanto divulga e pubblica un gran numero di rapporti in modo da diffondere le posizioni degli scienziati sulle problematiche più attuali e da sollecitare la classe dirigente a legiferare in modo più responsabile.

È soltanto attraverso la competenza che potremo rispondere a domande fondamentali quali, ad esempio, la soddisfazione del fabbisogno alimentare di una popolazione mondiale che si stima raggiungerà 11 miliardi di persone nel 2100. Oppure che riusciremo a rimediare all’aumento della desertificazione ambientale attuando le decisioni più appropriate.

Il distacco tra la popolazione e i principi scientifici è anche legato alla scarsa considerazione che molti leader politici mostrano bei confronti degli accademici. Ancora una volta mi affido alle parole del Professor Remuzzi per descrivere perché l’esperienza scientifica dovrebbe essere seguita: “Si sperimenta prima di tutto, poi si analizzano in modo critico tutti i dati a disposizione, si trova una spiegazione ad eventuali inconsistenze e la discussione è sempre aperta, senza pregiudizi, basata per quanto possibile sull’evidenza”.

Quello che fa la scienza è andare avanti “per processi fondati sul dubbio, sul mettere sempre in discussione quello che si sapeva prima, sull’infrangere dogmi, sempre disponibili a ricredersi e a ripartire da capo se altri scienziati portano prove che mettono in discussione le tue. È un continuo miglioramento per “gradi di approssimazione[2], l’esatto opposto, quindi, della deriva assolutista e negazionista che sembra invece prendere sempre più piede all’interno del dibattito pubblico. Negare la dialettica e rifiutare la critica sono due fenomeni che si pongono in netto contrasto con il pensiero scientifico, ed è questo uno dei fattori di maggior distacco tra la scienza e il sentire comune. A completare il cortocircuito ci pensa poi l’agenda politica. Un esempio su tutti? La propaganda contro i vaccini, che è stata persino abbracciata da alcuni partiti politici.

Ma basterebbe fare un passo indietro e prendere in considerazione le parole di Thomas H. Huxley, che definiva la scienza nient’altro che “senso comune opportunamente addestrato e organizzato”, o quelle di Albert Einstein che, invece, usava considerare la scienza “un affinamento del pensiero quotidiano” per realizzare che, in realtà, sia il raggiungimento di risultati scientifici che la costruzione di senso comune si basano sulla raccolta di informazioni per la risoluzione di un determinato problema. La differenza sostanziale tra i due modi di procedere, quindi, “risiede essenzialmente nel fatto che nel primo dei modi le procedure e le scelte adottate devono essere rese esplicite e sistematiche[3].

Il mio auspicio, quindi, è che il mondo scientifico sappia essere persistente nel contrastare chi vorrebbe negare la validità del metodo scientifico e voglia comunicare con persistenza i propri traguardi, oggettivi e dimostrabili attraverso dati certi, in modo che l’opinione pubblica riesca a comprendere come spesso la disinformazione faccia prendere decisioni antiscientifiche che danneggiano tutti noi.

Ignazio Marino

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Fri, 18 Oct 2019 11:02:36 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/525/1/la-scienza-deve-tornare-al-centro-del-dibattito-politico info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
L’Italia senza medici: un’emergenza che Governo e Parlamento non affrontano https://www.profignaziomarino.com/mc/524/1/l-italia-senza-medici-un-emergenza-che-governo-e-parlamento-non-affrontano

È ormai passato qualche mese da quando Concita De Gregorio ha pubblicato su Repubblica una lettera di una giovane mamma laureata in medicina che raccontava come la figlia “come altre sue colleghe e colleghi, [avesse] lavorato con serietà e costanza, laureandosi alla prima sessione del sesto anno”. La missiva, però, denunciava che “i test di ammissione ai corsi di Specializzazione si sono rivelati una prova ostica non per la preparazione scientifica, ma per l’aspetto psicologico”. Inoltre, “i posti a disposizione degli aspiranti sono all’incirca la metà. Significa che, secondo i politici e chi amministra la sanità sarebbero serviti solo la metà degli studenti ammessi in facoltà sei anni prima? O che solo la metà dei laureati italiani è meritevole di continuare il percorso di formazione obbligatoria per accedere al Servizio Sanitario Nazionale?".
Sono domande che fanno intendere come, a torto, sia quasi passata l’accezione per la quale la professione del medico possa in fondo essere ‘fungibile’, magari sostituibile dallo sviluppo tecnologico. Anche il Dott. Aldo Di Benedetto d’altronde, quando ha scritto l’articolo Il Medico del futuro: un robot in camice bianco, ha scritto nero su bianco come “si è diffusa una aspettativa e una credenza per la quale la tecnologia potrà guarire i malati e proporre attività di prevenzione; in un futuro, forse prossimo, sostituire l’attività del medico”.
Ma non possiamo non considerare quanto detto anche dal Dott. Giampaolo Collecchia, che spiegava come “i sistemi di Intelligenza Artificiale [debbano] essere considerati uno strumento, come il microscopio, il fonendoscopio, l’elettrocardiografo, sviluppati nel tempo per sopperire alla limitata capacità percettiva dei medici. I risultati migliori”, proseguiva lo stesso, “sono attesi quando l’Intelligenza Artificiale lavora di supporto al personale sanitario”.
Esiste inoltre il tema del trasferimento di competenze avanzate verso altre figure del personale sanitario.
È quanto già avviene sistematicamente altrove, come ad esempio negli Stati Uniti, dove “il futuro della primary care […] sarà dominato dagli infermieri con competenze particolari che li avvicinano molto ad un medico di medicina generale, i cosiddetti nurse practicioner (NP). Sono competenti, piacciono ai pazienti e costano il 30% circa in meno di un medico di famiglia[1]. A cosa porterà tutto questo se non ad una sistemica e graduale esclusione di medici-specialisti dall’offerta sanitaria?
Come spiega Carlo Palermo, segretario nazionale Anaao Assomed, “gli ospedali e in primo luogo i pronto soccorso sono in affanno in molte regioni”, e ad affrontare l’affluenza di pazienti, stando ad un’analisi del Conto annuale dello Stato, si calcola che vi siano addirittura 8.000 specialisti in meno in Italia, di quanti ne siano necessari. Con l’aggiunta del blocco delle assunzioni per sostituire i medici che vanno in pensione, poi, arriviamo ad una situazione di emergenza in molte regioni del Sud come il Molise, il Lazio, la Calabria, la Sicilia e la Campania. "In particolare”, sottolinea lo stesso Palermo, “dal 2009 in Molise si è registrato un 39% in meno di dotazione di personale. Ma ad essere in affanno sono anche altre regioni che, per vari motivi, partivano nel 2009 già da una dotazione di organico più bassa delle altre, come il Veneto e il Piemonte. In particolare, se guardiamo la dotazione di medici ospedalieri per 100.000 abitanti, il Veneto ne ha 30 in meno rispetto ad esempio all'Emilia Romagna. Dobbiamo ricordare poi che la riduzione della spesa per il personale è stata in questi anni il bancomat di molte aziende sanitarie, per ottenere un equilibrio di bilancio".
Pare quindi che tra la carenza a monte, “la gobba pensionistica a cui si somma Quota100” e la commercializzazione del mercato sanitario alle prese sempre più con concorrenze private e straniere capaci di garantire una migliore busta paga, “il trend [sia] quello di un’uscita dei professionisti dal Servizio Sanitario Nazionale[2].
In una recente intervista lo stesso Ministro della Salute Giulia Grillo ha confermato l’emergenza di un settore, quello sanitario, definito dalla stessa “asfittico anche nelle zone migliori”. Ammette che c’è bisogno di un serio investimento, anche se “ci vorranno anni, in ogni caso, per aggiustare i guasti”, per dotare i professionisti di stipendi più alti con l’obiettivo di “evitare le fughe” e di “incentivi a chi sceglie specialità trascurate come anestesia”.
Sembra ormai evidente a tutti, quindi, che “l’Italia è senza medici” e che “pensionamenti e ferie costringono gli ospedali da Nord a Sud a ridurre i ricoveri e gli interventi”. Non possiamo pensare che l’utilizzo di camici bianchi militari o già pensionati possano risolvere una crisi che è sistemica.

Ignazio Marino

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Mon, 30 Sep 2019 18:05:04 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/524/1/l-italia-senza-medici-un-emergenza-che-governo-e-parlamento-non-affrontano info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
La Città della Scienza di Roma: occasione passata o futura opportunità? https://www.profignaziomarino.com/mc/523/1/la-citta-della-scienza-di-roma-occasione-passata-o-futura-opportunita

Poco tempo fa mi giungeva la triste notizia della scomparsa di Fabrizio Saccomanni, ex Ministro delle Finanze del nostro Paese durante il mio mandato da Sindaco della Capitale ma, soprattutto, uomo di straordinaria professionalità dotato di rare qualità umane. Nel ricordare la figura di Fabrizio Saccomanni sui miei profili social ho voluto ricordare uno dei progetti per la città di Roma che aveva visto proprio in lui uno tra i più convinti e sinceri sostenitori: la Città della Scienza. Per realizzarla avevamo collaborato al fine di reperire 250 milioni di euro necessari alla sua realizzazione. Al tempo, infatti, l’assessore Giovanni Caudo e io gli sottoponemmo questo progetto per il recupero delle ex officine e magazzini militari di Via Guido Reni, oltre cinquantunomila metri quadri disabitati a poco più di un chilometro in linea d’aria dalla centralissima Piazza del Popolo[1].

La Città della Scienza di Roma, al tempo, vide l’incredibile partecipazione progettuale di ben 246 differenti candidature internazionali, volte alla rigenerazione dell’area delle ex caserme di via Guido Reni con il fine di sviluppare oltre 35mila m2 residenziali (di cui 6mila destinate alla social housing) e 10mila m2 con finalità ricettivo-commerciale. Il bando, alla fine, fu aggiudicato ad un gruppo di lavoro guidato dall’architetto, urbanista e docente dell’Università Iuav di Venezia Paola Viganò (membro del Comitato scientifico dell’Atelier International du Grand Paris, nonché prima donna non francese premiata con il Grand Prix de l’Urbanisme per la sua attività di progetto e di ricerca dal Ministero per l’Urbanistica Francese nel 2013). Il progetto è davvero straordinario e avrebbe dovuto rappresentare urbanisticamente l’obiettivo di generare una “nuova centralità urbana[2].

La strategia che muoveva la realizzazione di questo importantissimo progetto era quella di convertire un industriale in stato di totale abbandono e degrado in un elegante spazio urbano. Un esempio di nuova urbanizzazione fondato sull’ecosostenibilità: tutto il riscaldamento e il raffreddamento, sia degli ambienti che dell’acqua, si sarebbe basato, per la prima volta a Roma, sulla geotermia.

Inoltre, erano previsti lo sviluppo di un design sostenibile, il trasporto a basse emissioni di carbonio, l’impiego di energie rinnovabili, di tecnologie di automazione e di nuovi materiali di edilizia green. Riprendendo un articolo dell’epoca, infatti, si può leggere come la Città della Scienza fosse “ispirata alla Land Art”, l’architettura ecologica basata sul presupposto di adattare la forma alla funzione in una chiave prettamente ecosostenibile (“Le facciate sono coperte di piante commestibili libere e diventano come epidermidi, intelligenti, autorigeneranti e organiche. Tetti e balconi diventano nuovi terreni di una città verde. I frutteti e gli orti non sono più affiancati ai nuovi edifici, sono gli edifici di questo eco-masterplan!”).

Tra i principi fondamentali alla base di questa nuova visione urbanistica vi era sicuramente la correlazione con il contesto e la storia, predisponendo in fase progettuale il mantenimento degli edifici industriali convertiti in loft, così come l’impostazione del sistema di spazi pubblici che, nonostante la sua eterogeneità, avrebbe confermato la forte struttura unitaria capace di coniugare elementi di bellezza con un’altissima qualità della vita.

Un’altra caratteristica fondamentale era la sua multifunzionalità, laddove tutte le strutture, dai negozi al dettaglio agli atelier, dalle piccole gallerie d’arte ai bar e i ristoranti fino ai servizi, agli eventi e alle mostre erano pensate per non disturbare la privacy e l’intimità che devono caratterizzare gli spazi residenziali.

Infine, la dimensione più ecologica si manifestava attraverso un’alberatura progettata per coniugare bellezza e riduzione dell’impatto ambientale, nonché nella trasformazione di tutti i tetti e balconi in veri e propri frutteti comunitari e giardini alimentari e aromatici per progettare un piano generale fiorente e fertile. Ancora, il progetto prevedeva il recupero dell'acqua piovana per l'irrigazione di aree verdi pubbliche e private, la produzione di elettricità fotovoltaica, il controllo dei microclimi negli spazi pubblici (luce del giorno e ombra) e il riciclaggio dei rifiuti solidi urbani in loco mediante biomassa[3].

Dopo quattro anni da quando venni allontanato dal mio ruolo di Sindaco, con la nota vicenda del PD dal notaio, questa straordinaria opportunità urbana è via via sfumata, con la destinazione di una parte dei finanziamenti verso un ben più modesto Tram della Musica. Se ricordo bene gli aspetti finanziari, rimarranno almeno 240 milioni di Euro stanziati, disponibili da 5 anni, e non utilizzati: il modello di decrescita “infelice” prediletto da chi governa.

Come dichiarò nel 2017 il consigliere del M5S Pietro Calabrese, “dal sopralluogo effettuato, e considerando sia l'ipotesi di recupero dei capannoni, sia le numerose esigenze essenziali presenti anche in questo quadrante, [sembrava] eccessivo spendere i 43 milioni per demolire e costruire l'ennesima struttura museale, o comunque destinarli solo per l'intervento di recupero, quando in realtà ne [erano] sufficienti nemmeno la metà", e quindi “ferme restando le verifiche di fattibilità da parte degli assessorati, una parte invece [potevano] andare a co-finanziare l'infrastruttura per il Tram della Musica”, anche per intercettare i potenziali finanziamenti da parte sia del Ministero dei Trasporti che della Banca Europea per gli Investimenti[4].

Sono trascorsi altri due anni dalle dichiarazioni “programmatiche” dell’Onorevole Pietro Calabrese, cinque anni da quando con il Ministro Saccomanni individuammo i fondi, e cosa è accaduto? Basta fare un salto al II Municipio, oppure, per chi non è di Roma andarlo a vedere con google map, per rendersi conto di come sia tutto fermo e non si vedano né mostre né gru, né cantieri aperti. Solo abbandono e desolazione. Del progetto dello studio Viganò non è rimasto nulla, e siamo arrivati addirittura al punto in cui la Presidente del Municipio, Francesca Del Bello, assieme all’Assessore ai Lavori pubblici Gian Paolo Giovannelli, hanno scritto all’assessore all’Urbanistica di Roma per chiedere aggiornamenti e informazioni sul piano di recupero. “In particolare”, si può leggere nella richiesta, “sarebbe auspicabile dare concreta attuazione a quanto scaturito dal processo di partecipazione nonché avere notizie per quanto riguarda l’orientamento sulla Città della Scienza”, un polo museale ormai sparito dalle carte. E mentre l’Assessore di Roma Capitale Montuori rispondeva affermando come “il Comune ha da tempo concluso le attività che poteva svolgere”, dichiarando la piena disponibilità informava che “l’iter è fermo in attesa della consegna dei documenti …[5].

Purtroppo, però, di questa iniziativa si continua a non avere nessuna notizia e sembra che con il passare del tempo l’idea di realizzare un luogo aperto pubblicamente ai cittadini all’interno del quale poter mettere in relazione il mondo della ricerca scientifica con le attività di divulgazione culturale e trasmettere non solo la conoscenza ma anche la passione scientifica, in particolare alle ragazze e ai ragazzi e ai bimbi più piccoli[6], rimanga soltanto una speranza di chi una Capitale diversa la vorrebbe davvero.

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Mon, 23 Sep 2019 18:37:10 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/523/1/la-citta-della-scienza-di-roma-occasione-passata-o-futura-opportunita info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
Vincent Lambert, la morte riapre il dibattito sul fine vita https://www.profignaziomarino.com/mc/522/1/vincent-lambert-la-morte-riapre-il-dibattito-sul-fine-vita

Lo scorso 11 luglio mi è giunta la notizia della morte di Vincent Lambert, un paziente 43enne rimasto tetraplegico e in stato vegetativo dopo un terribile incidente stradale avvenuto ormai più di 11 anni fa, e diventato per questo motivo il protagonista inconsapevole del ritorno del dibattito pubblico, in Francia e nel mondo, circa il grande tema del fine vita.

Dal 2 luglio, infatti, il capo del reparto di cure palliative dell’Ospedale universitario di Reims Vincent Sanchez aveva inviato una mail ai familiari annunciando la “cessazione dei trattamenti e la sedazione profonda e continua”, rispettando dunque l’esito della Corte di Cassazione che aveva annullato la decisione dello scorso maggio della Corte d’appello di Parigi volta a riprendere l’idratazione e l’alimentazione di Lambert, in una condizione che legalmente viene definita ostinazione irragionevole. Un’azione che ha subito causato la reazione del procuratore di Reims Matthieu Bourrette che ha infatti chiesto l’apertura di un’indagine sulla causa del decesso disponendo un’autopsia e affidando le indagini alla sezione regionale della polizia giudiziaria.
Il caso ha coinvolto i Tribunali da diversi anni (ben 34 ricorsi dal 2013) ricoprendo le cronache nazionali con il dibattito tra Rachel, la moglie del paziente che riteneva si dovesse interrompere l’assistenza forzata del marito affermando che egli non l’avrebbe mai accettata, e i genitori di Lambert, ferventi cattolici e contrari ad ogni interruzione delle terapie che potessero sostenere la vita di una persona in stato vegetativo.
La moglie dell'uomo […] così come sei dei suoi fratelli e sorelle nonchè il nipote Francois, hanno protestato per anni contro quella che definivano una inesorabilità terapeutica chiedendo che gli venisse concesso il diritto di morire”, ma questo non ha impedito a più di 300 persone di radunarsi lo scorso 10 luglio davanti alla Chiesa di Saint-Sulpice a Parigi per pregare per la sua vita, esortati dalla Pontificia Accademia per la Vita e dal suo Presidente Mons. Vincenzo Paglia che, alla fine, hanno riportato via Twitter come “la morte di Vincent Lambert e la sua storia [fossero] una sconfitta per la nostra umanità[1] (Mons. Paglia è lo stesso prelato che, nel 2015, in una conversazione telefonica con un attore, che Mons. Paglia credette essere il Presidente del Consiglio Matteo Renzi, affermò di avere ascoltato dei dialoghi privati in cui Papa Francesco avrebbe pronunciato parole discreditanti su di me. Il Vaticano affermò che tale indiscrezione non corrispondeva alla realtà).
Come mi è già capitato di scrivere nel testo Credere e Conoscere redatto a quattro mani assieme al Cardinal Martini, però, il mio dubbio, condiviso da molti, è che impiegando in maniera esagerata e sproporzionata l’innovazione tecnologica e l’evoluzione delle terapie mediche oggi in nostro possesso non si arrivi a nessun esito se non quello di prolungare l’agonia di una persona. “Non si tratta di cercare una cura, anche residuale, ma solo di rimandare la fine della vita, comunque inevitabile” scrivevo allora, e sottoscrivo anche in questo momento[2]. Il mio è un pensiero semplice: se una persona indica che desidera ricevere tutte le terapie che esistono oggi e anche quelle che esisteranno domani deve avere la certezza che questa sua indicazione venga rispettata. D’altra parte se un’altra persona scrive che in caso, ad esempio, di stato vegetativo vorrebbe la sospensione di ogni trattamento e spegnersi naturalmente, anche questa persona deve aver la certezza del rispetto della propria volontà.
Come non abbracciare quindi le parole della co-presidente dell’Associazione Luca Coscioni Mina Welby all’AdnKronos, che ha esortato tutti quanti a riflettere su “quanto sia utile ed importante avere un documento scritto, un testamento biologico o delle disposizioni anticipate di trattamento, dove un cittadino può scrivere come essere curato, scegliere di non essere curato o esprimere la volontà di rimanere in stato vegetativo[3].
E’ semplicemente coscienzioso ammettere che in alcune situazioni di inevitabile e definitivo regresso fisico “si può in coscienza rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita”, per riprendere le frasi pronunciate da Giovanni Paolo II nel suo Evangelium Vitae. Lo stesso Pontefice, poi, chiudeva affermando come l’obbligo di farsi curare dovesse obbligatoriamente misurarsi con le situazioni concrete, “valutare cioè se i mezzi terapeutici a disposizioni siano oggettivamente proporzionati rispetto alle prospettive di miglioramento. La rinuncia a mezzi straordinari o sproporzionati non equivale al suicidio o all’eutanasia; esprime piuttosto l’accettazione della condizione umana di fronte alla morte[4].
Una soluzione, come ho già più volte affermato, la si trova nel testamento biologico, che delega al diretto interessato la scelta su quali cure e terapie affrontare riconoscendo allo stesso tempo il diritto di richiedere ai medici uno stop al loro sostegno farmacologico o tecnologico. Questi ultimi, a loro volta, verrebbero tutelati legalmente e protetti da potenziali accuse di omicidio del consenziente o di favoreggiamento al suicidio[5].
"Le persone lo devono lasciare scritto”, ha dichiarato in conclusione dell’intervista sul caso Lambert Mina Welby, “in questo modo non succederanno più queste diatribe con la giustizia e le discussioni tra parenti. Tutto questo protegge la persona e la famiglia, è la cosa giusta da fare. È questo ciò che possiamo imparare dalla vicenda”[6].

Ignazio Marino

[2] C. M. Martini, I. R. Marino, Credere e Conoscere, Einaudi editore, 2012

[3] Vedi nota 1

[4] Evangelium Vitae, 25 marzo 1995, in C. M. Martini, I. R. Marino, Credere e Conoscere, Einaudi editore, 2012

[5] Vedi nota 2

[6] Vedi nota 1

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Mon, 16 Sep 2019 19:21:42 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/522/1/vincent-lambert-la-morte-riapre-il-dibattito-sul-fine-vita info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
La ricerca in Italia: obbligatorio fare di più per il futuro del nostro Paese https://www.profignaziomarino.com/mc/521/1/la-ricerca-in-italia-obbligatorio-fare-di-piu-per-il-futuro-del-nostro-paese

Questo articolo parte dalla riflessione intorno allo stato attuale della ricerca nel nostro Paese, che mi duole vedere tra gli ultimi posti della specifica classifica redatta dall’Anvur (Agenzia Nazionale di Valutazione) sugli Stati che dedicano più fondi in percentuale sul prodotto interno lordo. L’Italia si trova infatti al 27° posto dei Paesi dell’OCSE, ancora lontanissima dalla stima del 3% prefigurata dagli obiettivi europei del 2020 e ad anni luce dalle medie di Israele (4,3%), Corea del Sud (4,2%) e Svizzera (3,4%), i tre Paesi che invece occupano il podio di questa particolare classifica.

Ad aumentare la preoccupazione nei confronti di questi dati subentra la statistica riguardante il numero di ricercatori per mille occupati che vede il Paese scivolare addirittura al 34° posto, e quello sulla parità di genere e i docenti universitari under 40 che ci spingono addirittura in coda alla lista dei Paesi dell’OCSE.

Tra i principali rischi di questa situazione, oltre alla mancanza di attrattività per i fondi destinati alla ricerca, c’è anche il cedere il passo nell’innovazione, ruolo che al momento ci vede 19° in tutti i 28 Paesi dell’Unione Europea. Inoltre ricopriamo soltanto l’11° posto tra quelli che hanno presentato più richieste di brevetti, dal momento che, come si legge nel rapporto del centro di ricerca Observa Science in Society a firma del presidente Giuseppe Pellegrini, “brevettiamo poco perché richiede uno sforzo industriale, economico e tecnologico impegnativo per noi, il Paese delle piccole e medie imprese[1].

Per quanto riguarda i brevetti si registra un picco sull’ingegneria informatica, che da sola come settore raccoglie il 42% di tutte le domande, e un eccellente rating delle innovazioni di stampo non tecnologico (quali progettazione o modelli ornamentali), per le quali l’Italia è seconda soltanto alla Germania. In generale si conferma un’alta specializzazione per i settori inerenti la conoscenza o tutto ciò che riguarda il Made in Italy, ma di fatto purtroppo ci si allontana dalla ricerca scientifica e tecnologica[2].

Non si tratta quindi di una pecca esclusivamente statale, ma se rimaniamo impantanati al misero 1,3% del Pil investito in ricerca la responsabilità è anche delle imprese. Come continua lo stesso Pellegrini, infatti, in questo caso si tratta di “investimenti rischiosi perché a lungo termine e dai risultati imprevedibili. E da noi gli imprenditori rischiano meno che all’estero”. Oltretutto “c’è la tendenza a dare soldi a pioggia, ma disperdere energie è sbagliato, meglio investire sulle eccellenze. Stesso discorso per le università: 90 in un Paese di 60 milioni di abitanti, troppe perché siano tutte competitive[3].

Entrando nello specifico è utile analizzare il Libro bianco sulla ricerca stilato dal Gruppo 2003 e pubblicato dall’agenzia Zadig lo scorso marzo a Roma all’Accademia dei Lincei: è sconfortante qui leggere come in dieci anni la spesa pubblica per la ricerca abbia subito un taglio addirittura del 21%, al quale per il periodo dal 2008 al 2014 si è affiancato quello del 14% delle università statali. Il tutto, ahimè, per un importo di circa 2 miliardi di euro.

Come ha già sapientemente riportato il Prof. Giuseppe Remuzzi, infatti, in Gran Bretagna è stato osservato come ogni pound finanziato pubblicamente per la ricerca fa tornare indietro addirittura 30 pence all’anno di guadagno, e tutto questo senza limiti. Lo stesso investimento è stato fatto in Germania per quanto riguarda la ricerca biomedica, forse per replicare quanto osservato negli Stati Uniti dove per il progetto sul genoma umano, ad un investimento di 3,8 miliardi di dollari è corrisposto, dopo 13 anni, un rientro economico di ben 800 miliardi (contribuendo alla creazione di ben 3,8 milioni di posti di lavoro)[4].

Occorre una strategia complessiva che passi dal nuovo Piano Nazionale della Ricerca”, ha quindi esortato Giuseppe Valditara, il capo del Dipartimento per la Formazione superiore e la Ricerca presso il ministero per l'Istruzione, l'Università e la Ricerca, confermando quando già precedentemente analizzato dal rapporto del Gruppo 2003 che additavano al calo delle iscrizioni, dovute dal connubio tra la crisi del 2008 e il taglio dei fondi pubblici (-20,4% se andiamo a vedere i bienni 2003-2004 e 20014-2015), la brusca frenata in produzione scientifica. “All’estero c'è più attenzione e la partecipazione dei ricercatori è incentivata. Per questo, in 10 anni c'è stata un'emigrazione di circa 11mila giovani studiosi. Una fuga di competenze che impoverisce l'Italia”, si legge dallo stesso report, spiegandoci quindi che anche la conformazione imprenditoriale del nostro Paese, costituito in gran parte da PMI, non giova al reperimento di fondi per la ricerca e l’innovazione[5].

Siamo ancora lontani dai Paesi nostri concorrenti diretti, come Francia e Germania”, rivela Daniele Archibugi, curatore assieme a Fabrizio Tuzi della Relazione sulla ricerca e l’innovazione in Italia, redatta dal Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) per Governo e Parlamento, aggiungendo come debba destare seria preoccupazione lo stop alla crescita del personale di ricerca e il crollo vertiginoso dei dottori, “che sono la vera semina per il futuro [6].

In tutto ciò è importante lodare e concentrarsi su quelle iniziative che tentano un’inversione di rotta e non cedono al disfattismo di chi pensa che questa situazione sia irrisolvibile, ed è per questo che mi è saltata agli occhi la notizia della nascita del Distretto dell’economia della scienza per una smart city sostenibile, nella periferia a sud-est di Roma in prossimità dei Castelli capitolini, “una rete di centri di ricerca per una città intelligente che utilizzi la scienza come volano per il progresso sociale ed economico dei territori periferici disagiati”.

Ad annunciarlo ha provveduto direttamente Lorenzo Fioramonti, il viceministro per l’Istruzione, Università e Ricerca (Miur), che ad inizio di luglio ha presentato il progetto alla presenza dell’assessore allo sviluppo economico della Regione Lazio Gian Paolo Manzella e dei maggiori rappresentanti degli enti di ricerca della zona. Come ha spiegato Fioramonti, si tratta di un progetto di lungo corso che ha come obiettivo quello di “portare ricadute sul territorio, soprattutto su tre fronti: trasferimento tecnologico, turismo scientifico e indotto legato all’attività scientifica”, facendosi carico della promozione di interventi quali l’implementazione di infrastrutture digitali, sviluppi di mobilità sostenibile e strategie di promozione del turismo congressuale.

L’intento sembra chiaro ed estremamente condivisibile, e riguarda il riportare in auge quel fervore scientifico e specialistico che ci ha contraddistinto per molti decenni della storia del nostro Paese, il tutto favorendo dinamiche territoriali che si spera volgano all’accrescimento valoriale di aree e individui.

È paradossale, infatti che un territorio come quello che racchiude il VI Municipio e parte del VII, dove si concentra la maggioranza degli enti pubblici di ricerca d’Italia, oltre a poli di eccellenza come l’Agenzia Spaziale Italiana (Asi) e il campus di Tor Vergata, il più grande d'Europa, conviva col più alto tasso di dispersione scolastica e il minore numero di laureati della provincia di Roma. Oltre a una serie di indicatori socioeconomici che individuano il territorio come ad alto rischio di degrado”, ha dichiarato infatti Fioramonti, concludendo con l’augurio che questo progetto possa essere preso come modello e replicato, quindi, in altre zone del Paese[7].

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Mon, 5 Aug 2019 16:59:19 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/521/1/la-ricerca-in-italia-obbligatorio-fare-di-piu-per-il-futuro-del-nostro-paese info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
Il Servizio Sanitario paga il dualismo pubblico-privato https://www.profignaziomarino.com/mc/520/1/il-servizio-sanitario-paga-il-dualismo-pubblico-privato

È ormai da molti anni che il Servizio Sanitario Nazionale ha previsto, per gli ospedali sia pubblici che privati, una riorganizzazione sotto forma di aziende sanitarie per le quali il bilancio rappresenta il principale perno attorno al quale far ruotare i fondi pubblici che attualmente ammontano al 7,3% del Pil nazionale[1].

Il privato ha cominciato a ritagliarsi una parte sempre più rilevante dell’assistenza sanitaria ai cittadini, fino al punto in cui, oggi, viene finanziato per quasi l’80% con fondi pubblici. Tutto ciò avviene perché molte aziende sanitarie private sono accreditate per ricevere il rimborso delle prestazioni mediche erogate attraverso i fondi delle Regioni. Ma, come spiega il Professor Giuseppe Remuzzi, “al contrario del pubblico, il soggetto privato in sanità ha come finalità principale il fatturato, il rendimento e il profitto aziendale”, e quindi si pone in netto contrasto con il concetto stesso di sanità pubblica che, invece, “eroga un Servizio Sanitario, indirizzato e coordinato dalla Regione, mediante programmi e controlli” volti ad somministrare prestazioni “nell’interesse esclusivo dei pazienti ancor prima che al mantenimento e allo sviluppo dell’azienda”.

Risulta quindi ovvio il fatto che al privato dovrebbe spettare una funzione integrativa e non alternativa rispetto al settore pubblico, visto che proprio per la sua natura non “può essere vincolato ad assicurare l’esercizio di un pubblico servizio di carattere essenziale con la necessaria continuità, universalità e obbligatorietà[2].

È scontato dire che la responsabilità di tutto questo si deve allo Stato, che dovrebbe garantire un serio controllo circa l’appropriatezza di strutture e processi al fine di evitare gestioni che in alcuni casi, per fortuna isolati, si sono tradotti addirittura in prestazioni inutili o dannose per i pazienti. Questo per non ripetere casi come la Clinica Santa Rita o i casi Maugeri e San Raffaele, per quanto riguarda i privati accreditati, così come, ad esempio, la cronaca riguardante Stamina che ha investito il settore pubblico a Brescia.

Da una parte, quindi, non posso che trovarmi d’accordo con il Dott. Domenico De Felice quando, davanti alla trasmissione Presa Diretta che denunciava una struttura privata accreditata che impiegava soltanto il 2% degli 8 milioni incassati dai fondi pubblici per assistere pazienti in pessime condizioni igieniche, proponeva fin dal 2003 un rigido sistema statale di controlli. Non solo per gli aspetti finanziari ma soprattutto per i pazienti: questi ultimi, infatti, otterrebbero molto probabilmente un Servizio Sanitario in grado di assicurare cure e tempi migliori.

Bisogna comunque sottolineare che, per i cittadini, la cosa più importante risulta il poter scegliere a quale tipo di struttura affidarsi, sia essa pubblica o privata. Secondo la ricerca del Censis in collaborazione con Aiop per l’85% delle persone questa è la prima preoccupazione, con motivazioni che vanno dalla fiducia nei confronti del personale medico (50%) alla difesa della libertà di scelta come valore fondamentale della sanità (35%). Risulta molto bassa, in questo caso, la percentuale di chi vorrebbe soltanto una gestione pubblica del Servizio Sanitario (9%) che si traduce, per il solo 6%, in prestazioni sempre e comunque migliori.

Ma è un dato di fatto che nel periodo tra il 2008 al 2016 si è assistito ad un taglio sempre più netto degli investimenti pubblici in sanità, portando in questo lasso di tempo il tasso di ospedalizzazione da un valore di 192,8 ai 140,9 per 1.000 abitanti, con una riduzione del 25,6% dei ricoveri e, nello specifico periodo 2011-2015 al 10% di giornate di degenza in meno. Le misure dei vari Governi hanno portato, in questo modo a una riduzione dei posti letto sino a  2,7 ogni 1.000 abitanti, media lontana da quella degli altri Paesi europei che, invece, si assesta sui 4 posti letto per 1.000 abitanti. Confrontando i dati del pubblico con quelli dei privati, è evidente come per i secondi si prospetti una situazione migliore: le strutture private assorbono infatti il 13,6% della spesa pubblica ospedaliera e arrivano ad erogare il 28,3% delle prestazioni[3].

Come spesso accade, però, mi trovo d’accordo con le perplessità espresse dal Prof. Remuzzi nel suo sopracitato La salute (non) è in vendita quando afferma che “l’80% dei pazienti che accedono ad una struttura privata lo fa grazie al Servizio Sanitario Nazionale”, avendo garantito quindi “una fonte di introito [che] non ha nulla a che vedere con l’imprenditorialità privata che si potrebbe invece esprimere benissimo in altri modi”.

E pensare che è la stessa politica ad essere la prima causa di questo connubio, laddove secondo le recenti stime del Censis soltanto il 3% dei consiglieri regionali italiani risulta favorevole alla messa a bando per legge della sanità privata accreditata al Servizio Sanitario Nazionale. La maggioranza (il 63% del campione intervistato), invece, si dichiara d’accordo con il ruolo del privato accreditato, mentre il restante 34% preferirebbe dirottare le risorse verso la sanità pubblica. Nel complesso, ad essere favorevole alla attuale devolution sanitaria sono il 62% dei consiglieri regionali italiani.

Ovviamente anche in questo caso c’è una forte differenza geografica, che vede al Nord Italia salire il giudizio favorevole ad una percentuale dell’80% mentre si scende al 47% nel Centro e addirittura al solo 28% al Sud, dove sembra prevalere una più salda fiducia nell’apparato pubblico statale. Proseguendo sul report del Censis, poi, si evince che i consiglieri regionali del Centro-Nord propendono maggiormente per un sistema di premi e penalità per le strutture virtuose o, al contrario, inadempienti, mentre il 44% di essi prevedrebbe “un fondo di perequazione a beneficio delle Regioni in difficoltà” (percentuale che, al Sud, sale addirittura al 76%, molto probabilmente a causa di una maggiore percezione del problema delle differenze geografiche). Il 32% pensa comunque che la devolution abbia strutturato un sistema più vicino ai bisogni della cittadinanza, mentre un terzo degli stessi ritiene che tra i meriti di questo dualismo ci sia anche l’aver fatto emergere le disparità regionali.

Cosa ci mostrano questi dati? Che esiste una sostanziale differenza tra quello che la politica ritiene essere soddisfacente per i cittadini e quello, invece, che realmente si percepisce a livello territoriale.

Per concludere utilizzo alcune parole di Nerina Dirindin nel suo E’ tutta salute, in difesa della sanità pubblica, quando afferma che andrebbe rispolverata la teoria del velo d’ignoranza di John Rawls che affermava: “se gli individui non conoscessero la posizione in cui si trovano (o potrebbero venirsi a trovare) si esprimerebbero a favore di una società ispirata al principio del più debole, ovvero che adotta ogni azione in grado di migliorare la posizione di colui che sta peggio (o di coloro che vivono in condizioni svantaggiate)”. Per tornare a considerare il Servizio Sanitario Nazionale come un elemento di eguaglianza, un diritto che alcuni danno per scontato oggi ma che potrebbe non essere assicurato nell’Italia di domani.

Ignazio Marino

[1] https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/03/25/dualismo-tra-sanita-pubblica-e-privata-accreditata-solo-il-controllo-delle-prestazioni-ci-salvera/3463973/

[2] G. Remuzzi, La salute (non) è in vendita, Gius. Laterza & Figli, 2018,  Bari

[3] http://www.agipress.it/evidenza-homepage/sanita-pubblica-e-privata-l-85-degli-italiani-vuole-scegliere-liberamente.html

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Mon, 5 Aug 2019 10:26:05 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/520/1/il-servizio-sanitario-paga-il-dualismo-pubblico-privato info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
Il costo delle cure e la crisi economica rendono la sanità sempre meno pubblica https://www.profignaziomarino.com/mc/519/1/il-costo-delle-cure-e-la-crisi-economica-rendono-la-sanita-sempre-meno-pubblica

Come già riportato dal Prof. Giuseppe Remuzzi nel suo La salute (non) è in vendita, l’epidemiologo dell’Università di Torino Giuseppe Costa ha trasmesso i dati della sua analisi che evidenziavano “come in Italia chi è più povero di capacità e risorse è più esposto ai fattori di rischio per la salute, si ammala più spesso e muore prima”. Lo stesso Costa, infatti, ha spiegato come nel capoluogo piemontese ci sia una differenza di ben quattro anni di aspettativa di vita a seconda se si vive in un quartiere benestante oppure in uno più povero e periferico[1].

A metà giugno è infatti arrivato il rapporto dell’Istat riferito allo scorso anno in cui si evidenzia un dato estremamente preoccupante: l’8,4% degli italiani, pari a 1,8 milioni di famiglie per un totale di circa 5 milioni di individui, vive oggi in condizioni di povertà assoluta, confermando un trend che non sembra volersi abbassare dal 2005.

Anzi, rispetto al rapporto precedente (che evidenziava già un record in negativo) si registra addirittura un incremento del 2,47%, tanto che l’Unione Nazionale dei Consumatori ha riportato come “mai dall’inizio delle serie storiche si era arrivati ad un valore così negativo. Anche in termini percentuali si arriva al record del 7%, l’1,44% in più rispetto al 6,9% del 2017, che era già il peggior risultato di sempre”. Il segmento più allarmante è rappresentato dal quadro relativo al Mezzogiorno, che riporta una percentuale di povertà addirittura del 10% (contro il 5,8% del Nord e il 5,3% del Centro Italia), un dato che contribuisce come causa principale agli squilibri socioculturali del nostro Paese solcando in maniera sempre più netta le differenze tra Nord e Sud.

Le misure palliative adottate finora dal Governo non sono affatto sufficienti, c’è bisogno di investimenti per la crescita e lo sviluppo, di misure improntate al rilancio, per aprire un nuovo spiraglio di ripresa e risollevare, così, le condizioni delle famiglie”, è stato il commento della Federconsumatori.

Analizzando poi il tema della salute, allarmano i dati sull’alimentazione: come riporta il sopracitato Istat un italiano su dieci non si può permettere cibi sani e spesso neanche non sani. L’11% della popolazione, infatti, “non può permettersi un pasto adeguato almeno ogni due giorni”, manifestando uno dei quadri peggiori a livello continentale dove abbiamo alle nostre spalle soltanto la Grecia, la Lettonia, l’Ungheria, la Romania e la Bulgaria.

Stringendo poi sul dato riguardante i costi dell’accessibilità alle cure mediche, è altrettanto preoccupante leggere da un’analisi di Uecoop (Unione delle cooperative) su dati Eurispes come sia addirittura una famiglia su cinque in Italia a non potersi permettere una sufficiente assistenza sanitaria.

Tornando alle spese mediche, è la stessa Uecoop a denunciare quello che definiscono un atteggiamento duplice: “da una parte si cerca di ritardare quelle meno urgenti a discapito della prevenzione e dei controlli, dall’altro si comprimono altre voci del bilancio famigliare per quelle che non è possibile rinviare, dagli esami urgenti alle terapie farmacologie. Con l’assistenza a disabili e anziani che diventa una delle voci più pesanti del bilancio domestico soprattutto in caso di persone non autosufficienti che hanno necessità di essere seguite per la maggior parte del giorno e della notte a casa oppure in strutture protette”. Non solo, ma continuando la stessa nota si evince che “il bisogno di assistenza è in aumento costante, con la popolazione over 65 che entro il 2050 sarà di 20 milioni contro i 13,5 attuali mentre i non autosufficienti diventeranno 5 milioni nei prossimi 10 anni, mentre a oggi i posti letto disponibili a livello nazionale sono poco più di 328mila.

In una condizione come quella italiana, quindi, dovremmo riflettere sui dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per cui “fatte 100 tutte le ragioni per cui si muore, le condizioni economiche pesano per 60, il fumo per 10, l’obesità per 1”. per prevenire il replicarsi di una situazione sociale come quella verificatasi in Grecia in cui, secondo uno studio dell’Imperial College di Londra del 2017, al verificarsi della crisi economica c’è stato un conseguente collasso del Servizio Sanitario e una netta diminuzione dell’aspettativa di vita.

Ignazio Marino


[1] G. Remuzzi, La salute (non) è in vendita, 2018, Gius. Laterza & Figli

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Mon, 22 Jul 2019 17:00:01 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/519/1/il-costo-delle-cure-e-la-crisi-economica-rendono-la-sanita-sempre-meno-pubblica info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
La fuga delle risorse è il sintomo di un Paese senza attrattività https://www.profignaziomarino.com/mc/518/1/la-fuga-delle-risorse-e-il-sintomo-di-un-paese-senza-attrattivita

Secondo il Rapporto junior stilato dalla Fondazione Migrantes nel 2018 sono partiti 128mila connazionali di cui addirittura 24mila di minori (il 19,7% del totale, del quale il 16,6% con meno di 14 anni e ben l’11,5% con meno di 10), dimostrando come la mobilità e la ricerca di una condizione di vita più soddisfacente siano rientrate prepotentemente tra le opzioni a disposizione delle nuove generazioni. Sono infatti 48mila i ragazzi tra i 18 e i 34 anni appartenenti a questo campione, a dimostrazione di come un’ampia fetta del futuro di questo Paese non ritiene di avere a disposizione un futuro roseo propendendo, quindi, per la ricerca di fortuna in altri luoghi. A conferma di tutto ciò, lo stesso Rapporto ci evidenzia come nei 12 anni analizzati, tra il 2006 e il 2018, la percentuale di italiani con residenza all’estero abbia subito un incremento addirittura del 64,7%.

Nonostante tutto questo dimostri una graduale apertura culturale nei confronti dei temi dell’integrazione e dell’accettazione dell’altro, come affermato dal coordinatore dell’Osservatorio Nazionale Intercultura del Ministero dell’Istruzione Vinicio Ongini quando si riferisce all’emigrazione giovanile come ad una “avventura sempre sorprendente che è la scuola da un lato e l’incontro con il diverso dall’altro[1], però, a far preoccupare è il dato che vede soltanto 42 ricercatori scegliere il nostro Paese come luogo di studio e di investimento, a fronte di suoi 400 colleghi che, dall’Italia, fanno invece il percorso inverso.

Come riporta un interessante articolo de Il Sole 24 ore, infatti, dei 9mila scienziati finanziati dal 2007 al 2018 con un totale di 17 miliardi di euro ci sono ben 852 italiani, ma tra questi ad essersene andati dal nostro territorio sono già più della metà. I giornalisti Bartoloni e Bruno spiegano che “la ricerca è solo la punta dell’iceberg. Parlarne può riassumere la perdita di appeal del brand Italia e la fuga di cervelli che ci attanaglia”, in considerazione del fatto che ci riferiamo solamente a 42 persone che hanno scelto di intraprendere un percorso di ricerca nel nostro Paese (ultimi in questa particolare graduatoria) a fronte delle 933 emigrate ad esempio in Gran Bretagna, dei 453 ricercatori che hanno scelto la Svizzera, dei 397 in Germania o dei 317 in Francia[2].

Lo Stivale secondo questo recente studio dell’Ocse si rivelerebbe quindi come uno dei Paesi con meno attrattività in termini di profili talentuosi quali gli universitari o gli imprenditori, vero e proprio traino per una futura rinascita economica.

La loro indagine parte dall’analisi dei lavoratori altamente qualificati, degli studenti lodevoli e dei ricercatori più promettenti, e si basa su sette criteri assunti a variabili in grado di far adattare un individuo al nuovo contesto: “la qualità delle opportunità che questo ha da offrire, i livelli di reddito e tassazione, la prospettiva futura dello Stato nel contesto globale, il costo della vita (e la conseguente possibilità di trasferire anche il resto della famiglia), lo sviluppo del sistema di ricerca e di quello infrastrutturale, l'attitudine verso l'immigrazione e il diverso e la generale qualità della vita”. Fattori che la stessa Ocse si riserva di valutare più o meno incisivi a seconda che si riferiscano ad una categoria analizzata o all’altra.

Prendendo in considerazione, ad esempio, la qualifica lavorativa, notiamo che una delle caratteristiche che paradossalmente danneggiano in Italia le giovani figure professionali è l’aver studiato e ottenuto un master o un dottorato di ricerca (peggio di noi soltanto la Grecia, il Messico e la Turchia). Chi possiede un’alta qualifica, infatti, tende a spostarsi in un punto dove si è già scatenato un effetto moltiplicatore e dove, quindi, può trovare terreno fertile per avviare la sua idea di business. Purtroppo, nel nostro caso, la regola vale al contrario[3].

Partendo dal presupposto che la formazione di un giovane laureato costa all’Italia circa centosettantamila euro, fermare questo esodo che prima grava sulle nostre casse e poi porta un benefit economico all’estero diventa, di conseguenza, una priorità nazionale.

Come ammonisce il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco “le uscite hanno coinvolto i giovani e i laureati in modo ancora più significativo rispetto agli anni precedenti la Grande Recessione: tra i primi la percentuale è passata dallo 0,1 nel 2007 a circa lo 0,5 nel 2017, tra i secondi dallo 0,2 allo 0,4. Tra i rischi per il paese di origine vi è anche quello che i flussi in uscita riducano la creazione di impresa, poiché il tasso di imprenditorialità raggiunge il proprio picco intorno ai 45 anni ed è maggiore nelle regioni più dinamiche[4].

Un altro dato che conferma questa tendenza è quello riguardante il grado di istruzione di chi emigra, ai massimi storici per quanto concerne il nostro Paese: 34,6% con una licenza media, 34,8% in possesso di un diploma e il 30% di una laurea. Un dato che porta direttamente al nocciolo della questione, riguardante l’incisività sul Pil del loro contributo economico, e che ci dice che nel solo 2016 questo trend ci è costato 7 miliardi di euro, circa mezzo punto per quanto riguarda il prodotto interno lordo.

Uno dei dati più pessimistici, però, è quello riguardante l’aumento annuale del conteggio degli espatri: se nell’ultimo anno si è saliti di un 3,3%, infatti, la forbice si allarga a +19,2% nel triennio e addirittura al +36,2% degli ultimi cinque anni. Questo dato, legandosi all’estrazione sociodemografica dei campioni analizzati che ci mostrano come l’emigrazione non sia una questione di reddito ma un fenomeno riguardante “tutte le regioni del Paese, incluse quelle più ricche del Centro Nord”, rende l’intera questione particolarmente emergenziale e preoccupante.

Per invertire questa rotta c’è bisogno di un serio programma di investimenti e benefici fiscali come quelli, ipotizzati nelle misure per il Controesodo, che negli ultimi dieci anni hanno permesso il ritorno di quasi 8.500 laureati, stando ai dati del Ministero dell’Economia.

Ignazio Marino

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Mon, 15 Jul 2019 17:18:50 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/518/1/la-fuga-delle-risorse-e-il-sintomo-di-un-paese-senza-attrattivita info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
Il Governo chiede alle Regioni di tagliare sulla sanità pubblica: saltano i fondi e ci rimettono i cittadini https://www.profignaziomarino.com/mc/517/1/il-governo-chiede-alle-regioni-di-tagliare-sulla-sanita-pubblica-saltano-i-fondi-e-ci-rimettono-i-cittadini

Nell’ultima Legge di bilancio aveva generato particolari speranze la promessa, fatta dal Governo alle Regioni, di un graduale aumento delle risorse destinate al Fondo Sanitario Nazionale che, secondo tale previsione, sarebbe passato dall’attuale somma di 116,4 miliardi a 118 miliardi di euro per il 2021. Stando alle passate dichiarazioni dell’esecutivo ci si aspettava “la garanzia di 2 miliardi in più per il 2020, di 1,5 miliardi per il 2021 e soprattutto […] ulteriori 2 miliardi, da subito, per gli investimenti in sanità, in particolare per l’edilizia sanitaria”, come dichiarato da Stefano Bonaccini, presidente alla Conferenza delle Regioni, in occasione della sigla dell’accordo tra il Parlamento e le amministrazioni locali nel varo della Legge di Bilancio 2019 sottoscritta lo scorso dicembre a Palazzo Chigi assieme al Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti e al Ministro della Salute Giulia Grillo[1].

Il nuovo Patto per la salute stilato dal Ministro, però, contiene una clausola inserita nell’articolo 1 che ne comprometterebbe le fondamenta, in quanto renderebbe questi fondi vincolati all’andamento economico e alle esigenze di bilancio nei confronti dell’Unione Europea. Si legge testualmente, infatti, che tali investimenti verrebbero erogati “salvo eventuali modifiche che si rendessero necessarie in relazione al conseguimento degli obiettivi di finanza pubblica a variazioni del quadro macroeconomico.

Le reazioni delle amministrazioni regionali non si sono fatte attendere, e così abbiamo assistito all’assessore dell’Emilia-Romagna Sergio Venturi che ha parlato di ‘sconfessione’ dell’accordo siglato a Natale mentre il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, nonché attuale segretario del Partito Democratico, ha minacciato di dare battaglia qualora arrivassero realmente questi tagli alla Sanità[2].

La notizia è arrivata dopo che soltanto pochi giorni fa lo stesso Ministro della Salute aveva dichiarato sui suoi social networks che, con l’esecutivo, l’Italia aveva “finalmente ricominciato a investire sulla sanità pubblica: +4,5 miliardi di euro per il Fondo sanitario nazionale nel triennio 2019-2021. È per questo motivo che il colpo si è sentito maggiormente una volta che le Regioni, riunitesi con il Ministero per consultare il Patto per la salute, lo strumento chiave in merito alle nuove regole per l’assistenza sanitaria, hanno scoperto questa postilla che rischia di vanificare l’aiuto al Sistema Sanitario Nazionale.

Visto e considerato che all’interno dello stesso Patto è presente una previsione di crescita del Pil maggiore a quella attuale è lecito immaginare che le suddette “variazioni del quadro macroeconomico” saranno inevitabili e che, quindi, “si [stia] preparando il taglio di 2 miliardi al fondo sanitario nazionale, un colpo mortale alla sanità ed al diritto alla salute”, come ha definito questa manovra l’assessore alla Sanità e all’Integrazione Sociosanitaria della Regione Lazio Alessio D’Amato. Lo stesso ha in seguito dichiarato come “le Regioni nel documento di avvio del Patto hanno sempre sostenuto l’esigenza di avere un quadro certo dei finanziamenti senza condizionamenti. Il testo proposto dal Ministero apre la strada al taglio del Fondo sanitario nazionale”, concludendo la nota con una repentina richiesta di chiarimenti da parte dello stesso Governo.

All’interno del Patto si parla anche del payback farmaceutico (la redditività dell’industria in caso di superamento di determinate soglie di spesa per i medicinali), fissato a 2,3 miliardi di euro, e il timore è che sia proprio questo il tesoretto ipotizzato come sostitutivo del mancato incremento del Fondo sanitario. Il problema, però, è che tali fondi erano programmati già da anni e conseguentemente figuravano come voci dei bilanci, quindi in caso venissero impiegati per sopperire a quel mancato incremento risulterebbero allo stesso modo un taglio[3].

L’accordo, che avrebbe previsto tra le altre cose l’abbandono definitivo del superticket da 10 euro per ogni ricetta, contribuendo ad un risparmio netto per la cittadinanza, e l’immissione di nuove risorse per far fronte alla progressiva diminuzione del personale medico, sembra essersi quindi compromesso per via di ciò che addirittura il Ministro della Salute ha definito una “clausola di salvaguardia”, giudicata inaccettabile e a suo dire fortemente voluta dal Ministero dell’Economia e della Finanza.

La stessa Grillo, però, sottolinea come questa sia stata presente anche nel precedente Patto 2014-2016che pur prevedendo per l'erogazione dei Lea (Livelli Essenziali di Assistenza, n.d.r.) un finanziamento di 115,5 miliardi, ne ha concretamente messi a disposizione 111. Questo schema”, ha poi tuonato, “non si ripeterà più, la Sanità ha già dato tutti i contributi che poteva dare. Dalla Sanità non è più possibile prendere un centesimo. Questo automatismo, che subordina il finanziamento della Sanità alle dinamiche del Pil, io non lo condivido”. Questa posizione è stata fin da subito condivisa dalla Fnopi, la Federazione nazionale degli Ordini delle professioni infermieristiche, attraverso una dichiarazione della presidente Barbara Mangiacavalli che ha applaudito tale chiarimento.

Sembra quindi che ci troviamo difronte ad una situazione fin troppo comune, e cioè ad un passaggio di responsabilità che in ogni caso finisce col ripercuotersi su un Sistema, quello della Sanità Nazionale, già abbastanza stressato e al limite della congestione per quanto riguarda la gestione del settore pubblico.

Fermare l’erogazione di questi Fondi, infatti, si ripercuoterebbe sulle nuove assunzioni precedentemente programmate di medici e infermieri nei nostri ospedali, che avevano pianificato “un importo pari al 5% dell’incremento del Fondo sanitario regionale rispetto all’esercizio precedente”, e quindi metterebbe le diverse amministrazioni di fronte a situazioni emergenziali di cui abbiamo avuto già un preoccupante assaggio manifestatosi con la riassunzione dei medici in pensione o all’impiego di militari[4].

Ignazio Marino

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Mon, 8 Jul 2019 17:51:49 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/517/1/il-governo-chiede-alle-regioni-di-tagliare-sulla-sanita-pubblica-saltano-i-fondi-e-ci-rimettono-i-cittadini info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
I problemi della Sanità Pubblica: pochi medici e spesso anziani https://www.profignaziomarino.com/mc/516/1/i-problemi-della-sanita-pubblica-pochi-medici-e-spesso-anziani

La Sanità Pubblica in Italia va oggi incontro ad una serie di difficoltà che, se non debitamente affrontate, potrebbero rischiare di comprometterne la sua natura di servizio pubblico garantito e minarne i presupposti.

Analizzando i recenti dati trasmessi dal Centro Studi Nebo con il suo Rapporto Sanità 2019, infatti, ci accorgiamo di come il bilancio a partire dal 2010 sia del tutto negativo, con una quota di perdita di professionisti del settore che è arrivata al 6,6%.

Sono ad oggi 670 mila gli individui impegnati nella sanità, a fronte dei 707 mila di inizio decennio, considerando in queste cifre i medici, gli infermieri e tutti gli altri operatori sanitari, così come i profili tecnici e professionali che ricoprono ruoli all’interno delle amministrazioni o delle direzioni, operanti all’interno delle 201 Aziende Sanitarie (AS) censite nel 2017 tra Aziende Sanitarie Locali (ASL) e Aziende Ospedaliere (AO).

Incrociando gli indicatori del personale effettivo in servizio (dipendenti a tempo indeterminato e determinato, full e part time) con quelli del personale equivalente, stimato a seconda delle mensilità stipendiali erogate, si arriva quindi ad una cifra che ci indica le unità di personale effettivo e che equivale a 633.000 dipendenti con contratto a tempo indeterminato (50.000 dei quali a tempo parziale) e 36.000 professionisti a tempo determinato. Ecco quindi che valutando orari e periodi effettivi di servizio svolto possiamo calcolare la preoccupante diminuzione del 6,6% di cui sopra. Entrando nello specifico, il calo si registra maggiormente all’interno dei quadri dirigenti e amministrativi (-12,4% rispetto al 2010), passati dalle 75.000 alle 66.000 unità, e nel comparto tecnico-professionale, che invece ha visto una riduzione dell’8,6% nello stesso arco di tempo con un organico sceso di oltre 10.000 professionisti. Senza considerare i veterinari, anche il numero dei medici è diminuito del 7%, con un calo pari a 7.600 professionisti, così come gli infermieri e il personale di riabilitazione che sono scesi di circa 12.500 operatori (-4,4%).

A pesare sulle decisioni delle Regioni, però, hanno contribuito i relativi Piani di rientro che hanno imposto interventi netti in termini di costo del personale che si sono tradotti, spesso e volentieri, in un netto stop alle assunzioni.

Non è casuale, infatti, che il problema viene riscontrato principalmente in Abruzzo, Molise, Puglia, Sicilia, Lazio, Campania e Calabria, tutte Regioni soggette ai cosiddetti Piani di rientro. Le ultime tre, in particolare, hanno registrato un calo di addirittura 17/18 punti percentuale per alcune categorie di professionisti, mentre se ci focalizziamo soltanto sui medici le cifre salgono invece al -33% per il Molise, -20% per il Lazio, -17% in Campania, -15% in Calabria, -14% in Sicilia e -11% in Liguria[1].

Sembra quindi inevitabile lo scenario che medici, operatori e professionisti vari del settore sanitario denunciano da anni, e cioè che non si intravede una quantità di figure sufficienti a sostituire tutte quelle che andranno in pensione nell’immediato futuro. Come si può leggere anche nel preziosissimo testo La salute (non) è in vendita del Prof. Giuseppe Remuzzi, infatti, “nei prossimi 10 anni 33.392 medici di medicina generale e 47.284 medici ospedalieri cesseranno la loro attività per raggiunti limiti di età, più di 80.000 in tutto[2].

Gli effetti si sono già palesati in alcune Regioni, come mi è già capitato di scrivere, con il Molise e il Veneto costretti ad autorizzare contratti a tempo determinato a medici già pensionati. Ad oggi, oltre al tentativo del Ministro della Salute Giulia Grillo di introdurre misure a breve impatto come il recentissimo Decreto Calabria entrato in vigore il 3 maggio e, quindi, non ancora testato, non sembra esserci nessuna programmazione in tal senso.

L’altro grande problema di fondo, infatti, riguarda proprio l’età del personale sanitario, che attualmente si stabilizza intorno alla media di 51 anni e cioè di 3 anni in più rispetto al 2010, come ci indica lo stesso Centro Studi Nebo con il suo Conto Annuale del Personale della Pubblica Amministrazione della Ragioneria Generale dello Stato. In questo report, infatti, la sola categoria con una media di età inferiore ai 50 anni è rappresentata dagli infermieri, i quali però nel periodo analizzato hanno subito un “invecchiamento” di ben 4 anni.

Ci troviamo oggi con un personale medico e tecnico-professionale che si aggira intorno ai 53 anni medi, superato soltanto dal personale di direzione che con i suoi 53,4 anni di età media si aggiudica il primo posto in termini di gruppo con il più alto avanzamento di età a partire dal 2010, quando la media si assestava sui 49,7 anni.

Al di là delle differenze di genere, per le quali le donne che cominciano finalmente ad imporsi in questo mestiere sono omogeneamente distribuite a seconda dell’età (soprattutto perché, tra la generazione di medici over 60, erano in netta minoranza rispetto agli uomini), “nell’area sanitaria

in quella tecnico-professionale e di direzione e amministrazione la fetta più grossa di personale ha fra i 55 e i 59 anni.  Sul totale del personale il rapporto femmine/maschi è di 2 a 1, determinato da valori che disaggregati per area raggiungono le 3,5 donne infermiere per ogni maschio infermiere, e scendono via via fino a invertirsi fra i medici dove contiamo oggi 8 donne ogni 10 medici uomini”.

L’incremento di età media dal 2010 al 2017 si registra in tutte le Regioni, ma cambia nei diversi contesti a seconda delle nuove assunzioni. Se guardiamo infatti al totale del personale possiamo registrate un gap che va da un tempo poco inferiore a un anno per la Sardegna agli oltre 4 anni per la Liguria, con un divario che raggiunge addirittura gli 11 anni se confrontiamo la Provincia Autonoma di Trento (la zona con l’età media del personale più bassa – 45 anni) con il Molise (la Regione con la più elevata media d’età – 56 anni). Tra le zone under 50 in questa particolare graduatoria si annoverano la Val D’Aosta, il Friuli, il Veneto, l’Emilia, la Lombardia e le Marche, mentre a la Campania e la Sicilia si avvicinano a quota 55 anni.

Se andiamo a considerare il divario generazionale medico ci accorgiamo di come esso sia ancora più marcato, con l’età media molisana che si aggira sui 58 anni, quella campana sui 57 e in Sicilia 56, mentre in Trento e in Friuli le cifre si abbassano di quasi dieci anni. È indicativo, oltretutto, che sulle 200 Aziende analizzate e presenti nel rapporto sopracitato le prime 35 vengano ricoperte esclusivamente da ASL e AO del Meridione e del Lazio. Tra le prime 100 posizioni, infatti, sono soltanto 25 quelle che si collocano al Nord Italia.

È perciò facilmente ipotizzabile che, quando avverrà il momento del passaggio di testimone tra le generazioni operanti nel Servizio Sanitario Nazionale, considerando tutte le difficoltà di rinnovamento dello stesso e gli effetti a imbuto che il percorso di professionalizzazione è chiamato ad affrontare, quelli che sembrano singoli problemi territoriali si uniranno per formare un’enorme emergenza nazionale, con l’intero Sud Italia chiamato a gestire enormi carenze di personale[3].

Ignazio Marino

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Mon, 1 Jul 2019 17:39:53 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/516/1/i-problemi-della-sanita-pubblica-pochi-medici-e-spesso-anziani info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
Le malattie croniche aumentano con le diseguaglianze, e intanto la loro spesa sanitaria arriva ai 67 miliardi di euro https://www.profignaziomarino.com/mc/515/1/le-malattie-croniche-aumentano-con-le-diseguaglianze-e-intanto-la-loro-spesa-sanitaria-arriva-ai-67-miliardi-di-euro

I coordinatori dell’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane Walter Ricciardi e Alessandro Solipaca hanno recentemente dichiarato come la “sostenibilità della spesa sanitaria ed equità [sono] le sfide che il Servizio Sanitario Nazionale deve affrontare al più presto”, evidenziando come le patologie croniche siano in continuo aumento e siano contraddistinte da profonde diseguaglianze di genere, territoriali, culturali e socioeconomiche, tutte variabili che contribuiscono al vertiginoso aumento della spesa sanitaria a carico delle singole persone.

Dalla stima recente si evince come nello scorso anno sono stati 24 milioni gli italiani affetti da almeno una malattia cronica (il 40% della popolazione), tra i quali addirittura 12,5 milioni con una multi-cronicità. Stando a questi valori si stima che tra 10 anni questo numero salirà a 25 milioni, 14 dei quali con multi-cronicità.

A ricoprire il primo posto della negativa classifica delle malattie più frequenti sarà l’ipertensione, che si calcola colpirà nel 2028 quasi 12 milioni di individui, seguita dall’artrosi/artrite che invece ne riguarderà 11 milioni. La crescita stimata è, incredibilmente, di 1 milione di malati annui in più. Salirà a 5,3 milioni il bilancio di malati affetti da osteoporosi, a 3,6 milioni quello dei diabetici e a 2,7 milioni quello dei malati di cuore.

Un aumento delle patologie nei prossimi 10 anni che, a quanto afferma l’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane, dovrà essere messo in conto per capire a pieno il fenomeno della cronicità e ricorrere alle dovute contromisure. Anche perché questa sfida si preannuncia fondamentale per il futuro della salute mondiale dato che, stando a quanto afferma l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), tali malattie sono “problemi di salute che richiedono un trattamento continuo durante un periodo di tempo da anni a decadi” e comporteranno una spesa pari al 70-80% delle risorse sanitarie globali.

I fattori che contribuiscono all’innalzamento del numero di malati cronici sono diversi, e sono legati all’aumento della longevità grazie al miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie (primo fra tutti la disponibilità dell’acqua potabile), ma anche al progressivo abbassamento, per molti, delle condizioni economiche e sociali, e, naturalmente, ai mutamenti ambientali.

Per quanto riguarda la spesa, invece, “attualmente nel nostro Paese si stima che si spendono, complessivamente, circa 66,7 miliardi per la cronicità; stando alle proiezioni effettuate sulla base degli scenari demografici futuri elaborati dall’Istituto Nazionale di Statistica (Istat) e ipotizzando una prevalenza stabile nelle diverse classi di età, nel 2028 spenderemo 70,7 miliardi di Euro. Dal lato dell’assistenza primaria, i dati raccolti dai Medici di Medicina Generale (Mmg)[1] riferiscono che mediamente in un anno si spendono €1.500 per un paziente con uno scompenso cardiaco congestizio, in ragione del fatto che questi pazienti assorbono il 5,6% delle prescrizioni farmaceutiche a carico del SSN, il 4% delle richieste di visite specialistiche e il 4,1% per le prescrizioni di accertamenti diagnostici. Circa €1.400 annui li assorbe un paziente affetto da malattie ischemiche del cuore, il quale è destinatario del 16% delle prescrizioni farmaceutiche a carico del SSN, del 10,6% delle richieste di visite specialistiche e del 10,1% degli accertamenti diagnostici. Quasi €1.300 vengono spesi per un paziente affetto da diabete tipo 2, il quale assorbe il 24,7% delle prescrizioni farmaceutiche a carico del SSN, il 18,5% delle richieste di visite specialistiche e il 18,2% degli accertamenti diagnostici. Un paziente affetto da osteoporosi impegna il SSN per circa €900 annui, poiché è destinatario del 40,7% delle prescrizioni farmaceutiche a carico del SSN, del 35% delle richieste di visite specialistiche e del 32% degli accertamenti diagnostici. Costa, invece, €864 un paziente con ipertensione arteriosa che assorbe mediamente in un anno il 68,2% di tutte le prescrizioni farmaceutiche a carico del SSN, il 52,2% delle richieste di visite specialistiche e il 51,7% degli accertamenti diagnostici”, è quanto riporta il dossier dello stesso Osservatorio.

Quello che, però, allarma ulteriormente è il constatare come la cronicità sia strettamente legata al genere, al territorio, alle classi di età e ai titoli di studio. Il quadro presenta infatti una spiccata connotazione sociale, con “le donne più frequentemente affette da patologie croniche, il 42,6% contro il 37% degli uomini, divario che aumenta per la multicronicità che affligge quasi un quarto delle donne rispetto al 17% degli uomini”.

Questo particolare divario è più accentuato se guardiamo a malattie come l’osteoporosi e l’artrosi/artrite, che vedono rispettivamente coinvolte il 13,2% e il 20,9% delle donne a fronte del 2,3% e dell’11,1% degli uomini.

Se ci concentriamo sulla distribuzione geografica, invece, dall’Osservatorio ci fanno notare come sia la Liguria con il suo 45,1% la Regione che registra il tasso più alto di malattie croniche (ma è anche quella con la popolazione più anziana d’Italia), mentre in Calabria c’è una maggiore concentrazione di diabete (8,2%), ipertensione (20,9%) e disturbi nervosi (7%). Il Molise, dal canto suo, “vanta” la percentuale più alta di malati cardiaci (5,6% della popolazione), mentre è in Basilicata che si verificano i casi più alti di ulcera gastrica o duodenale (4,5%) e di bronchite cronica (7,7%). Mentre a completare questa classifica in negativo si aggiungono le periferie delle Metropoli con il loro tasso di allergici cronici (12,2%), a ricoprire invece il ruolo di Comune più virtuoso ci pensa il Comune di Bolzano che registra le percentuali più basse di tutte le cronicità analizzate.

Nel nostro Paese il livello culturale ha un effetto significativo sul rischio di cronicità”, è poi un altro dei punti fondamentali sollevati dall’Osservatorio. “I dati dell’Istat evidenziano, infatti, che le persone con livello di istruzione più basso soffrono molto più frequentemente di patologie croniche rispetto al resto della popolazione, con un divario crescente all’aumentare del titolo di studio conseguito”.

“Nel 2017”, continua poi l’Osservatorio, “nella classe di età 45-64 anni, quella in cui insorge la maggior parte della cronicità, la percentuale di persone con la licenza elementare o nessun titolo di studio che è affetta da almeno una patologia cronica è pari al 56,0%, scende al 46,1% tra coloro che hanno un diploma e al 41,3% tra quelli che possiedono almeno una laurea. L’artrosi/artrite, l’ipertensione e il diabete sono le patologie per le quali si riscontrano i divari sociali maggiori, con riferimento ai titoli di studi estremi, le differenze ammontano, rispettivamente, a 13,1, 12,5 e 7,4 punti percentuali a svantaggio dei meno istruiti. Differenze di prevalenza si registrano anche rispetto alle professioni. Le categorie maggiormente colpite da patologie croniche sono i disoccupati e gli autonomi; tra i primi la percentuale di coloro che soffrono di almeno una patologia cronica sono il 36,3%, mentre tra i secondi si attesta al 34,6%. Rispetto alla condizione di multicronicità, i disoccupati palesano mediamente maggiori svantaggi rispetto ad artrosi/artrite e disturbi nervosi. Tra gli autonomi la patologia per la quale palesano mediamente più svantaggio è l’ipertensione”.

All’aumentare della domanda di salute, quindi, il Servizio Sanitario Nazionale ha cercato, negli anni passati, di predisporre le basi per un proprio cambiamento interno volto ad una più equa ridistribuzione e gestione della cronicità, “così come dichiarato nel Piano Nazionale della Cronicità”[2]. Sarà dunque importantissimo armonizzare, su scala nazionale, il corollario di attività di gestione della cronicità al fine di incentivare e supportare interventi che si fondino su un’unitarietà di approccio, che poggino sull’individuo e che si orientino verso un’ottimizzazione dei servizi e verso una completa responsabilizzazione di tutti gli attori dell’assistenza. Il suddetto Piano scritto nel 2016 si faceva carico di “nuovi modelli gestionali centrati sulle cure territoriali e domiciliari, integrate, delegando all’assistenza ospedaliera la gestione dei casi acuti/complessi non gestibili dagli operatori sanitari delle cure primarie”. Inoltre, si rende indispensabile per i cittadini che la loro specifica situazione debba essere affrontata sulla base di Percorsi Diagnostico Terapeutici Assistenziali delineati per ogni patologia, così da offrire ad ognuno ciò di cui ha bisogno nel momento esatto in cui necessita di assistenza, il tutto attraverso un “approccio sistemico e multidimensionale”.

Il quadro che si sta prospettando impone, oltre che un nuovo approccio sistemico per l’assistenza ai malati cronici, un cambio di passo delle politiche di prevenzione”, conclude Walter Ricciardi, Ordinario di Igiene all’Università Cattolica e Direttore dell’Osservatorio, “poiché la sostenibilità della salute dei prossimi anni si gioca sulla capacità di resilienza con azioni proattive delle Istituzioni e dei cittadini in termini di promozione di stili di vita salutari e di prevenzione di secondo livello[3].

Ignazio Marino


[1] Progetto Health Search della Società Italiana di Medicina Generale (SIMG)

[2] Ministero della Salute, Piano nazionale della cronicità, Accordo tra lo Stato, le Regioni e le Province Autonome di Trento e di Bolzano 2016.

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Sat, 22 Jun 2019 08:55:57 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/515/1/le-malattie-croniche-aumentano-con-le-diseguaglianze-e-intanto-la-loro-spesa-sanitaria-arriva-ai-67-miliardi-di-euro info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
Le differenze sociali ostacolano l’accesso alle cure mediche: è necessario agire per eliminare le diseguaglianze https://www.profignaziomarino.com/mc/514/1/le-differenze-sociali-ostacolano-laccesso-alle-cure-mediche-e-necessario-agire-per-eliminare-le-diseguaglianze

La sanità pubblica italiana, purtroppo, dimostra una differenza notevole per quanto riguarda l'accesso alle cure mediche: i dati dimostrano che le persone di sesso femminile sono svantaggiate rispetto ai maschi e lo stesso accade per le persone che vivono al Sud rispetto a chi abita al Nord.

I numeri fanno riflettere più di molte parole. L'aspettativa di vita tra femmine e maschi si distanzia di 4,5 anni (le donne sono da sempre più longeve), ma la qualità della vita e la salute sono molto diverse tra Nord e Sud. Gli anziani che vivono al Sud sono in cattiva salute nel 58,2% dei casi, mentre al Nord questa condizione riguarda soltanto il 49,9% della popolazione. Una differenza che non investe soltanto gli anziani, visto che, in generale, la precarietà di salute riguarda il 20% dei meridionali a fronte del più ristretto 17,7% degli abitanti del Centro-Nord Italia[1].

All'interno di un sistema sanitario universalistico come quello italiano non dovrebbero esistere differenze nell’accesso alle cure: è un principio fissato nell’articolo 32 della nostra Costituzione. Invece, anche nella salute, il divario socio-economico tra le persone determina un peggiore accesso alle cure.

Il direttore scientifico dell'Osservatorio sulla Salute nelle Regioni italiane dell'Università Cattolica del Sacro Cuore, Alessandro Solipaca, ha di recente sottolineato che anche "allargando lo sguardo [...] in particolare ai Paesi più avanzati che adottano sistemi Beveridge (tax-financed) o Bismark (social health insurance) abbiamo rilevato che le disuguaglianze maggiori rispetto al livello di istruzione non si riscontrano per i sistemi sanitari di tipo mutualistico", un trend che, nonostante tutto, ci piazza al secondo posto (dopo la Svezia) in termini di uguaglianza sanitaria e che ci conferma come "il modello italiano è comunque tra i migliori, anche in considerazione della maggiore longevità di cui godono i nostri concittadini. La priorità", continua il direttore, "è di incidere sui comportamenti" mediante azioni di informazione e di contrasto alla povertà "anche per migliorare l'efficacia [del welfare], vista la stretta relazione tra la condizione economica e la salute"[2].

Inoltre, secondo l'ISTAT, il 13,2% degli abitanti del Sud Italia addirittura rinuncia alle cure per motivi economici, una percentuale che si dimezza (6,2%) se guardiamo alle Regioni del Nord. Tra i motivi di questo comportamento sociale vi è innanzi tutto la difficoltà economica, ma non bisogna sottovalutare il valore dell'offerta che, purtroppo, presenta una notevole disparità qualitativa se la analizziamo da un punto di vista geografico.

In diverse situazioni questa disparità è legata ad inefficienze nella gestione regionale della Sanità pubblica: fatto che spinge migliaia di persone a spostarsi al Nord per cercare di risolvere un problema di salute. Come suggerisce il Prof. Giuseppe Remuzzi nel suo ultimo libro La salute (non) è in vendita, "per invertire questa rotta si potrebbe far tesoro di esperienze già sperimentate con successo: un gemellaggio di qualità tra i gruppi ospedalieri del Sud e del Nord, tra quelli deboli e meglio attrezzati", come avviene già, ad esempio, per i dipartimenti che si occupano d’insufficienze di organo, di infezioni o di trapianti.

È interessante, da questo punto di vista, analizzare anche quanto studiato dalle ASL di Milano circa il rapporto tra l'aspettativa di vita e il reddito percepito. Come già determinato da numerosi studi e professionisti del settore, tra i quali ad esempio il Prof. Giuseppe Costa che in occasione del Festival dell'Economia di Trento del 2017 ha evidenziato la stretta correlazione tra la povertà di risorse e l'esposizione ai fattori di rischio per la salute, le Aziende Sanitarie Locali del capoluogo lombardo hanno suddiviso la città in 150 distretti, e poi hanno analizzato le condizioni di salute della popolazione. Il risultato conferma quanto detto finora, più cresce il reddito e più si alza l'aspettativa di vita.

Ci sono certamente il patrimonio genetico, l'ambiente e il Servizio Sanitario tra le variabili che determinano l'accessibilità alle cure, ma i fattori che sicuramente influiscono in maniera maggiore si ritrovano nella disparità sociale, nella professione e nel reddito, nella provenienza geografica ed anche nel livello di scolarità, come già sottolineato in passato dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nel suo dossier dal titolo Determinanti sociali della salute, i fatti, 2008.

Il quadro internazionale e, spesso, intra-nazionale, dipinge scenari in cui situazioni di benessere sanitario risultano estremamente prossime a casi di estrema diseguaglianza, tanto che il Direttore dell'ufficio regionale europeo dell'OMS, Zsuzsanna Iakab, ha sottolineato la necessità di "un appello ai decisori politici e sanitari e un’opportunità per facilitare l’azione di tutti coloro che si dedicano a migliorare gli esiti di salute e a ridurre le disuguaglianze", definendo non equo (health inequities) il gap di salute (health inequalities) e lanciando un appello affinché internazionalmente vengano adottate misure adeguate al suo superamento[3].

Ignazio Marino

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Fri, 21 Jun 2019 11:07:37 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/514/1/le-differenze-sociali-ostacolano-laccesso-alle-cure-mediche-e-necessario-agire-per-eliminare-le-diseguaglianze info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
Dall’ OMS un importante monito sui vaccini: non dobbiamo abbassare la guardia https://www.profignaziomarino.com/mc/510/1/dall-oms-un-importante-monito-sui-vaccini-non-dobbiamo-abbassare-la-guardia

Viviamo in tempi in cui diventa indispensabile affermare la necessità di proteggere l'obbligo vaccinale dalle minacce e dallo screditamento costante che una parte importante della società civile riserva loro. Si rende indispensabile, cioè, non abbassare la guardia nei confronti di chi, senza nessuna base scientifica ma con un inaspettato clamore mediatico, guarda a questa misura precauzionale di estrema importanza sanitaria con diffidenza o complottismo.

Non ci stupiamo, quindi, se la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) inserisce tra le new entry delle minacce alla salute globale per l'anno 2019 proprio la vaccine esitancy, ossia il sospetto, a volte vero e proprio rifiuto, riguardo la pratica della vaccinazione.

Nel comunicato dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, infatti, si legge come "l'esitazione vaccinale minaccia di far perdere i progressi fatti nei confronti delle malattie prevenibili. I vaccini sono uno dei modi più costo-efficaci contro le malattie, prevengono 2-3 milioni di morti l'anno e ne eviterebbero un altro milione e mezzo se le coperture aumentassero"[1].

Come mi è già capitato di scrivere, il diritto fondamentale della salute appartiene a tutti, e ognuno ha per questo motivo il dovere di fare prevenzione per consentire a sé stesso e agli altri di vivere e realizzarsi nelle migliori condizioni di salute possibili. La mancata vaccinazione, di conseguenza, rappresenta una mancanza di rispetto nei confronti di uno dei più universali diritti dell'uomo[2].

Invece, continua a crescere il numero delle famiglie che vorrebbero negare le vaccinazioni ai propri figli: di conseguenza si sta regredendo verso una condizione sociale tale da dover reintrodurre l'obbligatorietà per i vaccini più importanti, necessaria per fornire l'adeguata copertura a tutta la popolazione.

Negli Stati Uniti, ad esempio, esiste una certa libertà di scelta nei confronti di questa pratica sanitaria e, purtroppo, stanno aumentando le infezioni mortali di orecchioni, morbillo e varicella. Inoltre, di recente, proprio negli USA si stanno diffondendo sul web migliaia di messaggi scritti da adolescenti che, provenendo da famiglie no-vax, hanno autonomamente realizzato l'importanza dei vaccini per le malattie esantematiche.

È il caso di Ethan Lindenberger, un diciottenne di Norwalk, Ohio, che sul social network Reddit ha lanciato il suo grido di aiuto alla rete. "I miei genitori sono un po' stupidi, non credono nei vaccini, li ritengono uno schema del governo" sono le sue parole, "così non mi hanno mai vaccinato e solo Dio sa come sono ancora vivo. Ho avuto molte discussioni sul tema ma non c'è niente da fare. Ora ho 18 anni e vorrei sapere se sono ancora in tempo per farmi immunizzare. Se costerà molto e dove andare."

Dallo Stato di Washington, nel quale di recente le autorità sanitarie hanno dovuto fronteggiare un gravissimo focolaio di morbillo, esplode un altro post in cui si legge "mia mamma non lascia vaccinare me e i miei fratellini, ma io credo che sia un diritto e anche una responsabilità per la salute pubblica. Di certo non un diritto che si può negare ai propri figli", mentre sta diventando virale, dal Minnesota, una richiesta d'aiuto di un quindicenne che sul web lancia un appello per una campagna contro la legge di Stato che consente l'obiezione filosofica (e non scientifica) ai vaccini.

Nonostante siano situazioni che rispecchiano lo spirito dei tempi e per le quali non possiamo che essere preoccupati, per il momento possiamo quantomeno rasserenarci del fatto che per la richiesta di Ethan Lindebergerg, in Ohio, siano già state raccolti un numero così alto di feedback da consentirgli di presentarsi al sito dei Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie (Cdc) e di essere sottoposto al primo ciclo di vaccini (tetano, influenza, hpy, epatite B)[3].

Tornando in Italia, è quindi necessario aumentare la consapevolezza della popolazione dell’importanza dei vaccini per la salute di tutti, e che non si possano mettere in discussione sulla base di osservazioni non scientifiche.

Un esempio di buona pratica lo si trova nell'UniVax Day 2019, un evento da poco conclusosi in 21 atenei del nostro Paese, portato avanti dalla Società Italiana di Immunologia, Immunologia Clinica e Allergologia (Siica). Con l'obiettivo di entrare nel merito della questione e di mettere in luce la serie infinita di evidenze scientifiche, presso l'Università di Roma La Sapienza si è svolto un incontro che ha visto la collaborazione dell'Istituto Pasteur Italia e ha coinvolto più di mille ragazzi provenienti da oltre 50 istituti della Capitale e della Provincia.

"Univax Day vuole essere una vera e propria 'vaccinazione' delle nuove generazioni contro la confusione generata dall'epidemia di fake news che spesso riguardano il tema dei vaccini. Lo scopo dell'iniziativa è rendere i giovani più consapevoli riguardo l'efficacia delle vaccinazioni e contrastare così le notizie false e tendenziose, attraverso un confronto diretto basato su un'informazione corretta, affidabile, scientifica", ha spiegato Angela Santoni, direttore scientifico dell'Istituto Pasteur Italia nonché presidente della Siica. Aggiungendo, inoltre, un concetto fondamentale, e cioè che "i vaccini proteggono non solo noi stessi, ma anche la collettività. Questo perché quando tutti gli individui sono protetti gli agenti patogeni non possono più diffondersi e infettare anche persone che, spesso per motivi di salute, non possono essere vaccinate"[4].

Un'iniziativa altrettanto importante potrebbe rivelarsi anche quella di Sanofi Pasteur Italia che, attraverso Carocci editore, ha presentato durante l'ultimo Open Innovation Summit di Startup Italia 2018 il suo libro #PerchéSì, una raccolta su carta delle migliori campagne digitali volte a diffondere il valore dei vaccini nei confronti della cittadinanza.

Queste campagne, per le quali hanno contribuito alcune istituzioni della Sanità Pubblica, sono state ideate da 30 studenti che puntano ad entrare nella comunicazione della scienza medica. Al loro interno si trova un intero ventaglio di possibilità mediatiche, dai contenuti specifici per ogni piattaforma, come l'utilizzo della geolocalizzazione o del QRcode, fino alle piattaforme digitali interattive.

Il fine ultimo rimane quello del debunking strutturato e programmato delle fake news, cioè di tutto ciò che mira, soprattutto sul web, a generare un'ondata di notizie prive di fondamenti scientifici. Notizie e informazioni false che vanno sostituite "con informazioni scientifiche e autorevoli, che siano anche efficaci", per utilizzare le parole del general manager di Sanofi Pasteur Italia Mario Merlo[5].

Ignazio Marino

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Tue, 4 Jun 2019 17:44:54 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/510/1/dall-oms-un-importante-monito-sui-vaccini-non-dobbiamo-abbassare-la-guardia info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
La carenza di personale medico come simbolo di un Servizio Sanitario in grave difficoltà https://www.profignaziomarino.com/mc/513/1/la-carenza-di-personale-medico-come-simbolo-di-un-servizio-sanitario-in-grave-difficolta

Che il nostro Servizio Sanitario sia in grave difficoltà si percepisce, purtroppo, dalle notizie di cronaca provenienti da diverse Regioni Italiane. Notizie che dovrebbero rappresentare un serio allarme sull’efficienza del nostro Servizio Sanitario Nazionale, per anni considerato un modello internazionale di gestione sanitaria.

Mi ha molto colpito una recente delibera della Regione Veneto che, prima nel suo genere, prevede la possibilità di assumere medici già in pensione. A causa della seria difficoltà nel reperire nuovo personale medico, infatti, si è pensato di richiedere ad agenzie e cooperative la eventuale disponibilità non solo di professionisti “a gettone” ma anche di medici pensionati[1].

Come ci informa un'indagine della Funzione Pubblica Cgil riguardante l'età e la retribuzione del personale medico ci troviamo ad affrontare una grave emergenza di programmazione.

A finire nell'occhio del ciclone vi sono il grave innalzamento dell'età media dei medici e la pressoché totale mancanza di una programmazione per i servizi futuri. Come si legge dalla nota redatta dall'ente sindacale, "il personale medico risulta sempre più sotto stress e in difficoltà anche per la scarsa costruzione della sanità territoriale che stenta a partire. Risulta preoccupante la percentuale di medici in uscita nei prossimi 10 anni. Essendo aumentati i bisogni di salute della cittadinanza, inevitabilmente cresce il carico di lavoro sul personale in servizio. Dobbiamo registrare che l’età media dei medici veneti nel 2017 è di 50,69 anni. Va tenuto conto di come il turnover non contiene l’aumento dell’anzianità del personale che supera i cinquant’anni, che è bene ricordarlo, lavora su turni di 24 ore. Per quanto riguarda il personale medico, con più di 60 anni di età, sono al lavoro 1.475 unità pari al 21.89% per un totale, se consideriamo chi supera i 55 anni, di 2.746 unità pari al 40.75% di cui 172 medici con oltre 65 anni. Risulta quindi evidente che quasi metà del personale in servizio svolge, pur avendo superato i 55 anni di età, lavori gravosi".

Una delle variabili più decisive per quanto riguarda questa grave carenza è sicuramente rappresentata dal problema delle retribuzioni, che, come osserva la sopracitata nota della Cgil, ci mostra "una penalizzazione dei medici veneti rispetto a quelli di altre regioni". La stessa Cgil, infatti, ci informa che "confrontando i dati delle retribuzioni dei medici dell’azienda ospedaliera di Padova con quelli di altre tre aziende ospedaliere (Torino, Bologna e la San Giovanni Addolorata di Roma) si vede come lo stipendio del personale di Padova sia di molto inferiore, con 79 mila e 184 euro contro gli 86 mila e 859 di Torino, 85 mila e 562 di Bologna e 81 mila e 813 dell’azienda romana".

Il messaggio arriva forte e deciso, e ci informa che "non è possibile pensare di avere un sistema sanitario efficiente e di qualità con personale che aumenta di anzianità anagrafica e carichi di lavoro: un sistema che progressivamente rischia il collasso". Ancora più importante è il secondo monito, in cui la Cgil spiega come servano "a tutti i livelli interventi urgenti per costruire un vero progetto socio sanitario che prenda in carico i cittadini e sia in grado di rispondere ai bisogni sempre crescenti della popolazione"[2].

La mancanza di programmazione, però, non riguarda il solo Veneto ma si estende anche ad altre Regioni facendo intravedere un più preoccupante quadro di deficit strutturale che può essere considerato come un problema nazionale.

Per questo motivo, di recente, anche l'Emilia Romagna ha aperto alla possibilità di seguire l'esempio del Veneto attraverso le parole dell'Assessore Regionale alla Sanità Sergio Venturi: "ovviamente se i concorsi vanno deserti e se non troviamo personale con altre forme di reclutamento. Richiamare i medici dalla pensione la consideriamo come l'ultima delle possibilità, ma rientra tra le cose che possiamo fare. Si tratterà, neanche a dirlo, di un ritorno volontario, non c’è nessuna obbligatorietà, ma sappiamo che i medici sono molto sensibili al richiamo della professione". Il tutto, naturalmente, perché "non possiamo interrompere un servizio pubblico".

Il problema si deve anche al periodo di pensionamento di una generazione particolarmente prolifica di personale medico.

Tra le soluzioni, quindi, lo stesso Venturini comunica che è possibile, "aprire già da quest’anno ad un numero maggiore di matricole. Penso che per i nostri giovani sia meglio affrontare una selezione dopo aver avuto accesso alla facoltà di medicina che non attraverso dei quiz: i quiz sono per la patente, non per accedere a medicina. Preferisco, per i nostri giovani, una selezione che avvenga per reali capacità sul campo"[3].

Un investimento sulla formazione e sull'occupazione dei giovani, quindi, come soluzione concreta a un problema che rischia di paralizzare la sanità pubblica e privare i cittadini di quella che forse è la più importante forma di eguaglianza: l’accesso alle cure. Perché "investire sui lavoratori, sui professionisti della sanità, vuole dire investire sulla qualità della vita di tutti i cittadini"

Ignazio Marino

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Mon, 3 Jun 2019 10:01:32 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/513/1/la-carenza-di-personale-medico-come-simbolo-di-un-servizio-sanitario-in-grave-difficolta info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
L’Alabama contro l’aborto: quando si negano i diritti basilari l’umanità regredisce https://www.profignaziomarino.com/mc/512/1/l-alabama-contro-l-aborto-quando-si-negano-i-diritti-basilari-l-umanita-regredisce

È di pochi giorni fa la notizia che Key Ivey, governatrice repubblicana dell’Alabama, ha firmato il provvedimento contro l’aborto anche in caso di stupro e incesto, rendendolo fuori legge in tutto lo Stato. Con l’unica eccezione nel caso di una madre in pericolo di vita, questo provvedimento si propone come il più restrittivo di tutti gli Stati Uniti in merito all’interruzione di gravidanza, arrivando a negare alla donna perfino di poter scegliere l’intervento dopo una violenza sessuale.

La repubblicana ha esultato poi su Twitter manifestando la sua convinzione di come tutto ciò sia una “forte testimonianza” di quanto “ogni vita sia preziosa e che ogni vita sia un sacro dono di Dio”. Ciò che preoccupa, oggi, è che questa legge possa mettere in discussione la sentenza Roe vs Wade che, nel 1973, sancì a firma della Corte Suprema degli Stati Uniti la legalizzazione federale dell’aborto. Questo massimo organo giudiziario può contare ora sulla maggioranza di 5 a 4 di giudici conservatori dopo la nomina di Neil Gorsuch e Brett Kavanaugh da parte del presidente Trump.

È stata la stessa Ivey a riconoscere come il precedente dell’Alabama potesse essere bloccato per la Roe vs Wade, asserendo però che “arriverà il giorno in cui la Corte Suprema dovrà rivedere questa importante questione". E così tra sei mesi, se tutto procede come programmato, entrerà in vigore questa legge dell’Alabama che prevede fino a 99 anni di carcere per i medici che praticano l’interruzione di gravidanza, riportando il tema dell’aborto al centro delle prossime elezioni presidenziali del 2020.

Naturalmente la notizia ha fin da subito scatenato le proteste della società civile americana, con la senatrice di New York Kirsten Gillibrand (tra i 22 candidati democratici alle primarie per la presidenza) che ha affermato come “questo tentativo dell’Alabama”, e di ulteriori 29 Stati degli Usa, rappresenti “un attacco alla libertà riproduttiva delle donne e ai nostri diritti civili fondamentali”, con l’ex presidente Joe Biden (anch’egli candidato alle primarie democratiche) che, dopo aver manifestato la contrarietà di questa legge con i principi costituzionali sanciti dal precedente legislativo, ha ribadito come “la scelta [debba] restare alla donna e al suo dottore”. Dello stesso parere Hillary Clinton, che denuncia un attacco “alla vita e alla libertà delle donne”, e il senatore democratico del Vermont Bernie Sanders che ha sottolineato come l’interruzione di gravidanza rappresenti un diritto costituzionale inviolabile. Fa riflettere, poi, un commento a caldo della pop star Lady Gaga che denuncia lo sbilanciamento delle pene applicabili ai medici che violano la suddetta legge proprio rispetto a chi invece commette uno stupro[1].

A nulla è servita, quindi, la protesta delle attiviste pro choice che si sono riunite per manifestare davanti al Senato vestite come le protagoniste del romanzo di Margaret Atwood Il Racconto dell’ancella, con l’intenzione di denunciare e attirare l’attenzione circa questo provvedimento votato da 25 senatori (tutti maschi, repubblicani e bianchi) e combattuto, in aula, da soli 6 democratici. Una questione, quella della lesione della libertà di scelta delle donne, alla quale ci stiamo purtroppo abituando vedendola ripetersi non solo negli Stati Uniti ma, trasversalmente, anche in altri contesti dove i diritti delle donne ritornano prepotentemente ad essere minacciati, come ad esempio l’Italia.

Basti considerare che negli States quello dell’Alabama rappresenta soltanto l’ultimo (e il più restrittivo) dei casi in cui uno Stato a maggioranza di destra vota provvedimenti a favore della criminalizzazione dell’aborto. Tutti sappiamo che l’aborto è nella maggior parte dei casi una sconfitta dolorosa per la donna, ma uno Stato deve avere una legislazione a riguardo affinché non ritorni la terribile piaga dell’aborto illegale. Negli USA sono ormai 16 gli Stati che hanno già votato, o che stanno per votare, leggi per impedire l’interruzione di gravidanza già dal momento in cui un medico ha la capacità di percepire il battito cardiaco del feto, e cioè a sei settimane dal concepimento. Un testo in linea con questa visione, ad esempio, è stato firmato in data 14 maggio scorso da Brian Kemp, governatore della Georgia[2].

Anche il parlamento del Missouri ha recentemente approvato una legge che impone a 8 settimane di gravidanza il limite massimo per eseguire un aborto, tempo calcolato come minimo per poter rilevare il battito cardiaco del feto. Questa legge, che verrà quasi sicuramente controfirmata dal governatore Mike Parson, conferma che il divieto vige anche nel caso di stupri o di incesti, e fa di questo Stato il quinto, quest’anno, ad aver abbracciato tale politica (dopo il Kentucky, il Mississippi, l’Ohio e la già citata Georgia)[3].

Se queste leggi rimangono comunque incostituzionali negli USA, perché opposte alla sopracitata sentenza Roe vs Wade della Corte Suprema, l’obiettivo delle amministrazioni sembra essere proprio quello di riportare il tema dell’aborto in discussione alla Corte di Washington, che come già accennato può contare oggi su una maggioranza conservatrice. Ed è per questo motivo che sono già molti gli Stati democratici in cui deputati e senatori stanno cominciando a proporre emendamenti a tutela dell’interruzione di gravidanza, così da blindare questo diritto in caso di un futuro rovesciamento della Corte Suprema.

La situazione dell’Alabama non risulta essere quindi un fulmine a ciel sereno e anzi si inserisce in un percorso più complesso che riguarda anche la supremazia di genere. È interessante leggere un recente articolo di Chiara Lalli in cui si critica l’associazione forzata tra il tema in questione e il diritto di poterne parlare, spesso erroneamente delimitato alle donne. La giornalista, infatti, fa una lettura critica di come la notizia di questa legge è stata affrontata, tra gli altri, anche dal Guardian e da Alyssa Milano quando, alle foto dei senatori conservatori che hanno votato a favore della legge, è stata aggiunta come didascalia “nemmeno un utero”. Questa narrazione tende un po’ a sviare il vero punto della faccenda che riguarda invece la salute, e che quindi andrebbe affrontata con un dibattito scientifico e parlamentare serio. Mi trovo quindi d’accordo nell’affermazione della giornalista che sostiene che “condividere funzioni e caratteristiche anatomiche non implica altro che tautologia”, e che quindi “non si discute usando gli uteri ma gli argomenti[4].

Lo scontro argomentativo quindi dovrà basarsi su altro e cioè sull’attribuzione di inviolabilità del diritto alla vita dell’embrione, equiparato in questo caso a quello della donna. Bisognerebbe ridiscutere il concetto dell’attribuzione di diritti fondamentali del feto.

Vorrei approfondire brevemente su questo punto. Come affermai nel 2012 in un libro pubblicato con il Cardinale Carlo Maria Martini (Credere e conoscere, Einaudi, 2012) la Chiesa definisce l’inizio della vita come il momento della penetrazione dello spermatozoo nell’ovulo. Altri affermano che sia il risultato di un continuum, ovvero il frutto di una serie successiva di fenomeni. Questo è certamente vero. Il processo deve attraversare varie fasi successive, ma molti ritengono che esista un momento specifico in cui si forma una nuova vita, quello dell’incontro di due cellule, una di origine maschile e l’altra femminile. Quando il patrimonio genetico delle due cellule si fonde, dando origine a qualche cosa di nuovo che prima non esisteva, si ottiene un DNA con caratteristiche proprie, diverso da tutti gli altri ed è solo da questo momento, calcolabile in un arco di tempo che varia tra le dodici e le quarantotto ore dall’incontro sessuale, che molti scienziati ritengono riconoscibile l’esistenza di una vita nuova. Non tutti sono concordi con questa impostazione, esistono infatti anche correnti di pensiero che individuano l’inizio dell’esistenza umana in una fase molto successiva, con il formarsi delle cellule neurali e la capacità di pensare.

Sarebbe molto utile riunire uomini e donne di scienza ma anche religiosi e filosofi per cercare di individuare una definizione comune, un po’ come si fece ad Harvard nel 1968 quando una commissione di specialisti appositamente istituita arrivò alla definizione della morte cerebrale. Quei criteri, che stabilirono il momento preciso in cui riconoscere la fine, vennero utilizzati anche per elaborare le leggi sulle donazioni degli organi in moltissimi Paesi del mondo ed ebbero un impatto fondamentale per il successo della chirurgia dei trapianti e, di conseguenza, servirono a salvare moltissime vite. Un percorso simile, sull’inizio della vita, potrebbe aiutare tutti. 

Nel 1978 l’Italia si è dotata di una legge sull’aborto equilibrata ma, purtroppo, spesso non perfettamente applicata sia per la carente assistenza alla donna che vorrebbe condurre a termine la gravidanza, sia nel caso in cui, discutendone con i propri medici, decida di interromperla. Nel nostro Paese una Regione spicca fra tutte per questa anomalia: il Molise, dove a oggi il 96% dei ginecologi sono obiettori di coscienza.

Mentre per gli Stati Uniti si è ricorso a nuove proposte di legge per limitare questa pratica e renderla, di fatto, quasi impossibile, in Italia si ha l’impressione che tale diritto sancito per legge trovi sempre maggiori ostacoli e difficoltà nella sua applicazione. Se guardiamo ai suoi dati di attuazione presenti all’interno della Relazione del Ministro della Salute sulla Attuazione della Legge contenente Norme per la tutela sociale della maternità e per l’interruzione volontaria di gravidanza[5], infatti, ci troviamo subito di fronte a numeri allarmanti. Tra questi, quelli del Molise possono essere considerati quasi illegali, considerando che l’unica struttura in cui le donne possono ricevere questo tipo di assistenza è il Cardarelli di Campobasso, dove lavora l’unico ginecologo non obiettore dell’intera Regione.  Come è possibile parlare di una sanità garantita se soltanto l’1% del personale medico si fa carico dell’assistenza della maternità e dell’interruzione volontaria di gravidanza?

Dovremmo quindi ripartire da questi dati, che riguardano in primo luogo i nostri territori e di conseguenza le nostre storie, per riconsiderare come oggi, nel 2019, non è soltanto la negazione di una legge a dover allarmare e preoccupare chi si erge a difendere i diritti di tutti, ma è anche un immenso substrato culturale e professionale che fa di tutto perché questo diritto si mantenga soltanto sulla carta.

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Tue, 21 May 2019 17:06:17 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/512/1/l-alabama-contro-l-aborto-quando-si-negano-i-diritti-basilari-l-umanita-regredisce info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
L’innovazione digitale applicata al settore della Sanità: di cosa si tratta e come possiamo affrontarla https://www.profignaziomarino.com/mc/511/1/linnovazione-digitale-applicata-al-settore-della-sanita-di-cosa-si-tratta-e-come-possiamo-affrontarla

In questi anni Internet si è notevolmente trasformato e ha assunto una dimensione tutta nuova più incentrata sulle transazioni. Questa innovazione digitale, una sorta di "catena di blocchi", ha preso il nome quindi di Blockchain, e ha assunto la dimensione del web valoriale ruotando attorno ai valori cardine di decentralizzazione, trasparenza, sicurezza e immutabilità, inglobando, a volte, anche il concetto fondamentale di condivisione delle verifiche, del controllo e dell'archivistica.

Nonostante il tema apra al dibattito intorno a tutti questi concetti, però, per il momento la Blockchain si caratterizza in un nuovo contesto orizzontale in cui sarà più facile integrare le informazioni che riguardano una fetta sempre più trasversale di utenti e stakeholders. La sfida, quindi, risiede nella standardizzazione, integrazione e interoperabilità dei dati, con il fine di ottimizzare l'efficacia del sistema attraverso disintermediazione e sicurezza.

Con un incremento annuo del 61,5% (passando dai 339,5 milioni di dollari del 2017 ai 2,3 miliardi previsti entro il 2021), la Blockchain si propone come uno dei mercati più floridi odierni anche nel settore della Sanità. In questo ambito, infatti, le sue evoluzioni potrebbero riguardare un gran numero di processi e si rivelerebbero estremamente utili nella loro applicazione pratica.

Parliamo della verifica dell'identità digitale del paziente così come del monitoraggio cronologico delle sue prestazioni mediche, della tracciabilità dell'andamento delle terapie e delle prescrizioni e somministrazioni farmacologiche, e, allo stesso tempo, della gestione e archiviazione dei documenti medici quali cartelle cliniche, risultati di esami di laboratorio, test e fatture. La stessa tecnologia garantirebbe anche una maggiore integrità dei file (e dei dati sugli studi clinici) assicurandone l'immutabilità, prevenendo in tal misura molti problemi di sicurezza informatica, così come potrebbe risolvere il problema della contraffazione intervenendo sulla tracciabilità dei farmaci.

Un esempio pratico lo si rintraccia nella collaborazione tra Accenture e DHL che ha generato il primo caso di Blockchain del settore sanitario. "Gli esperimenti con [questa] tecnologia sono noti per il loro sviluppo in ambito finanziario, ma la logistica è un settore dove questa nuova tecnologia può avere un impatto fondamentale", ha sottolineato Matthias Heutger, senior vice president di DHL Customer Solutions & Innovation. "Grazie alla collaborazione di tutti gli attori coinvolti sarà possibile lo sviluppo tecnologico per l'implementazione di queste soluzioni, di grande importanza per un settore sensibile come la farmaceutica" ha quindi concluso. Si è trattato di un importante tentativo di ridimensionare la contraffazione di farmaci, attraverso la strutturazione di un prototipo di lavoro in grado di tracciare i prodotti (mediante gli identificatori univoci) in tutti gli step del processo che li vede coinvolti, dalla produzione al consumo. Con una convalida da parte degli stakeholders in ognuno di questi passaggi, dunque, si potranno monitorare le informazioni in tempo reale prevenendo o intervenendo repentinamente sulle possibili manomissioni o modifiche del dato.

Grazie alla capacità dell'Intelligenza Artificiale di gestire e accumulare una grande quantità di dati riguardanti le informazioni sanitarie degli utenti, infatti, si potrebbe portare a compimento la realizzazione di strumenti predittivi e di assistenza sanitaria, migliorando quindi le PMI e fornendo, allo stesso tempo, un valido supporto per il mondo della ricerca.

La sfida di questo settore sarà relativa alla cura dei dati sensibili, un tema molto delicato che si trascina tutte le implicazioni legate alla privacy e alla recentissima normativa sul GDPR[1].

Se ragioniamo, invece, sul concetto di Internet delle cose (Internet Of Things), possiamo attenerci alla definizione che ne da il Patto per la Sanità Digitale e il recente Piano Triennale dell'Agenzia Digitale, dove si fa espressamente riferimento al Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) come strumento fondamentale della digitalizzazione sanitaria. Ad affiancare questo strumento intervengono altri strumenti di supporto, spesso tecnologie di rilevazione, quali applicazioni sensori o dispositivi medici contenenti un "software impiegato specificatamente per attività di diagnosi, prevenzione, controllo, terapia o attenuazione di una malattia", per usare le parole del responsabile dei sistemi professionali di AICA Roberto Bellini.

Le caratteristiche fondamentali di queste innovazioni sono determinate dalla rilevazione e quantificazione dei parametri specifici per ogni patologia sotto osservazione, dove allo sviluppo clinico, quindi, si affianca conseguentemente un'evoluzione comunicativa e di elaborazione vera e propria dei parametri inseriti. Parliamo di dispositivi che vengono riprogettati e miniaturizzati per essere indossabili e che prevedono materiali e modelli di consumo mai utilizzati, divenendo a tutti gli effetti terminali sensori.

Questi oggetti possono essere suddivisi in tre categorie a seconda delle loro funzioni d'utilizzo: c'è l'intelligenza connettiva, riguardante l'abilitazione di una sorta di connessione tra il dispositivo medico e il web così da permettere al medico che opera in remoto di ricevere, analizzare e, eventualmente, suggerire una pronta risposta sulla base dei parametri raccolti; c'è l'intelligenza associativa, che invece si riferisce al legame del singolo paziente con una struttura di supporto locale (familiare e socio-assistenziale), così da poter abbinare il dispositivo medico alla sua identità e ai valori sociodemografici; infine, parliamo di intelligenza clinica per riferirci alla gamma di strumenti in dotazione al paziente per garantirgli il giusto trattamento.

Grazie a questa serie di strumenti sarà possibile, nelle specifiche località di riferimento, inserire i dati clinici di tutti gli utenti andando a mettere mano sui loro FSE, trasportando quindi in rete il rapporto medico-paziente che assumerà una forma più digitalizzata senza al contempo sfociare in una fredda analisi e prescrizione senza rapporto umano.

Non compromettendo, infatti, le occasioni d’incontro tra il paziente e il suo medico, una tale sorta di sincronizzazione operativa tra i vari attori in gioco avrebbe una serie lunghissima di vantaggi che vanno dalla prevenzione di lunghe e costose ospedalizzazioni fino all'assistenza familiare, dalla raccolta di dati finora inaccessibili fino alla continua trasmissione dei valori riguardanti il recupero, passando comunque per una maggiore precisione di diagnosi e riabilitazione[2].

Ignazio Marino

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Sat, 4 May 2019 20:19:44 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/511/1/linnovazione-digitale-applicata-al-settore-della-sanita-di-cosa-si-tratta-e-come-possiamo-affrontarla info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
Difendiamo la Sanità Pubblica - La qualità delle cure https://www.profignaziomarino.com/mc/509/1/difendiamo-la-sanita-pubblica---la-qualita-delle-cure

La salute è un diritto che la nostra Costituzione sancisce mediante l'art.32, che recita "La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure agli indigenti", ma col passare del tempo i costi per la sanità e le tempistiche di assistenza continuano ad aumentare mettendo seriamente a rischio il diritto di tutte le persone in Italia di avere le stesse opportunità di cura.

È infatti evidente come in Italia la graduale (e ormai consistente) apertura al mercato libero ne abbia compromesso le sue fondamenta egualitarie e, a partire dalla fine degli anni ’90 vi sia stata una grande spinta alla delocalizzazione e alla privatizzazione, che ha generato profonde disuguaglianze regionali nell’offerta dei servizi medici.

Non è un caso, ad esempio, che le attese per le visite mediche si protraggano esageratamente nel tempo creando un serio malcontento tra la popolazione che, per questo, diventa più propensa (a condizione di averne la disponibilità economica) ad affidarsi al privato.

A confermare questo preoccupante trend è recentemente intervenuto un report del Ministero della Salute fondato sull'analisi inbound del numero verde 1500, il riferimento per denunciare criticità delle liste di attesa nella sanità pubblica. Ne è emerso che il record in negativo per le tempistiche di una visita medica appartiene al Lazio, dal quale provengono quasi una segnalazione ogni quattro, con Lombardia e Campania a completare il (triste) podio.

L'analisi ha rilevato negli ultimi 3 mesi dello scorso anno una raccolta di 1600 telefonate, delle quali il 24% provenienti dal Lazio. Dalla Lombardia ne sono giunte il 13%, l'8,6% dalla Campania, l'8,5% dalla Sicilia seguita subito dalla Toscana (7,8%) e dalla Puglia (6%). Un 6% del campione, poi, riguardava disservizi dei CUP, tra i quali spicca, purtroppo, Roma con le sue Asl Rm1 e Asl Rm2 che si aggiudicano questo preoccupante primato.

Ovviamente si tratta di un dato che non può avere rilevanza scientifica, essendo affidato alla spontaneità, tuttavia è un campione dal quale apparirebbe che sono le donne ad essere discriminate particolarmente, soprattutto quelle di una fascia d'età alta (in media 64 anni), che sono risultate come le figure che più hanno usufruito del numero verde del Ministero della Salute.

Se pensiamo quanto il ritardo di una visita specialistica, così come di un'ecografia, pesi effettivamente sul decorso della malattia e possa generare gravi conseguenze sulla salute delle interessate, ci rendiamo immediatamente conto di quanto la situazione sia già oggi in uno stato di emergenza. È, infatti evidente come vi sia una enorme differenza nei possibili risultati quando si cura, ad esempio, un tumore della mammella diagnosticato quando è ancora inferiore a un centimetro di diametro rispetto alla cura, dopo una diagnosi tardiva, di una massa molto grande.

È quindi evidente che una delle maggiori problematiche del settore riguardi il superamento dei lunghi tempi di attesa. Anche in questo ambito cambia il copione ma non cambiano gli interpreti, con il picco di segnalazioni (22%) provenienti dal Lazio (in particolare dalla sopracitata Asl Rm2), l'11,2% dalla Lombardia e il 9,7% dalla Campania. La maggiore qualità di erogazione di servizi, invece, viene dal Trentino Alto Adige e dalla Valle d'Aosta.

È lo stesso report a concludere affermando che "risulta significativa la percentuale di lamentele [ed emerge] la necessità di informazione sulle modalità di fruizione dei servizi di specialistica ambulatoriale, sulle modalità di prenotazione, sul ruolo del CUP, sul significato del Piano Nazionale di Governo delle Liste di attesa"[1].

Un altro importante fattore che contribuisce ad abbassare la qualità della sanità pubblica è la pressoché totale e gravissima paralisi istituzionale sul tema della carenza di personale medico.

Questa seria e fin troppo derogata pecca nel sistema pubblico ha fatto sì che a giovarne siano state le cooperative che si occupano di indirizzare le trasferte di chi è disposto a muoversi per esercitare la sua professione e, a volte, che riabilitano al servizio anche i pensionati di tutta Italia. È così che si vedono sempre più annunci alla ricerca di personale disposto a spostarsi anche per lunghe tratte, a coprire turni talvolta disumani e spesso racchiusi in pochi giorni della settimana, sovente per una remunerazione non dignitosa.

È successo, ad esempio, in Veneto, dove il direttore generale dell'Ulss 5 ha spiegato come, all'assenza di 111 medici, tecnici e operatori sociosanitari, si sia risposto ricorrendo alla contrattualizzazione di pensionati o liberi professionisti. Dei 78 camici bianchi autorizzati dalla Regione, purtroppo, neanche l'ombra.

Per quanto riguarda la destinazione dei pendolari a utilizzarli maggiormente è la Regione Piemonte, nella quale la prima Asl ad essere entrata in emergenza è stata la 4 (che gestisce gli ospedali di Chivasso, Ivrea, Cuorgné, Lenzo e Ciriè). A Cuorgné, per citare un esempio, il 100% del servizio di pronto soccorso è affidato ai medici inviati dalle cooperative, una sorte analoga a quella di Torino e Cuneo dopo numerosi bandi andati deserti.

Esemplificativo è anche il caso dell'Alto Adige, l'unico che finora è stato discusso dal Ministro della Salute, dove oltre la carenza dei medici ad ostacolare la sanità pubblica esiste anche la barriera del bilinguismo per i medici. Qui gli ultimi mesi hanno visto alternarsi contrattisti, agenzie interinali, utilizzo dei pensionati, fino alla scelta di accantonare, per il momento, il requisito linguistico per contrattualizzare 220 professionisti per 3 anni senza l'obbligo del patentino di bilinguismo.

"Queste dilaganti soluzioni 'tampone' sono specchietti per le allodole piuttosto che reali manovre risolutive" è quanto dichiarato da Mirko Schipilliti della Commissione Nazionale Emergenza-Urgenza Anaao Assomed, "col rischio inevitabile di ricadere in problemi giuridici con responsabilità su più livelli, ma soprattutto senza offrire garanzie per un'effettiva copertura del rischio clinico in una struttura pubblica, anzi aggravandolo".

A farne le spese, tralasciando naturalmente l'altrettanto preoccupante dimensione salariale e lavorativa, è soprattutto la salute dei pazienti, che finiscono per ricevere le cure da medici che non sono legati alla struttura dove si trovano temporaneamente a coprire delle carenze di organico. "D'altronde anche il conferimento a medici in pensione di incarichi retribuiti per attività ospedaliera nella pubblica amministrazione è illegittimo", continua sempre Schipilliti[2].

In questa gravissima e preoccupante situazione nazionale, dunque, quello che possiamo fare è continuare a credere e a chiedere una seria riforma del Servizio Sanitario Nazionale che garantisca a tutti quanti il legittimo e inalienabile diritto alla salute.

Ignazio Marino

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Fri, 22 Mar 2019 16:03:09 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/509/1/difendiamo-la-sanita-pubblica---la-qualita-delle-cure info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
Difendiamo la Sanità Pubblica - L’accesso alle cure https://www.profignaziomarino.com/mc/508/1/difendiamo-la-sanita-pubblica---laccesso-alle-cure

Viviamo in un periodo storico in cui, stando alle statistiche, la sanità pubblica sta cedendo sempre più terreno a soluzioni private e strutture convenzionate capaci di assicurare (o almeno promettere) tempi e soluzioni, più concrete e rapide. Tali realtà hanno saputo attrarre un ampio numero di pazienti garantendo un accattivante rapporto qualità-prezzo e fornendo servizi in grado di soddisfare sempre più persone. Persone che, d'altro canto, spesso si scoraggiano per i lunghi tempi di attesa proposti dalla sanità pubblica o per la qualità di ambienti e prestazioni troppo spesso intaccata dai continui tagli di cui è vittima.

"I tagli lineari e la chiusura di servizi e strutture senza un dialogo con gli operatori e senza una valutazione delle performance [sono contrari] alla Costituzione e sbagliati. È sbagliato se pensiamo che la sanità non sia un luogo per far arricchire e accrescere il potere dei politici e dei loro amici, ma lo strumento per curare davvero la salute delle persone.

Dobbiamo ridurre gli sprechi, migliorare i meccanismi di controllo, dobbiamo rendere indipendenti dalla politica tutte le nomine, dobbiamo riorganizzare ospedali e medici di famiglia per meglio garantire l’assistenza ai malati più gravi. Ma mai dobbiamo toccare l’idea del Servizio Sanitario Nazionale, della sua universalità e del diritto alla salute da garantire a tutti”, mi era capitato di scrivere per presentare un incontro dal titolo La sanità pubblica prima di tutto[1].

Si tratta di un argomento di estrema importanza, per il quale abbiamo tutti, medici e pazienti, l'obbligo di prendercene cura. In Italia esiste infatti un importante divario di classe (legato purtroppo anche alla provenienza geografica) nei confronti dell'accesso alle cure, come testimoniato dal report Le diseguaglianze di salute in Italia redatto dall'Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane.

Da quanto si legge al suo interno (dati 2017), ad esempio, in Campania l'aspettativa di vita maschile è di 78,9 anni e quella femminile di 83,3 anni, valori nettamente differenti da quelli della Provincia Autonoma di Trento dove gli uomini vivono in media 81,6 anni e le donne 86,3. In generale si registra una fascia geografica del Nord-Est estremamente avvantaggiata rispetto al Mezzogiorno, con valori di 81,2 (per gli uomini) e 85,6 anni (per le donne) per la prima e di 79,8 e 84,1 anni per la seconda.

E' un gap che non sembra arrestarsi né affievolirsi, dato che la forbice di tempo analizzata va dal 2005 al 2017 e non registra una sostanziale variazione dei valori registrati. I dati maggiormente negativi riguardano in particolare Campania, Calabria, Sicilia, Sardegna, Molise, Basilicata, Lazio, Valle d'Aosta e Piemonte, che rimangono in tutto questo arco di tempo le Regioni al di sotto della media nazionale.

Anche la presenza di cronicità che influenza le condizioni di salute fa sì che si registri un grave divario sociale, con il 5,8% di una malattia cronica grave tra la classe di 25-44enni in possesso di un basso titolo di studio che diventa 3,2% se, invece, eseguiamo l'analisi su chi è in possesso di una laurea. Questa forbice aumenta con il passare del tempo, arrivando addirittura a registrare una differenza di 12 punti percentuale se giudichiamo la differenza tra laureati e persone con licenza elementare di età compresa tra i 45 e i 64 anni.

Ma la maggiore sfida risiede nell'abbattere gli ostacoli che impediscono l'accesso all'assistenza sanitaria pubblica, un problema che vede continue rinunce alle cure da parte della popolazione a causa della seria difficoltà di pagare il ticket per la prestazione sanitaria. Questa emergenza rappresenta un nodo focale del discorso, poiché influisce attivamente sull'abilità di intervenire preventivamente sulla malattia, o quantomeno sulla velocità del provvedere alla sua diagnosi. E sappiamo che se la diagnosi è tardiva, specialmente per alcune malattie, la prognosi sarà infausta.

Anche qui ci troviamo difronte a dati preoccupanti: la rinuncia alla prestazione sanitaria nella fascia d'età compresa tra i 45 e i 64 è pari al 12% tra chi ha completato le scuole dell'obbligo e al 7% tra i laureati. In generale le percentuali della rinuncia economica sono del 69% tra chi ha un basso titolo di studio e del 34% per i laureati[2].

Come intervenire dunque? È indispensabile attivare qualsiasi forma di iniziativa mirata allo sviluppo della cultura che ruota attorno ai temi della salute e degli stili di vita. È necessario organizzare presentazioni e occasioni di dibattito all'interno delle scuole e delle associazioni familiari. Questo alla luce del fatto che in diverse situazioni sono proprio i nostri stili di vita (alimentazione, moto, fumo, alcol, ecc.) che danneggiano la nostra salute.

Parallelamente, però, è prioritario che il Parlamento si occupi di welfare sociale e lavori affinché povertà e deprivazione vengano sempre più smantellate e lascino il posto all'erogazione di servizi sociali e sanitari di base, perché non dobbiamo mai dimenticare la stretta correlazione tra le condizioni economiche e di salute.

Il tutto affinché la sanità pubblica torni a ricoprire un ruolo centrale nella vita dei cittadini, in quanto, per citare le parole di Amartya Sen riportate, tra l'altro, in La salute (non) è in vendita di Giuseppe Remuzzi, essa "rappresenta un prerequisito per accedere ad altri diritti, e consentire agli individui di condurre le vite che scelgono, tutelando così le loro libertà"[3].

Ignazio Marino

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Wed, 20 Mar 2019 16:03:27 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/508/1/difendiamo-la-sanita-pubblica---laccesso-alle-cure info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
La legge sul biotestamento è in pericolo: l’ultimo emendamento è una minaccia https://www.profignaziomarino.com/mc/507/1/la-legge-sul-biotestamento-e-in-pericolo-lultimo-emendamento-e-una-minaccia

A giudicare da quanto emerso con la proposta dell'ultimo emendamento, il 9.0.38 al DDL di conversione del dl Semplificazioni, la Legge sul biotestamento, la 219/2017, sembra essere decisamente a rischio e potrebbe compromettersi rendendo veramente difficile, se non impossibile, la fruizione da parte degli interessati. Infatti, si pretenderebbe che le proprie dichiarazioni anticipate di trattamento possano essere depositate solo nel Comune di nascita. In altre parole se una persona vive e lavora a Trieste, ma è nata a Gela, dovrà fare un viaggio di oltre 1.000 km per recarsi all’ufficio competente.

Un ostacolo che si aggiunge all'assenza, già denunciata, di un registro in grado di raccogliere le DAT (Disposizioni Anticipate di Trattamento) sul territorio nazionale per metterle a disposizione della consultazione dei medici all'interno degli ospedali italiani.

La stessa relatrice della Legge sulle DAT Donata Lenzi dichiara come in questo modo "si affossa una norma di civiltà: chi vorrà affrontare un viaggio per andare a consegnare le sue ultime volontà? E quelle già consegnate saranno valide?", mentre i radicali, chiedendo l'intervento del Ministro della Salute, parlano già di sabotaggio.

"Abbiamo lottato anni per avere una legge sul fine vita, e ora il governo la affossa. Volutamente. Hanno presentato un emendamento che la renderà praticamente inutile, inattuabile: spostano i registri del biotestamento dal Comune di residenza a quello di nascita. E hanno il coraggio di chiamarla semplificazione" continua la stessa Lenzi dopo che lo scorso 24 gennaio alcuni parlamentari del M5S, primo fra tutti il capogruppo a Palazzo Madama Stefano Patuanelli, hanno presentato in Commissioni Affari Costituzionali una proposta di modifica della Legge.

Secondo tale modifica d'ora in poi le DAT potranno essere depositate nel solo Comune di nascita per essere convalidate, mentre quelle a oggi già presentate andranno re-indirizzate dal Comune di residenza a quello di nascita, il tutto entro un solo mese dall'entrata in vigore del Decreto[2].

Un percorso burocratico di questa portata potrebbe portare a un vero e proprio caos amministrativo.

E' paradossale, "ogni giorno negli ospedali, negli hospice, anche a casa, migliaia di Max [Fanelli], di Piergiorgio [Welby], di Eluana [Englaro] affrontano con indescrivibile sofferenza malattie inguaribili e vorrebbero poter decidere, secondo regole chiare e senza ricorrere a sotterfugi, quali terapie accettare e quando fermare quelle cure che ritengono sproporzionate se un giorno non potranno più farlo direttamente", come mi era capitato di scrivere in un articolo del 2017 uscito su L'Espresso[3]. Una decisione che sarebbe tremendamente compromessa dall'inserimento di questo cavillo burocratico.

L'Associazione Coscioni, da sempre in prima linea nei confronti della libertà di scelta, con una nota rivolta "a tutti i parlamentari che ancora credono nella tutela del diritto alla vita, alla salute, alla dignità e all’autodeterminazione della persona"[4], riporta serafica come "questa proposta snatura la legge sul biotestamento e ne impedisce l'applicazione.  Viene anche ritardata la creazione della banca nazionale delle Dat, con il nuovo termine in giugno 2019.

Mario Riccio, membro della Consulta Bioetica, nonché primario di anestesia a Mantova, il medico che aiutò Piergiorgio Welby ad interrompere ogni terapia, promette di rispettare "i principi del Testamento Biologico, della giurisprudenza e della nostra Costituzione. Rispetterò le volontà dei pazienti contenute in qualsiasi documento che riterrò essere formalmente valido al di là del suo deposito presso un ufficio di stato civile. Sono convinto che tanti medici saranno con me in questa azione contro il sabotaggio di diritti duramente conquistati".

Ritengo che Mario Riccio abbia ragione: non possiamo permetterci di fare dei passi indietro proprio quando alcuni diritti civili, come la scelta delle terapie a cui essere sottoposti e quelle a cui si vuole rinunciare, sembrano essere finalmente stati conquistati.

Ignazio Marino

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Wed, 27 Feb 2019 15:00:10 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/507/1/la-legge-sul-biotestamento-e-in-pericolo-lultimo-emendamento-e-una-minaccia info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
Legge di bilancio 2019: le misure per università, ricerca e sanità https://www.profignaziomarino.com/mc/506/1/legge-di-bilancio-2019-le-misure-per-universita-ricerca-e-sanita

Domenica 30 dicembre con 313 voti favorevoli e 70 contrari, la Camera ha approvato in via definitiva il disegno di legge sul Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2019 e bilancio pluriennale per il triennio 2019-2021.

Quest’anno la finanziaria arriva in un clima particolarmente teso e su uno sfondo di scontri in Aula e polemiche. Le opposizioni hanno contestato un fatto molto grave, che la versione finale della legge di bilancio, presentata a ridosso del voto di fiducia, non sia stata esaminata né votata in Parlamento. In altre parole il testo non è un prodotto del dibattito e del confronto parlamentare come prevede la nostra Costituzione, ma è stato scritto dal Governo evitando qualunque modifica dal Parlamento, che nel nostro sistema istituzionale rappresenta la sovranità popolare.

Premesso che mi trovo d’accordo con chi denuncia le modalità assolutamente poco conformi a un Paese democratico con cui si è presentata la Legge di Bilancio in Senato e alla Camera dei Deputati, vorrei qui passare in rassegna i capitoli del testo su università, ricerca e sanità, settori di cui mi occupo nel mio lavoro.

Università e ricerca

Per i prossimi tre anni, il Governo ha previsto 40 milioni per il Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) nel 2019, 7,450 milioni di euro nel 2019, 7,617 milioni nel 2020 e 7,678 milioni nel 2021. Altri 10 milioni andranno invece al Fondo per gli Enti di ricerca (FOE), 1,803 milioni nel 2019, e altrettanti per finanziare il diritto allo studio, 246 milioni a fronte dei 236 del 2018. Il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) avrà un contributo straordinario di 30 mln annui per 10 anni, dal 2019 al 2028.

Rimaniamo molto lontani dai livelli di finanziamento necessari per raggiungere lo standard di altri Paesi eurpoei, come Francia, Germania e Regno Unito. La ricerca dovrebbe costituire uno dei principali obiettivi di sviluppo in un Paese del G7 come l’Italia.

Per quanto riguarda le nuove assunzioni in Università, gli Atenei virtuosi (quelli con una spesa di personale inferiore all’80% e un indicatore di sostenibilità economico-finanziaria superiore a 1) potranno superare il tetto massimo del 110% e andare così oltre il normale turn over.

(Fonte: MIUR)

Sempre in tema di assunzioni, particolarmente controverso è stato il provvedimento che pospone al 1 dicembre 2019 l’assunzione a tempo indeterminato nelle Università. Il comma 208 bis della manovra specifica che “per l’anno 2019, la Presidenza del Consiglio dei Ministri, i Ministeri, gli Enti pubblici non economici, le Agenzie fiscali e le Università, in relazione alle ordinarie facoltà assunzionali riferite al predetto anno, non possono effettuare assunzioni di personale a tempo indeterminato con decorrenza giuridica ed economica anteriore al 15 novembre 2019”.

Il testo ha inizialmente preoccupato gli atenei e in particolare gli oltre 1200 ricercatori di Tipo B (RTDb) assunti con la legge Gelmini (n. 240/10 del 30 dicembre 2010 all’articolo 24) nel 2016. Contratti triennali non rinnovabili e che, quindi, scadono proprio nel 2019.

“Come hanno fatto a risparmiare in questi anni le Università? Hanno assunto i propri ricercatori”, è intervenuto Giandomenico Dodaro, rappresentante dei ricercatori della Bicocca di Milano. “Se fino al 16 novembre 2019 viene tutto congelato, gli atenei dovranno pagare gli esterni per le docenze”.

Successivamente il Ministro Lorenzo Fioramonti in un post su Facebook ha precisato che saranno bloccate per 11 mesi le prese di servizio a tempo indeterminato su punti organico del contingente 2019, non di quelli precedenti. Di conseguenza, sono esclusi dal blocco i ricercatori a tempo determinato di tipo B e coloro che da ricercatore di tipo B avendo conseguito l’abilitazione passano a professore associato. Sono esclusi inoltre tutti i contratti a tempo determinato (ricercatori di tipo A) e tutti i vincitori di concorsi in atto che utilizzano punti organico assegnati precedentemente.

 

Il blocco però ha conseguenze anche sui docenti: se l’abilitazione scade dopo il 16 novembre, cioè al termine del periodo fissato dal comma, possono partecipare ai concorsi. Ma se l’abilitazione scade durante il blocco, dovranno aspettare i tempi della burocrazia per richiederla.

Sanità

Per il Servizio Sanitario Nazionale (Ssn) verranno stanziati 114,439 miliardi per il 2019.

Verranno incrementate sia le borse di studio in medicina generale che i contratti di specializzazione, e vi sarà la possibilità di assumere nel Ssn i medici specializzandi giunti all'ultimo anno di specializzazione.

Tra le misure da segnalare vi è un programma di interventi per la ristrutturazione dell’edilizia sanitaria e l’ammodernamento tecnologico, che passa da 26 a 28 miliardi di euro, e 150 milioni nel 2019 e 100 l'anno nel 2020-21 per implementare il sistema di prenotazione elettronica e ridurre i tempi di attesa.

Nel 2019 verranno stanziati 5 milioni di euro per gli Istituti di ricovero e cura di carattere scientifico delle rete oncologica del ministero della Salute e altri 5 milioni per gli Irccs della Rete cardiovascolare, e un contributo di 5 milioni di euro per il 2019 e 10 mln di euro per ciascuno degli anni 2020 e 2021 a favore del Centro nazionale di adroterapia oncologica (Cnao).

Si autorizza la spesa di 400 mila euro annui dal 2019 per l'istituzione presso il Ministero della salute di una banca dati destinata alla registrazione delle disposizioni anticipate di trattamento sanitario (Dat). (Fonte: Quotidiano Sanità).

Rimane aperto il gravissimo problema della continua riduzione del personale sanitario in tutto il nostro Paese. Il Servizio Sanitario Nazionale è un bene prezioso che spesso diamo per scontato quando ne usufruiamo. Invece non è così. Come ben sappiamo in Paesi molto ricchi come gli USA milioni di persone non hanno ancora diritto all’accesso a tutte le cure. In Italia abbiamo celebrato nel 2018 i 40 anni dalla nascita del Servizio Sanitario Nazionale ad accesso universale, ma la situazione attuale è grave: il personale responsabile della somministrazione delle cure sta diminuendo a causa dei pensionamenti e delle mancate assunzioni, al punto che avremo nei prossimi anni una carenza di decine di migliaia di medici e infermieri nei servizi pubblici. Se non si porrà rimedio a questo processo le differenze nell’accesso alle cure diverranno drammatiche anche in Italia.

Riguardo alle assunzioni in Sanità, il comma 687 della manovra prevede che “La dirigenza amministrativa, professionale e tecnica del Servizio Sanitario Nazionale, in considerazione della mancata attuazione nei termini previsti della delega di cui all'articolo 11 comma 1, lettera b), della legge 124 del 7 agosto 2015, rimane nei ruoli del personale del Servizio Sanitario Nazionale. Con apposito Accordo, ai sensi dell'articolo 40, comma 2, del decreto legislativo n. 165 del 2001, tra Aran e Confederazioni sindacali si provvede alla modifica del Contratto collettivo quadro per la definizione delle aree e dei comparti di contrattazione per il triennio 2016-2018 del 13 luglio 2016.”

Per la Confederazione sindacale dei medici e dirigenti e per la Federazione dei Dirigenti e Direttivi degli Enti territoriali e della Sanità, il comma 687, lungi dall’avere carattere finanziario, pretende di mettere indebitamente in discussione l'attuale assetto dei contratti nazionali di lavoro. Una norma, insomma, che rischia anche di far saltare il rinnovo dei contratti di lavoro.

Ignazio Marino

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Mon, 18 Feb 2019 17:39:13 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/506/1/legge-di-bilancio-2019-le-misure-per-universita-ricerca-e-sanita info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
Il primo anno della legge sul Testamento biologico: cosa è stato fatto e cosa si sta facendo? https://www.profignaziomarino.com/mc/505/1/il-primo-anno-della-legge-sul-testamento-biologico-cosa-e-stato-fatto-e-cosa-si-sta-facendo

L’inizio di un nuovo anno porta a fare bilanci sull’anno passato, su ciò che è stato realizzato e cosa si può ancora fare per migliorare. Nel 2018 in Italia abbiamo raggiunto un grande traguardo in materia di diritti civili: l’approvazione di una legge sul testamento biologico. Iniziai ad occuparmene con grande impegno nel 2006 quando scrissi e presentai al Senato della Repubblica una legge che studiai sulla base delle esperienze di tutti i Paesi del mondo Occidentale e Orientale.

Entrata in vigore il 31 gennaio 2018, approvata dal parlamento il 14 dicembre 2017, la legge 219 del 22 dicembre 2017 prevede la possibilità – in previsione di un'eventuale futura incapacità di autodeterminarsi e dopo avere acquisito adeguate informazioni mediche sulle conseguenze delle proprie scelte – di esprimere le proprie volontà in materia di trattamenti sanitari: il proprio assenso o dissenso su accertamenti diagnostici, scelte terapeutiche e singoli trattamenti sanitari.

Siamo da poco entrati nel 2019 e, nonostante la legge sia in vigore a pieno titolo, diversi ostacoli e gravi carenze strutturali impediscono l’effettiva applicazione della legge: ancora in pochi oggi sanno cos’è il testamento biologico, le procedure per le dichiarazioni anticipate di trattamento (Dat) non sono chiare e manca una Banca dati nazionale.

Se si ripercorrono i fatti del 2018 relativi all’emanazione dei decreti applicativi della legge 219/2017, possiamo constatare che molte delle scadenze previste non sono state rispettate e c’è molta confusione e perplessità tra i cittadini e tra chi nella pubblica amministrazione è responsabile dei servizi per la raccolta delle dichiarazioni anticipate di trattamento (Dat).

Cosa è stato fatto?

Secondo l’articolo 4 comma 8 della legge 219/2017, la prima scadenza prevista dalla legge era quella dell’1° aprile dello scorso anno, data entro la quale “il Ministero della Salute, le Regioni e le Aziende sanitarie provvedono a informare della possibilità di redigere le DAT” anche attraverso i rispettivi siti internet. La data è stata sì rispettata dal Ministro Giulia Grillo, ma l’azione dell’ “informare” indicata dal legislatore si è limitata alla sola pubblicazione della notizia sul sito internet del Ministero, mentre un tema così cruciale e complesso necessitava, a mio avviso, di una vera e propria campagna di comunicazione.

Ancora più grave è lo stato dell’istituzione della Banca dati delle Dat, che oggi non ha ancora visto luce.

La Legge di Bilancio pluriennale 2018-2020 ha finanziato con 2 milioni di euro l’istituzione di un registro nazionale dei testamenti biologici e all’articolo 1 comma 419 ha previsto che “entro centottanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge” il Ministero della Salute doveva emanare un decreto per stabilire “le modalità di registrazione delle DAT presso la banca dati”. Tutto questo non è ancora stato fatto.

Con il Decreto direttoriale del 22 marzo 2018, il Ministro della Salute, che era all’inizio del suo mandato, ha istituito un Gruppo di lavoro comprendente rappresentanti del Ministero, delle Regioni e dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali, per realizzare la Banca dati delle Dat, entro il 30 giugno 2018, data di scadenza per l’emanazione del Decreto istitutivo da parte del Ministero.

Il parere del Consiglio di Stato

Il 31 luglio 2018 il Consiglio di Stato, sollecitato dal Ministero della Salute il 22 giugno su alcuni quesiti posti dal Gruppo di lavoro, si è espresso in modo chiaro nel documento Numero 01991/2018, Oggetto: Richiesta parere in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento. (Fonte: Ministero della Salute)

In risposta al primo quesito sull'inclusione delle Dat nel database nazionale, il Consiglio di Stato, ha ritenuto che la banca dati nazionale – proprio perché le relative informazioni possano essere conosciute sull’intero territorio del Paese – su richiesta dell’interessato deve contenere copia delle Dat, compresa l’indicazione del fiduciario, salvo che il dichiarante non intenda indicare soltanto dove esse sono reperibili.

Tale registro, osserva il Consiglio di Stato, “non può limitarsi a contenere la semplice annotazione o registrazione delle Dat comunque esistenti; al contrario, tale registro nazionale deve svolgere l’importante compito di dare attuazione ai principi costituzionali prima ricordati – in un quadro di competenze legislative statali che per questo aspetto sono di tipo esclusivo – anche raccogliendo le Dat, consentendo, in tal modo, che le stesse siano conoscibili a livello nazionale ed evitando che abbiano una conoscibilità circoscritta al luogo in cui sono state rese. Il che vanificherebbe, con tutta evidenza, l’applicazione concreta della normativa”. (Fonte: Il sole 24 ore)

Sulla questione se il registro nazionale debba essere aperto anche a tutti coloro che non sono iscritti al Servizio Sanitario Nazionale, il Consiglio di Stato “è dell’opinione che i principi costituzionali vadano nella direzione di imporre una lettura estensiva, aprendo il registro nazionale anche a tutti coloro che non sono iscritti al Ssn. La tutela costituzionale garantita a questo diritto, infatti, non permette di subordinare il riconoscimento alla suddetta iscrizione”.

Il terzo quesito riguarda la possibile standardizzazione delle Dat. A questo proposito i giudici amministrativi ribadiscono che le Dat non hanno alcun vincolo di contenuto: “l’interessato deve poter scegliere di limitarle solo ad una particolare malattia, di estenderle a tutte le future malattie, di nominare il fiduciario o di non nominarlo, ecc. Spetterà al Ministero della Salute mettere a disposizione un modulo-tipo per facilitare il cittadino a rendere le Dat”. Per il Consiglio di Stato può essere utile un atto di indirizzo eventualmente adottato all'esito di un tavolo tecnico con il Ministero della Giustizia, il Consiglio nazionale del notariato e il Ministero dell’Interno “che indichi alcuni contenuti che possono essere presenti nelle Dat, allo scopo di guidare gli interessati sulle scelte da effettuare. Spetterà poi al Ministero di mettere a disposizione un modulo tipo, il cui utilizzo è naturalmente facoltativo, per facilitare il cittadino, non necessariamente esperto, a scrivere le proprie Dat”. (Fonte: Il sole 24 ore)

La quarta domanda del ministero della Salute riguarda la possibilità di chi dispone le proprie Dat di dichiarare di aver acquisito adeguate informazioni mediche sulle conseguenze delle sue scelte. A tale quesito il Consiglio di Stato risponde che “poiché le Dat servono ad orientare l’attività del medico, è necessario che ci sia certezza sulla corretta formazione della volontà del dichiarante. Conseguentemente occorre che tale circostanza venga attestata, magari suggerendola nel modulo-tipo facoltativo che verrà predisposto dal Ministero della salute”. (Fonte: Il sole 24 ore)

L'ultimo quesito chiede chi possa accedere alla banca dati. La risposta è che alle Dat può accedere il medico e il fiduciario sino a quando è in carica.

Cosa si sta facendo?

Il 14 settembre 2018 è stato approvato dalla Camera dei Deputati un Ordine del Giorno che impegna il Governo “ad attivarsi per provvedere, nel più breve tempo possibile alla realizzazione della Banca dati Nazionale così come previsto dai commi 418-419 della legge n. 205 del 2017” e “a promuovere campagne di informazione e di sensibilizzazione a carattere nazionale e regionale dirette a diffondere una maggiore conoscenza dei contenuti previsti dalla normativa in vigore ed in particolare dalla possibilità di redigere le Dat”. (Fonte: Associazione Luca Coscioni)

Il 18 ottobre 2018, sollecitato da un’interrogazione, il sottosegretario di Stato per la salute Armando Bartolazzi ha informato “che la bozza di decreto elaborata dal Ministero della Salute, nell’ottica di una più ampia condivisione di nuovi adempimenti previsti che graveranno anche su soggetti esterni, è stata condivisa proprio negli scorsi giorni con i principali stakeholder istituzionali, ai quali è stato richiesto di fornire in tempi brevi le loro eventuali osservazioni”. Ciò è stato ritenuto necessario dal Ministero “per coinvolgere i principali destinatari delle indicazioni operative contenute nel decreto ministeriale in modo da assicurarne una volta approvato la piena operatività”. Successivamente lo schema di decreto, secondo quanto previsto nella scorsa legge di bilancio, “dovrà essere sottoposto all’intesa presso la Conferenza permanente per i rapporti tra Stato, le Regioni e le Province autonome di Trento e Bolzano, previa acquisizione del parere favorevole dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali”. (Fonte: Associazione Luca Coscioni).

Insomma, come si può facilmente comprendere, il ritardo nel rispettare un diritto civile così importante, il diritto di poter scegliere le proprie cure, è ancora grande, soprattutto se ricordiamo che in molti altri Paesi tale diritto è garantito da alcune decine di anni.

Ignazio Marino

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Tue, 12 Feb 2019 16:37:12 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/505/1/il-primo-anno-della-legge-sul-testamento-biologico-cosa-e-stato-fatto-e-cosa-si-sta-facendo info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
Prevenzione e stile di vita: oltre alla sugar tax servono nuovi approcci https://www.profignaziomarino.com/mc/504/1/prevenzione-e-stile-di-vita-oltre-alla-sugar-tax-servono-nuovi-approcci-

L’obesità è uno dei grandi problemi di salute pubblica del terzo millennio. Merendine, bibite zuccherate, snack dolci e altri alimenti in cui spesso lo zucchero è “nascosto”, come cereali e yogurt, uniti a una sempre più crescente sedentarietà, aumentano il rischio di sviluppare malattie cardiovascolari e il diabete di tipo 2.

In Italia tra la popolazione adulta la prevalenza di diabete è pari al 6,3 per cento, ma tra gli adulti obesi, la prevalenza del diabete arriva al 15 per cento. Nella fascia d’età tra i 45 e i 64 anni, i soggetti affetti da diabete di tipo 2 e obesità sono il 12 per cento, ma si arriva addirittura al 30,1 per cento tra gli over-75. (Fonte: rapporto Osservasalute 2017)

Ancora più preoccupanti, sono i dati relativi alla popolazione infantile. I dati del sistema di sorveglianza “Okkio alla Salute” promosso dal Ministero della Salute/Centro per il Controllo e la prevenzione della Malattie e coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità rivelano che un bambino italiano su 10 sotto i dieci anni d’età (scuola primaria) è obeso, mentre il 21 per cento è in sovrappeso, con un importante gradiente nord-sud.

Come limitare il consumo di alimenti così dannosi per la salute e così presenti oggi nella dieta di molti, soprattutto bambini? In alcuni paesi del mondo esiste già da tempo una tassa sugli zuccheri o “sugar tax” con l’obiettivo di limitare il consumo degli alimenti, soprattutto bevande, ad alto indice glicemico.

L’ultimo paese ad introdurla è stato il Regno Unito che ha proposto una tassazione incrementale – circa 0,20 € per le bevande con 5-8 grammi di zucchero/100 ml e 0,27 € per quelle con un contenuto superiore a 8 grammi/100 ml – con l’obiettivo di far ridurre il consumo e incentivare le industrie produttrici a ridurre il contenuto di zuccheri nelle bevande.

L’introduzione della sugar tax in Italia è stata promossa dal Fatto Alimentare in una lettera aperta al Ministero della Salute, alla quale anche la Società Italiana di Diabetologia ha dato la sua adesione. (Fonte: Fatto Alimentare)

“L’appello che rivolgiamo al Ministro della Salute – si legge nel testo della lettera aperta del Fatto Alimentare – è di promuovere una legge per tassare del 20% le bevande zuccherate con valori progressivi come prevede la norma inglese “Soft Drinks Industry Levy”, e porre precise restrizioni alla pubblicità di prodotti destinati ai bambini con un profilo nutrizionale sbilanciato. Se consideriamo la probabile riduzione dello zucchero nelle bevande prima dell’entrata in vigore del provvedimento come è successo in Gran Bretagna, in Italia è ragionevole ipotizzare un introito derivante dalla sugar tax di circa 240 milioni euro l’anno”.

“Questa somma – conclude la lettera – dovrebbe essere utilizzata per avviare seri programmi di educazione alimentare e promuovere modelli più salutari, ad esempio sotto forma di riduzioni delle tasse per alimenti bilanciati ispirandosi, ancora una volta, al modello inglese “Soft drinks industry levy”. C’è spazio anche per campagne pubblicitarie in tv e nelle scuole, per sconti alle famiglie con problemi economici sul prezzo dei pasti distribuiti a scuola, per programmi di avvio allo sport nelle scuole”.

Una proposta di tassa sulle bevande gassate è stata presentata in un emendamento alla Legge di Bilancio: mezzo centesimo per ogni grammo di zucchero presente, in linea con la tassazione di altri Paesi europei.

Diverse sono state le proposte per utilizzare i proventi della tassa. La tassa sulle bevande zuccherate potrebbe garantire la copertura necessaria per l'esclusione del regime Irap per le partite Iva fino a 100 mila euro. Ma forse il miglior utilizzo di quelle risorse è creare un fondo per l'obesità infantile.

A metà novembre la tassa sulle bevande gassate è stata bocciata dalla Lega. La posizione leghista, evidentemente collegata a valutazioni di carattere politico, non è l’unica voce di dissenso. Sono diverse le posizioni scettiche nei confronti di questo tipo di tassa.

Certamente esistono evidenze empiriche che ne collegano gli effetti a sensibili riduzioni delle vendite e quindi del consumo, ma ci vorrà tempo per accertare un reale miglioramento della salute della popolazione.

Le bibite gassate rappresentano solo una piccola parte degli alimenti a rischio. Cibi pieni di sale, zuccheri e grassi trans, quasi tutti di produzione industriale, sono acquistabili ai prezzi più bassi del mercato e disponibili pressoché ovunque, già pronti e immediatamente consumabili.

Le analisi e i contributi di alcuni esperti dimostrano che una tassa che comporti un’imposizione selettiva sulle abitudini alimentari, se utilizzata al di fuori di un quadro coordinato di specifiche azioni multidisciplinari, non sembra raggiungere l’obiettivo prefissato perché il consumo si sposta su altri alimenti altrettanto nocivi.

Io ritengo che per ridurre l’obesità più che un’imposta servano nuovi approcci che spingano i cittadini a modificare le loro scelte alimentari, basati su evidenze epidemiologiche e una forte collaborazione tra gli attori principali.

La sugar tax potrebbe essere inserita all’interno di una pianificazione più ampia che comprenda incentivi per i cibi più utili alla salute, in linea con le indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Per esempio, circa un quarto degli italiani che dichiara di non mangiare abbastanza frutta fresca, ne mangerebbe di più se costasse un po’ meno, e circa un quinto farebbe la stessa cosa con la verdura e gli ortaggi. (Fonte: Censis)

Studi epidemiologici rivelano che le modalità d’insorgenza e sviluppo dell’obesità si realizzano in zone urbane e sub-urbane a basso reddito e che il fattore ambientale è cruciale per l’obesità infantile.

Un ruolo di grande rilevanza potrebbe essere giocato dalle Asl nell’intercettazione e il monitoraggio delle aree di disagio, ponendo così le basi per la realizzazione di modelli atti a influenzare positivamente le abitudini alimentari dei più giovani.

Ritengo che sia inoltre necessaria la collaborazione con le industrie per un miglioramento sulla composizione dei prodotti e per rimodulare le attività di comunicazione commerciale.

Ignazio Marino

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Tue, 5 Feb 2019 17:21:22 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/504/1/prevenzione-e-stile-di-vita-oltre-alla-sugar-tax-servono-nuovi-approcci- info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
La co-creazione nella progettazione di sistemi sanitari sostenibili ed efficienti https://www.profignaziomarino.com/mc/503/1/la-co-creazione-nella-progettazione-di-sistemi-sanitari-sostenibili-ed-efficienti

Il 23 dicembre 1978, quarant’anni fa, in Italia, entrava in vigore la legge 833 che ha istituito il Servizio sanitario nazionale (SSN), il primo servizio universalistico di garanzia delle cure voluto dal Ministro della Sanità Tina Anselmi.

Dal 1978 al 2016 la speranza di vita degli italiani è salita di 11 anni (da 73,7 a 84,5 anni) e la mortalità materna e infantile sono crollate significativamente, passando quest’ultima dal 16 al 3 per mille. Nessun Paese europeo ha sperimentato un cambiamento simile. Col SSN, l’Italia è entrata nel novero dei Paesi più avanzati al mondo per i livelli di assistenza erogati alla popolazione.

Oggi il Sistema sanitario nazionale italiano è in crisi e, ciò nonostante, è il quarto migliore al mondo. Le criticità che si dovranno affrontare per mantenere un servizio adeguato sono molte: finanziamenti insufficienti, disomogeneità territoriale dei servizi e delle cure forniti (soprattutto tra Nord e Sud), l’invecchiamento della popolazione e il conseguente aumento delle cronicità e all’arrivo sul mercato di farmaci innovativi e tecnologie ad altissimo costo che metteranno ulteriormente alla prova la sostenibilità complessiva del Sistema.

In tutto il mondo vi è una crescente consapevolezza della necessità di adeguare i sistemi di assistenza sanitaria e prepararli ad affrontare le sfide del XXI secolo. Una risposta a queste sfide potrebbe essere un approccio collaborativo tra le parti per affrontare i problemi da più punti di vista, creando sistemi sanitari più inclusivi ed efficienti.

In un paese dalle tante contraddizioni come gli Stati Uniti, in cui coesistono le più avanzate tecnologie mediche e gran parte della popolazione che non ha accesso neanche alle cure di base, si sta parlando di un approccio che potrebbe essere utile per delineare un nuovo corso, più accessibile, per la Sanità statunitense e, in generale, utile per affrontare le molteplici sfide che affliggono i sistemi sanitari contemporanei.

Questo nuovo approccio viene definito “co-creazione dei sistemi sanitari” e consiste nel coinvolgimento di istituzioni, professionisti della salute, pazienti, fornitori e altre parti interessate in nuovi ruoli, relazioni e pratiche collaborative, processi decisionali condivisi e attività interprofessionali e multidisciplinari. Un esempio è la cooperazione tra medici, infermieri, dietologi, podologi e altri professionisti nella cura dei pazienti con diabete. (Fonte: AMA Journal of Ethics)

Un forma di co-creazione è quella che cerca di estendere il ruolo dei pazienti o degli utenti dei servizi nei contesti clinici e fuori, incoraggiando la loro partecipazione ai processi di cura o alla progettazione di servizi. Un esempio di questo viene dal Regno Unito, dove nel contesto del Servizio sanitario nazionale, alcuni pazienti con patologie croniche sono stati incoraggiati all’ “autogestione”, a prendere parte in alcuni processi decisionali e a gestire un budget per le cure personali.

La co-creazione può anche comportare cambiamenti strutturali di ampia portata, come le partnership che mettono insieme ruoli clinici e istituzionali, per esempio situazioni in cui professionisti da diverse discipline si riuniscono per lavorare con professionisti del settore pubblico o soggetti interessati della comunità.

Ma quali potrebbero essere le difficoltà di tale approccio?

Un problema potrebbe essere riuscire a trovare un terreno comune di azione tra coloro che sono coinvolti nella co-creazione di processi sanitari e nella progettazione di servizi. Le persone coinvolte potrebbero infatti avere idee diverse.

Raggiungere, gestire e mantenere una certa convergenza di scopi e di valori è quindi una sfida chiave per la co-creazione di sistemi sanitari. Per questo è fondamentale che sia presente un organismo centrale, come potrebbe essere, per esempio, il Ministero della Salute in Italia, che detti le linee guida e gli obiettivi da perseguire.

Un altro fattore da tenere in considerazione è la diversità dei contesti, sia per quanto concerne le condizioni politiche, economiche e socioculturali, sia riguardo alla disponibilità dei pazienti e alle loro effettive capacità di partecipare ai processi decisionali.

Tenendo conto di tali diversità, la co-creazione dovrebbe coinvolgere i cittadini, i pazienti, gli operatori sanitari, i responsabili delle politiche sanitarie e le altre parti interessate, e riunirli per discutere i punti chiave dell’impostazione dell'agenda sanitaria.

Negoziare i processi di partecipazione e rappresentanza sarà quindi una sfida chiave per coloro che cercheranno di promuovere la co-creazione dei sistemi sanitari. Saranno necessari approcci alla valutazione che bilanciano le diverse opinioni e gli interessi di più gruppi.

Inoltre, la co-creazione potrebbe trasformare il ruolo professionale dei medici, sfidandoli a confrontarsi con prospettive diverse all'interno e all'esterno del contesto clinico. Per esempio, quando i pazienti presentano complicate comorbilità fisiche e mentali che sono causate e sostenute da condizioni economiche e sociali avverse, un'assistenza efficace potrebbe richiedere una combinazione di contributi medici, psichiatrici e di assistenza sociale.

Offrendo ai medici la possibilità di riconsiderare gli scopi della loro professione e ai pazienti di far sentire la loro voce, la co-creazione potrebbe essere una nuova piattaforma comune per considerare la medicina in termini molto più ampi di quelli attuali, combattere le disuguaglianze sociali e trasformare le inadeguatezze dei sistemi sanitari di vecchia data.

Ignazio Marino

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Fri, 1 Feb 2019 18:14:26 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/503/1/la-co-creazione-nella-progettazione-di-sistemi-sanitari-sostenibili-ed-efficienti info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
Legge di bilancio 2019: le misure per università, ricerca e sanità https://www.profignaziomarino.com/mc/502/1/legge-di-bilancio-2019-le-misure-per-universita-ricerca-e-sanita

Domenica 30 dicembre con 313 voti favorevoli e 70 contrari, la Camera ha approvato in via definitiva il disegno di legge sul Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2019 e bilancio pluriennale per il triennio 2019-2021.

Quest’anno la finanziaria arriva in un clima particolarmente teso e su uno sfondo di scontri in Aula e polemiche. Le opposizioni hanno contestato un fatto molto grave, che la versione finale della legge di bilancio, presentata a ridosso del voto di fiducia, non sia stata esaminata né votata in Parlamento. In altre parole il testo non è un prodotto del dibattito e del confronto parlamentare come prevede la nostra Costituzione, ma è stato scritto dal Governo evitando qualunque modifica dal Parlamento, che nel nostro sistema istituzionale rappresenta la sovranità popolare.

Premesso che mi trovo d’accordo con chi denuncia le modalità assolutamente poco conformi a un Paese democratico con cui si è presentata la Legge di Bilancio in Senato e alla Camera dei Deputati, vorrei qui passare in rassegna i capitoli del testo su università, ricerca e sanità, settori di cui mi occupo nel mio lavoro.

 

Università e ricerca

Per i prossimi tre anni, il Governo ha previsto 40 milioni per il Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) nel 2019, 7,450 milioni di euro nel 2019, 7,617 milioni nel 2020 e 7,678 milioni nel 2021. Altri 10 milioni andranno invece al Fondo per gli Enti di ricerca (FOE), 1,803 milioni nel 2019, e altrettanti per finanziare il diritto allo studio, 246 milioni a fronte dei 236 del 2018. Il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) avrà un contributo straordinario di 30 mln annui per 10 anni, dal 2019 al 2028.

Rimaniamo molto lontani dai livelli di finanziamento necessari per raggiungere lo standard di altri Paesi eurpoei, come Francia, Germania e Regno Unito. La ricerca dovrebbe costituire uno dei principali obiettivi di sviluppo in un Paese del G7 come l’Italia.

Per quanto riguarda le nuove assunzioni in Università, gli Atenei virtuosi (quelli con una spesa di personale inferiore all’80% e un indicatore di sostenibilità economico-finanziaria superiore a 1) potranno superare il tetto massimo del 110% e andare così oltre il normale turn over.

(Fonte: MIUR)

Sempre in tema di assunzioni, particolarmente controverso è stato il provvedimento che pospone al 1 dicembre 2019 l’assunzione a tempo indeterminato nelle Università. Il comma 208 bis della manovra specifica che “per l’anno 2019, la Presidenza del Consiglio dei Ministri, i Ministeri, gli Enti pubblici non economici, le Agenzie fiscali e le Università, in relazione alle ordinarie facoltà assunzionali riferite al predetto anno, non possono effettuare assunzioni di personale a tempo indeterminato con decorrenza giuridica ed economica anteriore al 15 novembre 2019”.

Il testo ha inizialmente preoccupato gli atenei e in particolare gli oltre 1200 ricercatori di Tipo B (RTDb) assunti con la legge Gelmini (n. 240/10 del 30 dicembre 2010 all’articolo 24) nel 2016. Contratti triennali non rinnovabili e che, quindi, scadono proprio nel 2019.

“Come hanno fatto a risparmiare in questi anni le Università? Hanno assunto i propri ricercatori”, è intervenuto Giandomenico Dodaro, rappresentante dei ricercatori della Bicocca di Milano. “Se fino al 16 novembre 2019 viene tutto congelato, gli atenei dovranno pagare gli esterni per le docenze”.

Successivamente il Ministro Lorenzo Fioramonti in un post su Facebook ha precisato che saranno bloccate per 11 mesi le prese di servizio a tempo indeterminato su punti organico del contingente 2019, non di quelli precedenti. Di conseguenza, sono esclusi dal blocco i ricercatori a tempo determinato di tipo B e coloro che da ricercatore di tipo B avendo conseguito l’abilitazione passano a professore associato. Sono esclusi inoltre tutti i contratti a tempo determinato (ricercatori di tipo A) e tutti i vincitori di concorsi in atto che utilizzano punti organico assegnati precedentemente.

Il blocco però ha conseguenze anche sui docenti: se l’abilitazione scade dopo il 16 novembre, cioè al termine del periodo fissato dal comma, possono partecipare ai concorsi. Ma se l’abilitazione scade durante il blocco, dovranno aspettare i tempi della burocrazia per richiederla.

 

Sanità

Per il Servizio Sanitario Nazionale (Ssn) verranno stanziati 114,439 miliardi per il 2019.

Verranno incrementate sia le borse di studio in medicina generale che i contratti di specializzazione, e vi sarà la possibilità di assumere nel Ssn i medici specializzandi giunti all'ultimo anno di specializzazione.

Tra le misure da segnalare vi è un programma di interventi per la ristrutturazione dell’edilizia sanitaria e l’ammodernamento tecnologico, che passa da 26 a 28 miliardi di euro, e 150 milioni nel 2019 e 100 l'anno nel 2020-21 per implementare il sistema di prenotazione elettronica e ridurre i tempi di attesa.

Nel 2019 verranno stanziati 5 milioni di euro per gli Istituti di ricovero e cura di carattere scientifico delle rete oncologica del ministero della Salute e altri 5 milioni per gli Irccs della Rete cardiovascolare, e un contributo di 5 milioni di euro per il 2019 e 10 mln di euro per ciascuno degli anni 2020 e 2021 a favore del Centro nazionale di adroterapia oncologica (Cnao).

Si autorizza la spesa di 400 mila euro annui dal 2019 per l'istituzione presso il Ministero della salute di una banca dati destinata alla registrazione delle disposizioni anticipate di trattamento sanitario (Dat). (Fonte: Quotidiano Sanità).

Rimane aperto il gravissimo problema della continua riduzione del personale sanitario in tutto il nostro Paese. Il Servizio Sanitario Nazionale è un bene prezioso che spesso diamo per scontato quando ne usufruiamo. Invece non è così. Come ben sappiamo in Paesi molto ricchi come gli USA milioni di persone non hanno ancora diritto all’accesso a tutte le cure. In Italia abbiamo celebrato nel 2018 i 40 anni dalla nascita del Servizio Sanitario Nazionale ad accesso universale, ma la situazione attuale è grave: il personale responsabile della somministrazione delle cure sta diminuendo a causa dei pensionamenti e delle mancate assunzioni, al punto che avremo nei prossimi anni una carenza di decine di migliaia di medici e infermieri nei servizi pubblici. Se non si porrà rimedio a questo processo le differenze nell’accesso alle cure diverranno drammatiche anche in Italia.

Riguardo alle assunzioni in Sanità, il comma 687 della manovra prevede che “La dirigenza amministrativa, professionale e tecnica del Servizio Sanitario Nazionale, in considerazione della mancata attuazione nei termini previsti della delega di cui all'articolo 11 comma 1, lettera b), della legge 124 del 7 agosto 2015, rimane nei ruoli del personale del Servizio Sanitario Nazionale. Con apposito Accordo, ai sensi dell'articolo 40, comma 2, del decreto legislativo n. 165 del 2001, tra Aran e Confederazioni sindacali si provvede alla modifica del Contratto collettivo quadro per la definizione delle aree e dei comparti di contrattazione per il triennio 2016-2018 del 13 luglio 2016.”

Per la Confederazione sindacale dei medici e dirigenti e per la Federazione dei Dirigenti e Direttivi degli Enti territoriali e della Sanità, il comma 687, lungi dall’avere carattere finanziario, pretende di mettere indebitamente in discussione l'attuale assetto dei contratti nazionali di lavoro. Una norma, insomma, che rischia anche di far saltare il rinnovo dei contratti di lavoro.

Ignazio Marino

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Mon, 28 Jan 2019 16:55:38 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/502/1/legge-di-bilancio-2019-le-misure-per-universita-ricerca-e-sanita info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
e-Health Code of Ethics, per una corretta informazione medica online https://www.profignaziomarino.com/mc/501/1/e-health-code-of-ethics-per-una-corretta-informazione-medica-online

La rete è oggi un bacino di contenuti infinito in cui si possono trovare moltissime informazioni su argomenti di medicina di vario genere, comprensibili da tutti. Non parlo di articoli scientifici, ma di quei siti, blog, pagine social che divulgano informazioni mediche, offrono assistenza sanitaria personalizzata, o vendono prodotti e servizi.

Questi “contenitori” di informazioni sono oggi molto utilizzati dalle persone, purtroppo anche in modo eccessivo da tanti, che spesso, complici alcuni medici poco inclini all’ascolto e all’empatia, perdono la fiducia nel colloquio con il medico.

Io credo che Internet e in generale le tecnologie informatiche, che oggi rappresentano la quotidianità della nostra vita iperconnessa, in medicina potrebbero essere strumenti molto utili per le persone, purché non sostituiscano una visita reale con il medico o lo specialista.

Piattaforme online ben strutturate, curate nei contenuti e di facile accesso consentirebbero la diffusione delle conoscenze di base necessarie per meglio orientarsi nella scelta di un percorso terapeutico, per riconoscere e distinguere le cosiddette “bufale” dalle teorie scientificamente provate e per adottare stili di vita sani e prevenire le malattie croniche, che oggi sono la maggiore causa di morte nei paesi ad alto indice di sviluppo.

Per far sì che questi strumenti siano divulgatori di una corretta informazione scientifica, trovo che sia necessario che tutte le piattaforme che trattano di medicina adottino delle semplici “buone maniere”, come quelle descritte nel “e-Health Code of Ethics”.[1]

Pubblicato nel 2000, e ancora straordinariamente attuale, l’ “e-Health Code of Ethics” è codice che sintetizza in 8 punti le regole fondamentali per una buona comunicazione medica su Internet.

Il codice è il risultato del “eHealth Ethics Summit”, che fu convocato a Washington DC tra il 31 gennaio 2000 e il 2 febbraio 2000, organizzato dalla Internet Healthcare Coalition e ospitato World Health Organisation/Pan-American Health Organisation (WHO/PAHO), a cui presero parte circa 50 esperti provenienti da tutto il mondo.

L’obiettivo di chi scrisse il Codice era di garantire che le persone, in tutto il mondo, potessero tranquillamente e senza rischi usufruire di tutti gli strumenti messi a disposizione su Internet per migliorare la propria salute.

Nella premessa dello studio si legge che «Internet sta cambiando il modo in cui le persone danno e ricevono informazioni mediche e assistenza sanitaria. Tutte le persone che utilizzano Internet per ragioni legate alla salute – pazienti che cercano informazioni, operatori sanitari e amministratori, ricercatori, coloro che vendono prodotti o servizi sanitari e altre parti interessate – dovranno adoperarsi per creare un ambiente sicuro e sfruttare positivamente il grande potenziale che ha la rete per soddisfare le esigenze di assistenza e consulenza sanitaria».

Riporto in breve gli 8 punti fondamentali del “e-Health Code of Ethics”. Ritengo che possa essere una guida utile sia per chi crea e diffonde contenuti di argomenti medici e sanitari, sia per chi li utilizza, per essere consapevole della qualità e veridicità di ciò legge e dei rischi che si possono incontrare.

Mi auguro che queste regole fondamentali vengano lette e condivise da chi si occupa di informazione sanitaria online, per far sì che sia sempre più diffuso un approccio corretto alla fruizione e condivisione in rete di contenuti di medicina.

1. Sincerità

Fornire quelle informazioni che possono incidere sulla comprensione e sull’uso del sito o sull’uso di un prodotto o di un servizio da parte dell’utente.

Le persone che utilizzano Internet per ragioni mediche devono poter essere in grado di giudicare da soli se i siti che visitano e i servizi che usano sono credibili e affidabili.

 

2. Onestà

Essere veritieri e non ambigui.

Le persone che cercano informazioni mediche in rete devono riconoscere che le descrizioni dei prodotti o servizi sono attendibili e che le informazioni che ricevono non sono presentate in maniera fuorviante.

Gli utenti devono poter distinguere nettamente i contenuti il cui scopo è promuovere o vendere un prodotto, un servizio o un ente dai contenuti formativi o scientifici.

 

3. Qualità

Fornire informazioni mediche che siano accurate, facili da capire e aggiornate.

Per fare scelte oculate sulla loro salute, le persone devono e hanno il diritto di presumere che i siti daranno loro informazioni accurate, ben argomentate, convalidate da studi scientifici, e prodotti e servizi di alta qualità.

Le informazioni e i servizi devono essere comprensibili per gli utenti e facili da utilizzare.

I siti che forniscono informazioni principalmente a scopo didattico o scientifico devono garantire l'indipendenza delle loro politiche e pratiche editoriali, assicurando che solo gli editori di contenuti del sito determinano il contenuto e hanno l'autorità per rifiutare la pubblicità che ritengono inappropriata.

Gli utenti hanno il diritto di presumere che l’informazione che ricevono è aggiornata.

Fornire le informazioni necessarie agli utenti per far sì che abbiano una loro opinione in merito alle informazioni, ai prodotti o ai servizi sanitari forniti dal sito.

Le persone devono essere in grado di giudicare da sole la qualità delle informazioni sanitarie che trovano su Internet. I siti devono descrivere in modo chiaro e preciso come viene sviluppato il contenuto.

 

4. Consenso informato

Rispettare il diritto degli utenti di determinare se e come i loro dati personali possono essere raccolti, utilizzati o condivisi.

Le persone che utilizzano Internet per motivi di salute hanno il diritto di essere informati che i loro dati personali possono essere raccolti e di scegliere se dare il consenso o meno affinché i loro dati personali siano raccolti, utilizzati o condivisi. Inoltre, hanno il diritto di essere informati, di poter scegliere, consentire e controllare quando e come sono coinvolti attivamente in una relazione commerciale.

I siti non devono raccogliere, utilizzare o condividere dati personali senza il consenso dell'utente.

I siti “e-commerce” hanno l'obbligo di informare gli utenti quando stanno per avviare una transazione commerciale e di ottenere il consenso specifico degli utenti per partecipare a tale transazione.

 

5. Privacy

Rispettare l’obbligo di proteggere la privacy dell’utente.

Le persone che utilizzano Internet per motivi di salute hanno il diritto che i dati personali da loro forniti siano mantenuti riservati. In particolare, i dati sulla salute personale possono essere molto confidenziali e le conseguenze di una divulgazione inappropriata possono essere gravi.

 

6. Professionalità nell’assistenza medica online

Rispettare gli obblighi etici fondamentali nei confronti delle persone e dei pazienti.

Informare e istruire le persone e i pazienti sui limiti dell'assistenza sanitaria online.

Internet può essere un potente strumento per aiutare a soddisfare le esigenze di assistenza sanitaria dei pazienti, ma gli utenti devono essere informati anche sui suoi limiti.

 

7. Associarsi responsabilmente

Garantire che le organizzazioni e i siti con cui ci si associa siano affidabili.

 

8. Responsabilità

Dare la possibilità agli utenti di fornire dei feedback riguardo al sito.

Gli utenti devono essere certi che le organizzazioni e gli individui che forniscono informazioni, prodotti o servizi sanitari su Internet tengano seriamente conto delle preoccupazioni degli utenti e che i siti operino in buona fede per garantire che le loro pratiche siano eticamente valide.

I siti dovrebbero incoraggiare gli utenti a inviare una segnalazione ai responsabili del sito o ai rappresentanti del servizio se ritengono che i partner commerciali o non commerciali di un sito o gli affiliati, inclusi i siti ai quali vengono forniti link, possano violare la legge o i principi etici.

Monitorare la propria conformità con “e-Health Code of Ethics”.

I siti “e-Health” dovrebbero descrivere chiaramente le loro politiche di auto-monitoraggio e incoraggiare la risoluzione dei problemi tra il personale del sito e gli utenti.

Ignazio Marino


[1]
Rippen H, Risk A
e-Health Code of Ethics (May 24)
J Med Internet Res 2000;2(2):e9
URL: https://www.jmir.org/2000/2/e9
DOI: 10.2196/jmir.2.2.e9
PMID: 11720928
PMCID: PMC1761853

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Tue, 22 Jan 2019 17:32:49 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/501/1/e-health-code-of-ethics-per-una-corretta-informazione-medica-online info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
La terza vita di Ignazio Marino fuori dalla politica e dall’Italia https://www.profignaziomarino.com/mc/500/1/la-terza-vita-di-ignazio-marino-fuori-dalla-politica-e-dall-italia

Da Giuliano Longo

Venivamo da Washington dove il braccio di ferro fra Trump e  la maggioranza democratica al Congresso ha praticamente desertificato tutta la parte monumentale e museale della capitale Usa. Per ora con effetti  ridotti, ma come ci ha spiegato un operatore alberghiero, con sicuri effetti devastanti per il turismo, se lo shutdown si protrarrà.  

Senza considerare che il turismo di Washington è anche quello di migliaia di cittadini Usa che  vengono anche da distanze enormi migliaia di chilometri per vedere le loro istituzioni e ripercorrere la storia della loro democrazia. Il Campidoglio con la grande statua di Lincoln, i memorials dei caduti nelle varie guerre, l’enorme complesso  museale dello Smithsonian Institute. 

America first, ma per  ora con i servizi federali, ministeri compresi, bloccati la Capitale innevata attende tempi migliori dopo questo shutdown che si delinea fra i più lunghi della storia Usa. Sconcertati ce ne andiamo a Philadelphia, Philly detta comunemente. Due ore di treno fra panorami non certo esaltanti e nomi di città stranote come Baltimora, con l’arrivo a una stazione che nulla a che vedere con la neoclassica e unica Union station di Washington. 

Siamo sempre nella east coast ma l’eleganza e il prestigio della Capitale appaiono più lontani dei 200 chilometri che separano le due città.

A Philly oggi vive e lavora (anzi è tornato dopo la sua  parentesi politica di senatore della Repubblica e sindaco di Roma ) Ignazio Marino. L’obiettivo era quello di una intervista a cinquequotidiano.it che il professore conosce, ma lui ci obietta che ormai ha cambiato vita (la sua terza vita lontana dall’Italia e dalla politica come l’ha definita mesi fa con una  intervista a Vanity Fair), ma soprattutto perché non dispone di elementi sufficientemente attendibili per giudicare quanto sta avvenendo a Roma. “Perdoni il ritardo nel risponderle ma mi ha colto in un momento di intensa attività” ci scrive “per quanto riguarda l’intervista non vivo più a Roma dal 2016 e quindi mi sentirei a disagio a scrivere valutazioni non conoscendo nel dettaglio la situazione amministrativa della Capitale”, tuttavia promette di collaborare con la nostra testata su temi anche particolarmente  attinenti ai suoi nuovi incarichi.

Il professore ci spiega che dopo la conclusione della sua esperienza in Campidoglio, ha ripreso i contatti con la Thomas Jefferson University di Philadelphia, dove aveva mantenuto la cattedra, pur senza compenso. Dall’inizio del 2017 è quindi Senior Vice President per gli Affari Strategici: si occupa di didattica, di ricerca, di programmi internazionali, ma soprattutto continua a lavorare nella medicina, impegnato da sempre nei trapianti d’organi.

Ricordiamo che ai trapianti ha dedicato una intera vita professionale lavorando  nei centri di Cambridge, di Pittsburgh e di Filadelfia. 

Da questo osservatorio privilegiato  ha deciso di intervenire a sostegno della battaglia di Marco Galbiati, perché su base reciprocamente volontaria, le famiglie del donatore e quella del ricevente di organi possano conoscersi.  

Oltre i normali impegni ospedalieri e universitari Marino ha avviato un percorso di Laurea in Medicina (del quale pubblichiamo domani un suo   articolo )  nel quale gli studenti trascorreranno 3 anni a Roma, presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore – Policlinico A. Gemelli, e 3 anni  al Thomas Jefferson University Hospital. 

Alla fine del percorso gli studenti  otterranno una doppia laurea e potranno esercitare nei 28 Paesi dell’Unione Europea e nei 50 Stati USA, fatto unico nella storia dei due continenti. 

Inoltre il professore ci segnala che da quando è tornato in Ospedale e all’Università oltre al progetto appena realizzato (dopo due anni di lavoro) della doppia laurea in Medicina e Chirurgia,  si va concretizzando  il Global Kidney Exchange. In pratica molti pazienti con insufficienza renale vivono dipendendo da tre sedute di dialisi ogni settimana che hanno un impatto devastante sulla loro vita. Molti di essi avrebbero la disponibilità di un familiare o di un caro amico che donerebbe volentieri un rene per restituire al paziente la pienezza della vita. Purtroppo in molti casi vi è un impedimento insuperabile. 

Qui Marino fa l’esempio di una moglie che volesse donare il proprio rene al marito. Accade spesso che i gruppi sanguigni non coincidano, quindi il trapianto non può essere eseguito. Con l’aiuto di Alvin Roth, premio Nobel per l’Economia nel 2012, è stato possibile sviluppare un complesso algoritmo che in pratica permette di inserire tutti i dati clinici delle coppie con incompatibilità immunologica e in questo modo se una coppia è A e B e un’altra è B e A si può utilizzare il donatore di una coppia per l’altra e si rende così possibile un trapianto che era impossibile.

Il progetto è stato presentato all’Organizzazione Mondiale della Sanità a Ginevra. 

Cosa possa pensare l’ex sindaco e senatore di quanto succede a Roma e in Italia ( siamo convinti che abbia le informazioni e le idee ben chiare) può anche sembrare irrilevante nel diffuso chiacchiericcio politico di questo nostro Paese, ma è ben difficile passare sotto silenzio quanto va facendo a livello internazionale.

Articolo originale su cinquequotidiano.it

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Mon, 21 Jan 2019 19:32:11 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/500/1/la-terza-vita-di-ignazio-marino-fuori-dalla-politica-e-dall-italia info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
Roma e Filadelfia fanno un passo storico per la formazione in medicina https://www.profignaziomarino.com/mc/499/1/roma-e-filadelfia-fanno-un-passo-storico-per-la-formazione-in-medicina

Ignazio Marino è stato determinante nella creazione della prima laurea internazionale in medicina

di Marco Venturini

L'Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma (UCSC) e la Thomas Jefferson University di Filadelfia hanno creato un pionieristico e internazionale programma di laurea in medicina, salutato come il primo del suo genere al mondo.

L'accordo offre agli studenti di medicina della UCSC la possibilità di conseguire un Bachelor of Science presso la Thomas Jefferson University e il dottorato in medicina presso il Sidney Kimmel Medical College dalla Thomas Jefferson University e dalla UCSC, il tutto in sei anni.

Gli attuali percorsi di formazione medica variano notevolmente tra Stati Uniti ed Europa. Gli studenti di medicina negli Stati Uniti devono conseguire una mini-laurea di quattro anni e una laurea in medicina in altri quattro anni per esercitare la professione in America. Mentre gli studenti di medicina in Italia non devono conseguire una mini-laurea e possono conseguire una laurea in sei anni, seguiti da tre mesi di stage seguiti dall’esame di stato.
Anche l'ospedale Policlinico Gemelli di Roma, situato nel campus UCSC, ha firmato l'accordo che offre agli studenti di UCSC l'opportunità di recarsi alla Thomas Jefferson University per soddisfare i requisiti universitari necessari per conseguire una laurea in medicina negli Stati Uniti .

Wanted in Rome ha posto una serie di domande a due dei principali artefici di questo accordo.

Professor Ignazio Marino (Professore di chirurgia, Sidney Kimmel Medical College, Thomas Jefferson University e Vicepresidente senior, Thomas Jefferson University e Jefferson Health).

WiR: qual è il fulcro dell'accordo?

Professor Marino: Nel maggio 2017 la Thomas Jefferson University e l'Università Cattolica del Sacro Cuore (UCSC) hanno firmato un accordo di collaborazione generale, ma l'11 novembre 2018 è stato siglato un accordo molto più concreto per lanciare il cosiddetto programma congiunto Jefferson / UCSC "3 + 3". In base all'accordo, gli studenti che sono iscritti al percorso internazionale di Medicina e Chirurgia in lingua inglese presso l'Università Cattolica di Roma possono essere selezionati per completare un programma di sei anni che consente loro di conseguire una laurea tripla: un diploma di laurea presso Jefferson, una laurea in medicina presso il Jefferson Sidney Kimmel Medical College e una laurea in medicina presso l'UCSC. Questo sarà fatto frequentando metà delle classi a Roma e metà a Filadelfia, sperimentando sia ambienti culturali che accademici. Alla fine del programma, i laureati saranno autorizzati a praticare la medicina sia in Europa che negli Stati Uniti, che è ciò che rende il programma così unico e speciale - un progetto tentato da molti in passato, ma mai compiuto fino alla collaborazione tra la Jefferson e UCSC.

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Tue, 15 Jan 2019 19:09:34 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/499/1/roma-e-filadelfia-fanno-un-passo-storico-per-la-formazione-in-medicina info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
Rome and Philadelphia make medical history https://www.profignaziomarino.com/mc/498/1/rome-and-philadelphia-make-medical-history

Former Rome mayor Ignazio Marino was instrumental in establishing the world’s first dual international medical degree

di Marco Venturini

Rome’s Universita Cattolica del Sacro Cuore (UCSC) and the Thomas Jefferson University in Philadelphia have created a pioneering international medical degree programme, hailed as the first of its kind in the world. The agreement gives medical students at UCSC the chance to earn a Bachelor of Science degree from Thomas Jefferson University and Doctor of Medicine degrees from the Sidney Kimmel Medical College at Thomas Jefferson University and UCSC, all within six years.

Current medical education requirements differ vastly between the US and Europe. Medical students in the US must earn a four-year undergraduate degree and then a four-year medical degree in order to practice medicine in America. However medical students in Italy have no undergraduate degree requirement and can earn a degree within six years, followed by three months of internships and state exams.

Rome’s Policlinico Gemelli Hospital, located on the UCSC campus, also signed the agreement, which gives UCSC students the opportunity to travel to Thomas Jefferson University to meet the US undergraduate requirements needed to pursue a medical degree.

Wanted in Rome put a series of questions to two of the principal architects of the deal.
Professor Ignazio Marino. Professor of Surgery, Sidney Kimmel Medical College, Thomas Jefferson University. Senior Vice President for Strategic Affairs, Thomas Jefferson University and Jefferson Health.

WiR: What is at the core of the agreement?

Professor Marino: In May 2017 Thomas Jefferson University and Universita Cattolica del Sacro Cuore (UCSC) signed a general collaboration agreement but on 11 November 2018 a much more concrete agreement was sealed to launch the so-called joint Jefferson/ UCSC “3+3” programme. According to the agreement, students who are enrolled in the international English language Medicine & Surgery track at Universita Cattolica in Rome may be selected to complete a six-year programme that allows them to earn a triple degree: a Bachelor of Science degree from Jefferson, a Medical degree from Jefferson Sidney Kimmel Medical College, and a Medical degree from UCSC. This will be accomplished taking half of the classes in Rome and half in Philadelphia, experiencing both cultural and academic environments. At the end of the programme, graduates will be allowed to practice medicine both in Europe and in the United States, which is what makes the programme so unique and special - a project attempted by many in the past, but never accomplished until Jefferson and UCSC partnered. We now look forward to welcoming the first students at Jefferson in 2019.

Read more...

www.wantedinrome.com

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Tue, 15 Jan 2019 18:31:24 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/498/1/rome-and-philadelphia-make-medical-history info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
Le criticità nell’applicare il testamento biologico https://www.profignaziomarino.com/mc/497/1/le-criticita-nell-applicare-il-testamento-biologico

Ho lavorato molti anni per far sì che anche l’Italia avesse una legge sul testamento biologico. Nel 2006 scrissi una legge per introdurlo in Italia, nel dicembre 2008 lanciai un appello online proprio su questo tema, e finalmente, dopo anni di discussioni e ostruzionismo, il 14 dicembre 2017, un anno fa, la legge sul testamento biologico fu approvata dal Senato.

Ho scritto tanto sull’importanza del poter dichiarare le disposizioni anticipate di trattamento (DAT) e ci sono stati tanti episodi nella mia vita di medico che mi hanno convinto della necessità di avere regole che siano di aiuto quando le implicazioni etiche sono complesse, come nei casi in cui si deve decidere se interrompere o meno le terapie.

Negli Stati Uniti interrompere le terapie quando non esiste una ragionevole speranza di riportare il paziente a una condizione di vita accettabile era già dagli anni 90 una prassi negli ospedali codificata da leggi e regole precise.

Nel mio lavoro di chirurgo dei trapianti ho lavorato ogni giorno a contatto pazienti in fin di vita, e mi è capitato spesso di trovarmi di fronte al dilemma se interrompere alcune delle terapie che, grazie agli enormi progressi tecnologici di cui godiamo, permettono di mantenere in vita un essere umano destinato altrimenti a morire. Ci sono stati casi in cui il paziente ha dato indicazioni precise circa le sue volontà, e altri in cui la decisione è stata presa insieme ai familiari e al comitato etico dell’ospedale.

È sempre molto difficile dover prendere una decisione quando chi si trova in fin di vita non è più vigile e quindi non può decidere, anche se esiste un suo testamento biologico. La criticità è di chi deve far applicare il testamento, che dovrebbe essere una persona che ha parlato molto e anche di recente con chi sta per morire e che conosce bene le sue ultime volontà.

Non dimenticherò mai un mio paziente trapiantato di fegato a cui furono interrotte le cure per assecondare i dettagli specificati nel suo testamento biologico. Era un veterano del Vietnam di cinquant’anni, con il fegato ormai irrimediabilmente danneggiato a causa dell’epatite B contratta in guerra con una trasfusione. Nonostante la malattia fosse in fase avanzata, le sue condizioni generali erano relativamente buone. Eppure una volta eseguito il trapianto il paziente peggiorò al punto che, dopo alcuni giorni di terapia intensiva, la sua funzionalità renale si bloccò e fu necessario ricorrere alla dialisi. Nonostante le gravi complicanze sapevo che ce l’avrebbe fatta, avevo l’esperienza e le conoscenze per capirlo. Sapevo che si trattava di conseguenze dovute alla terapia antirigetto e che, modificando farmaci e dosaggi, nel giro di qualche giorno il paziente si sarebbe risvegliato, poco alla volta i reni avrebbero ricominciato a funzionare e tutto sarebbe rientrato nella norma.

Invece la famiglia, arrivata in fretta dal Texas, non ci credeva. E nonostante le mie accorate raccomandazioni, rivolte in particolare al fratello indicato nel testamento biologico del paziente come suo fiduciario, insistette affinché venissero rispettate le dettagliate volontà: interrompere le terapie e l’utilizzo di qualsiasi supporto vitale, compreso il respiratore artificiale, se nel giro di settantadue ore non fossero sopravvenuti chiari segni di miglioramento. La discussione con i familiari avvenne senza conflitti ma fu carica di tensione, le nostre posizioni erano opposte e non ammettevano compromessi: «Mi dispiace – mi disse il fratello del paziente al termine del colloquio – ma io sono qui perché ho fatto una promessa e intendo rispettare quello che è scritto nel testamento biologico». Così alla fine, di fronte alle insistenze dei familiari e del comitato etico dell’ospedale che condivise le loro motivazioni, dovetti fare un passo indietro e accettare che venisse staccata la spina.

Tre mesi più tardi ricevetti una lettera: il fratello del paziente mi ringraziava per il mio sincero coinvolgimento in quella drammatica situazione ma ribadiva le motivazioni che lo avevano spinto a tanta rigidità. Forse sentiva il bisogno di ricevere un gesto di consenso per sentirsi in pace con la propria coscienza. Riscrissi molte volte la mia risposta prima di spedirla. Non volevo esasperare il malessere di quell’uomo insistendo sulle reali possibilità di sopravvivenza che il fratello avrebbe avuto e che egli aveva contribuito a negare, ma non riuscivo a rassegnarmi a quanto era accaduto. Anche io avevo sbagliato e per questo non mi sentivo con la coscienza a posto.

Prima dell’intervento, infatti, avrei dovuto parlare di più con il paziente, spiegargli con chiarezza i rischi a cui andava incontro e chiedergli, una volta di più, di valutare le indicazioni contenute nel suo testamento biologico. Se quel colloquio fosse avvenuto avrei potuto riferirlo al fratello e al comitato etico dell’ospedale e forse le cose sarebbero andate diversamente.

Alla fine scrissi proprio questo e nel chiudere la lettera nella busta promisi a me stesso che da quel momento in poi, testamento biologico o meno, avrei approfondito con maggiore chiarezza, con ogni singolo paziente, tutti i rischi di un percorso clinico che a volte può celare insidie inaspettate.

Ignazio Marino

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Wed, 9 Jan 2019 17:51:26 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/497/1/le-criticita-nell-applicare-il-testamento-biologico info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
Le 5 scoperte e fatti scientifici più importanti del 2018 https://www.profignaziomarino.com/mc/496/1/le-5-scoperte-e-fatti-scientifici-piu-importanti-del-2018

Il 2018 è stato un anno intenso per la ricerca scientifica. Un anno di grandi scoperte che segnano tappe importanti per l’innovazione scientifica e per uno sviluppo sempre più sostenibile e accessibile per la popolazione di tutto il pianeta nei prossimi anni.

La strada è lunga e siamo ancora lontani da alcuni traguardi importanti come l’universalità dell’accesso alle cure e un maggiore impegno da parte dei Governi del mondo a finanziare la ricerca scientifica.

A fine anno credo che sia doveroso celebrare e raccontare il lavoro degli scienziati provenienti da tutto il mondo che ogni anno contribuiscono all’innovazione scientifica e al benessere dell’umanità.

Ecco quindi una rassegna delle 5 scoperte e fatti scientifici più importanti del 2018.

La battaglia dell’Open-access per le pubblicazioni scientifiche

Nel 2018 alcune rinomate Università, biblioteche e gruppi di finanziatori per diversi ambiti di ricerca si sono schierati in prima linea per prezzi più bassi e un maggiore accesso libero alle pubblicazioni scientifiche.

 

Lo scorso luglio centinaia di istituzioni accademiche in Germania e Svezia hanno chiuso i contratti con Elsevier, il maggior editore mondiale in ambito medico e scientifico. Anche l’Università della California è pronta a far cadere ogni trattativa con Elsevier se non verrà raggiunto un accordo con l'editore entro la fine dell'anno.

 

Un gruppo di finanziatori ha dato avvio a un'iniziativa chiamata Plan S che mira a eliminare il paywall, ovvero l'accesso a pagamento ai contenuti di riviste scientifiche online. «La ricerca finanziata con fondi pubblici deve essere un bene pubblico globale che può essere utilizzato da chiunque» ha dichiarato John-Arne Røttingen, amministratore delegato del Consiglio di ricerca norvegese e co-leader della task force per l'attuazione del Plan S.

Una nuova data di nascita per la vita sulla terra

A luglio, un team di scienziati composto da Christoph Heubeck della Freie Universität di Berlino e Martin Homann, postdoc presso l'Istituto europeo di studi marini (IUEM) a Brest, in Francia, hanno annunciato di aver scoperto le prime prove della vita sulla Terra nella Cintura di Barberton Greenstone in Sud Africa, dove sono conservate alcune delle rocce più antiche del nostro pianeta. (Fonte: The Scientist)

Si tratta di stuoie microbiche fossili di circa 3,22 miliardi di anni, composte principalmente da impronte di batteri e archeobatteri, successivamente identificate come esempi delle prime forme di vita terrestre. Queste stuoie di comunità microbiche col tempo si sono unite a rocce sedimentarie fatte di pietre arrotondate di diverse dimensioni che i geologi chiamano conglomerati.

Questa scoperta rappresenta una vera e propria rivoluzione, perché dimostra che la vita sulla terra è iniziata 500 milioni di anni prima di quanto precedentemente stimato.

Non è mai troppo tardi per ribaltare un dogma della biologia

Uno studio pubblicato sulla rivista PNAS a dicembre ha riportato che 17 persone di tre famiglie non correlate sono dotate di DNA mitocondriale tramandato attraverso una linea paterna, contrariamente a quanto fino ad ora si è creduto, che gli umani ereditino mitocondri e DNA mitocondriale solo dalle loro madri.

Gli autori dello studio avanzano l’ipotesi che la trasmissione paterna del mtDNA identificato in queste famiglie sia il risultato di una mutazione in un gene nucleare che concorre nell'eliminazione mitocondriale paterna. Il team ha ora identificato altre famiglie con ereditarietà bipartita e sta cercando il presunto gene nucleare che implica il fenomeno.

Ancora non è chiaro quanto sia comune il fenomeno e perché si verifichi, ma è certo che verranno messi in discussione una serie di studi in materia di genetica.

Contro l’Ebola un nuovo vaccino e terapie sperimentali

Secondo le stime dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, l’epidemia di Ebola che quest’anno ha colpito la Repubblica Democratica del Congo ha ucciso 172 persone. Nonostante l’esistenza di un nuovo vaccino e nuove terapie sperimentali da distribuire in tutta la popolazione, l'eradicazione del virus è stata ostacolata dal conflitto in atto nel Paese e dalla riluttanza a seguire le disposizioni degli operatori sanitari.

Uno studio clinico attualmente in corso sta confrontando l'efficacia di quattro medicinali: un farmaco antivirale e tre terapie con anticorpi. L'Istituto nazionale statunitense per le allergie e le malattie infettive (NIAID) ha sviluppato una delle terapie a partire dalla reazione positiva di un paziente sopravvissuto a un'epidemia di Ebola nel 1995. Si tratta di un anticorpo monoclonale diretto contro il componente specifico del virus Ebola che inibisce il legame del virus alle cellule bersaglio nel corpo.

L’editing del genoma umano per uso terapeutico

Il fatto più discusso e controverso del 2018 è stato l’annuncio da parte dello scienziato cinese He Jiankui sull’esito positivo della modifica del genoma di due embrioni gemellari per prevenire l'infezione da HIV. La notizia ha attirato l’attenzione della comunità scientifica e civile di tutto il mondo per via delle implicazioni etiche dell'uso di questa tecnica nell'uomo e per i rischi correlati. In realtà, la tecnica CRISPR non è nuova ed era già stata utilizzata a livello sperimentale per la cura di alcune malattie.

Oggi sono molti gli studi clinici che utilizzano questa tecnica per abilitare terapie geniche, tra cui immunoterapie e trattamenti per le patologie del sangue, e saranno sempre di più, dal momento che gli scienziati continuano a mostrare i benefici derivanti dall'applicazione di CRISPR a modelli animali di malattie umane.

Tuttavia, non debbono essere trascurate le implicazioni etiche e rimane grave il fatto che l’annuncio dello scienziato cinese non sia stato accompagnato da una relazione o una pubblicazione scientifica. La trasparenza dovrebbe essere una caratteristica naturale della ricerca.

Ignazio Marino

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Thu, 3 Jan 2019 19:10:54 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/496/1/le-5-scoperte-e-fatti-scientifici-piu-importanti-del-2018 info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
Il dolore che si prova nel perdere un paziente https://www.profignaziomarino.com/mc/495/1/il-dolore-che-si-prova-nel-perdere-un-paziente

Purtroppo ci sono casi in cui la vita fugge via e le mani dei medici che provano a rianimare non riescono a trattenerla in un corpo troppo ferito, troppo ammalato. Si deve accettare anche questo, e non è facile, ma è dovere del medico non accanirsi, sapersi fermare quando non c’è più nulla da fare anche se questo provoca frustrazione e sconforto. Conosco bene questo sentimento, l’ho provato diverse volte e credo che sia una delle sensazioni più forti e difficili che un medico possa provare.

Era inverno ed ero arrivato da poco a Philadelphia per dirigere il centro trapianti della Thomas Jefferson University. Una notte venni chiamato per la disponibilità di un organo che poteva essere utilizzato per trapiantare di fegato un paziente in coma a cui non rimaneva più molto tempo a causa della cirrosi e di una grave infezione respiratoria. Il batterio che infettava i polmoni era difficile da combattere e rappresentava un ostacolo importante per il trapianto. Alfredo Rosero era un uomo di origini ispaniche, padre di un medico il quale, assieme alle sorelle e ad altri medici dell’ospedale suoi amici, insistette affinché si facesse un tentativo. Eseguii il trapianto di fegato: la mattina successiva Alfredo si svegliò e per un paio di settimane tutto proseguì tranquillamente.

Una notte le condizioni di Alfredo improvvisamente peggiorarono, dovettero intubarlo e riportarlo in terapia intensiva. Diedi le mie disposizioni: Full code, ovvero mettere in atto ogni possibile risorsa e non lasciare nulla di intentato.

Iniziammo una lotta senza sosta contro quel batterio che voleva portarsi via Alfredo. Molte persone iniziarono a ripetermi: «Lascialo andare». Io li ascoltavo e ogni tanto pensavo che avessero ragione, che forse stavo andando oltre il limite che mi era concesso per tentare di aiutare quell’uomo. Ma poi Alfredo si risvegliava e rispondeva con gli occhi alle mie domande e non riuscivo ad arrendermi. Un giorno, rientrato in ospedale dopo un breve viaggio all’estero, il mio principale collaboratore entrò nell’ufficio: «Alfredo è morto», mi disse senza fare alcun commento, e uscì. Non chiesi nulla. Tornato a casa, di notte, accesi il computer e mi misi a leggere la cartella clinica con le informazioni sulle ultime ore di vita di Alfredo: l’infezione aveva ripreso vigore per l’ennesima volta, il mio ordine Full code di un anno prima era stato modificato in Do not resuscitate. Ad Alfredo era stato dato il permesso di andarsene.

Durante gli anni in cui lavoravo a Pittsburgh nel reparto di terapia intensiva del centro trapianti, una notte arrivò la segnalazione di un organo, un fegato, che sarebbe stato adatto per un trapianto pediatrico. Pensai subito a Francesca, una bambina di sei anni, italiana, che aveva già subito tre trapianti di fegato ma che in quel momento stava di nuovo male e aveva bisogno di un nuovo organo perché il suo non funzionava più a causa di un rigetto cronico. Chiamami in Italia i genitori di Francesca e ci attivammo per il trasporto della piccola paziente negli Stati Uniti, con un aereo messo a disposizione dall’aeronautica militare italiana. Andai ad aspettare il loro arrivo all’aeroporto e mi commosse il gesto di rispetto e di augurio che l’equipaggio militare italiano volle dedicare a quella bambina incerta nei suoi passi, schierandosi in picchetto d’onore e saluto militare sulla pista d’atterraggio all’uscita dell’aereo.

Non c’era più tempo, dovevamo correre perché l’organo, che era stato prelevato alcune ora prima, rischiava di deteriorarsi se non fosse stato trapiantato al più presto. Arrivati in sala operatoria tutto era già pronto e l’intervento iniziò senza complicazioni. Riuscimmo a sostituire il fegato malato con quello sano e, una volta constatata la funzionalità del nuovo organo, finalmente facemmo una pausa prima di concludere il trapianto. Ricordo che stavo bevendo una tazza di caffè nella stanza dei medici quando un’infermiera venne a chiamarmi, c’era qualche cosa che non andava. Francesca non riuscì a sopportare il peso di un ennesimo intervento chirurgico lungo e complesso, il suo cuore cedette e tutti i nostri sforzi andarono persi. Il colloquio con la famiglia fu così drammatico e commovente che anche noi medici non riuscimmo a trattenere le lacrime. Pur con la consapevolezza che avevamo tentato il tutto per tutto per riuscire a darle una speranza, nulla poteva essere di consolazione di fronte al fatto che non avevamo più Francesca.

La mattina successiva andai in ospedale ma dovetti andare via dopo pochi minuti. Il dolore che provavo, lo sconforto, la frustrazione erano troppo forti e sentivo che non avrei retto un altro caso così e che non sarei stato di aiuto a nessuno in queste condizioni. Mi presi un periodo di pausa in cui mi dedicai a un progetto di ricerca.

Ogni medico, infermiere, e chiunque vive a contatto con gli ammalati, deve stare attento a non superare la soglia che gli permette di convivere con la sofferenza e il dolore altrui che inevitabilmente diventa anche proprio.

Ignazio Marino

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Thu, 27 Dec 2018 18:56:58 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/495/1/il-dolore-che-si-prova-nel-perdere-un-paziente info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
Il valore della vita e la responsabilità del medico https://www.profignaziomarino.com/mc/494/1/il-valore-della-vita-e-la-responsabilita-del-medico

"Rimanemmo colpiti anche dalla personalità di Ignazio Marino, che aveva fatto una grande carriera a livello internazionale eppure conservava una semplicità quasi mistica. Lo ricordo con indosso dei sandali da frate. L'incedere calmo, rassicurante. Aveva adottato da poco una bambina colombiana e dava l'impressione di essere mosso da una grande fede. Non ho mai capito la sua entrata in politica. Anzi, l'ho sempre biasimato per averlo lo fatto: non si può mettere da parte un dono del Signore così grande."


Questo episodio è raccontato dalla Signora Franca Fendi nel suo libro 'Sei con me' (Rizzoli - 2018). Conobbi la Signora Fendi oltre 20 anni fa, negli Stati Uniti, dove venne dopo avermi contattato per assistere il marito ammalato e, con grande generosità e senza esitazioni, aveva deciso di donargli un suo rene. Non ricordo di aver mai indossato sandali da frate, soprattutto in ospedale... ma ricordo una donna coraggiosa che con un gesto d’amore ha salvato la vita dell’uomo che amava.

Questa è solo una delle tante storie di trapianti e donazione di organi che ho vissuto nella mia vita da chirurgo. Tanti altri episodi sono rimasti nei miei ricordi, momenti di grande difficoltà e intensità, che mi hanno fatto interrogare sul valore della vita e sui nostri limiti davanti alla morte e mi hanno aiutato nel mio percorso di uomo e di chirurgo.

 

Ho sempre creduto che un medico ha una grande responsabilità umana ed è anche per questo aspetto che ho scelto questa professione. Ricordo bene la prima volta che mi resi conto sulla mia pelle che essere un medico è molto più che curare, è essere presente, è ascoltare, è partecipare al dolore fisico e psicologico della persona ammalata.

Erano gli anni 70 e io ero un giovane chirurgo alle prime armi al Policlinico Gemelli di Roma. Il signor Nicola, un contadino pugliese afflitto da un gravissimo tumore del pancreas, mi chiamava insistentemente, gridando, ma io facevo finta di non sentire perché ero in ritardo e dovevo finire i prelievi di sangue di tutti i malati. Il signor Nicola, con gli occhi ancora vivacissimi, non si dava per vinto e mi disse una frase che mi arrivò come un pugno nello stomaco e mi tolse il respiro: «Che cosa avrà da fare, dottore, di così importante da non avere nemmeno un minuto di tempo per tenere compagnia a un uomo che sta morendo?».

Per la prima volta da quando avevo iniziato a prendere nelle mie mani la vita degli ammalati, mi resi conto che la morte non era un letto che si liberava per il paziente successivo ma l’intero universo di una persona che crollava.

 

Diversi anni dopo, quando la mia carriera era avviata, iniziai a fare i conti con la responsabilità di operare tra la vita e la morte, come in equilibrio su un filo sottile, e in certi momenti sentire che un’esitazione, un ritardo, una debolezza possono costare la vita a chi è letteralmente nelle nostre mani.

 

L’accertamento della morte cerebrale, necessaria per poter prelevare un organo ed eseguire un trapianto, rispetto a quarant’anni fa, oggi è più sicuro perché disponiamo di strumenti molto più sofisticati e precisi. Ricordo bene un’esperienza difficile che accadde nel 1987 e che mi fece comprendere quanta prudenza fosse necessaria al fine di fugare ogni possibile dubbio.

 

Quella notte volai da Pittsburgh, dove lavoravo al centro trapianti dell’università, a Portland in Oregon per un prelievo di fegato da un bimbo deceduto in seguito a un trauma cranico. Ne avevamo bisogno urgente per trapiantare una bambina gravissima a cui non rimanevano molti giorni di vita. Arrivati all’ospedale di Portland, esitai nell’iniziare l’intervento chirurgico per il prelievo degli organi perché non avevo la certezza assoluta che il paziente dichiarato in morte cerebrale fosse davvero morto. Mi sentivo davvero sotto pressione, ma chiesi comunque di eseguire un esame ulteriore e complesso, l’angiografia cerebrale: avrebbe richiesto due o tre ore in più, ma avrei avuto quella certezza che per me era indispensabile per procedere. Assistei all’angiografia e non vi furono più dubbi sull’effettiva morte del paziente. La piccola paziente trapiantata al mio ritorno da Portland oggi è una giovane donna in piena salute.

 

Anche considerando la responsabilità verso chi è in attesa di un organo che gli può salvare la vita, è fondamentale sentirsi vincolati ai principi etici che devono sempre guidarci e, se necessario, eseguire un test in più per essere sicuri. Prendere delle scorciatoie non è mai una buona idea.

 

Ignazio Marino

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Fri, 21 Dec 2018 16:57:17 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/494/1/il-valore-della-vita-e-la-responsabilita-del-medico info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
Il caso delle gemelline cinesi: le implicazioni etiche dell’editing del genoma umano https://www.profignaziomarino.com/mc/490/1/il-caso-delle-gemelline-cinesi-le-implicazioni-etiche-dell-editing-del-genoma-umano

La ricerca scientifica in diversi campi ha raggiunto un livello di sviluppo incredibilmente avanzato. Nel campo della biogenetica, è notizia recente che il ricercatore cinese He Jiankui, biologo della Southern University of Science and Technology di Shenzhen, potrebbe aver eseguito una modificazione genetica su due embrioni gemellari con la tecnica CRISPR-Cas9, per scongiurare la trasmissione del virus dell’HIV da parte del padre positivo. A riportarlo lo scorso 25 novembre è stato MIT Technology Review.

La tecnica di editing denominata CRISPR-Cas9 è stata utilizzata da He per disabilitare un gene, chiamato CCR₅, che crea una proteina che rende possibile per il virus HIV di infettare le cellule delle persone.

Con l'aiuto di un'organizzazione cinese che si occupa di HIV e AIDS, He ha reclutato otto coppie in cui l'uomo era positivo al virus HIV e la donna no. Dopo aver modificato i geni CCR₅, è stata usata la fecondazione in vitro per creare embrioni resistenti all'HIV con l’obiettivo di “progettare” individui che non sarebbero vulnerabili all'infezione.

Le due gemelline oggi potrebbero essere nate. In un suo recente intervento, He ha presentato i risultati della sua ricerca, ma senza mostrare dati o prove di quello che ha raccontato. Ha affermato che l'esperimento è stato condotto in maniera sicura e ha dichiarato di essere orgoglioso di ciò che ha fatto. (Fonte: NY Times)

Il lavoro sperimentale di He Jiankui è indubbiamente significativo per l’ingegneria genetica, introducendo l’ipotesi che sia possible prevenire una malattia intervenendo sullo sviluppo dell’embrione, come per esempio l’HIV trasmesso da genitore a embrione, e così viene presentato da He stesso in un video promozionale pubblicato su Youtube.

Tuttavia la procedura porta con sé interrogativi complessi, per esempio la possibilità che la modificazione genetica degli embrioni venga utilizzata, in modo eticamente controverso, per creare “esseri umani avanzati”.

L’esperimento ha, infatti, scatenato un dibattito internazionale, perché rappresenta la possibilità di manipolare geneticamente embrioni umani destinati a svilupparsi, nascere e vivere.

È incredibile quanto ancora oggi sia distante la quotidianità della vita da quanto invece si realizza nei laboratori. È sempre più urgente che i membri della comunità scientifica si confrontino con i cittadini e i Parlamenti per interrogarsi su quali siano le implicazioni profonde di alcune grandi realizzazioni della scienza per il genere umano.

Individuare i limiti valicabili e quelli non valicabili: è questa la strada che va percorsa con un serio sguardo al futuro e al progresso ma anche con profonda responsabilità.

Le preoccupazioni sono concrete e riguardano la sicurezza di questo tipo di processi. I metodi usati per l'editing genetico possono inavvertitamente alterare altri geni in modi imprevedibili.

La maggior parte dei precedenti tentativi di modificare embrioni in laboratorio hanno provocato alcuni effetti indesiderati, come le mutazioni fuori bersaglio che possono verificarsi in altri geni, o il mosaicismo, in cui il gene modificato appare in alcune cellule ma non in altre.

Un altro punto da tenere presente è che mentre la modificazione dei geni delle cellule umane crea una mutazione che colpisce solo la persona interessata, intervenire sui geni dell'embrione, la cosiddetta mutazione germinale, apporta cambiamenti che possono essere trasmessi alle generazioni successive.

Scienziati ed esperti di etica hanno quasi universalmente condannato il lavoro di He, definendolo prematuro e irresponsabile nell'esporre la popolazione ai rischi associati all'editing genetico. Molti hanno suggerito che esistono modi più semplici per proteggere i neonati di un genitore infetto da HIV e che la modifica dell'embrione deve essere utilizzata solo per trattare condizioni mediche che non possono essere affrontate in nessun altro modo.

In molti, inoltre, accusano il biologo cinese di aver agito in ombra, senza comunicare apertamente l’intenzione di eseguire il trial sperimentale su embrioni umani. “La scienza è aperta, la scienza è collaborativa e comunicativa”, ha detto Feng Zhang, uno degli inventori del sistema Crispr-Cas9 e membro principale del MIT Broad Institute. “Quello che ha fatto non è stato trasparente. Era contro il consenso della comunità e quindi non può essere definito scientifico”. (Fonte: NY Times)

La ricerca di He è uscita allo scoperto alla vigilia del secondo summit internazionale sull'editing del genoma umano a Hong Kong. Gli organizzatori del summit hanno sottolineato l'urgenza di stabilire un percorso rigoroso e responsabile, e avviare una rigorosa discussione per determinare se sia legittimo che gli esseri umani adottino le procedure di editing genetico (fonte Science)

In un efficace intervento su Twitter, il biologo americano David Baltimore, ex presidente del California Institute of Technology, afferma che “non abbiamo mai fatto nulla che potesse cambiare i geni della razza umana, e non abbiamo mai fatto nulla che avesse effetti che potrebbero essere trasmessi attraverso le generazioni … desideriamo che questa serie di incontri siano un’occasione d’interazione tra la comunità scientifica e i cittadini: dobbiamo incontrarci per parlare di cosa vogliamo fare e come, e di cosa riteniamo sia giusto e cosa sbagliato. Quello che speriamo è che la scienza e le sue più recenti innovazioni siano a disposizione della popolazione di tutto il mondo” (Fonte: Twitter)

Ignazio Marino

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Wed, 12 Dec 2018 17:54:48 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/490/1/il-caso-delle-gemelline-cinesi-le-implicazioni-etiche-dell-editing-del-genoma-umano info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
Il mestiere del medico: 5 consigli per i giovani medici sul rapporto medico-paziente https://www.profignaziomarino.com/mc/489/1/il-mestiere-del-medico-5-consigli-per-i-giovani-medici-sul-rapporto-medico-paziente

Quando ero piccolo volevo fare l’ingegnere navale, come mio padre. Con il tempo capii che ero più portato per le materie umanistiche e mi avvicinai alla medicina. Credevo che quello del medico fosse un mestiere che richiedeva dedizione e umanità, oltre a conoscenza e tecnica impeccabili.

 

Nel ‘73 mi sono iscritto a medicina all’Università Cattolica di Roma. Ero già determinato a fare il chirurgo e a occuparmi di trapianti. Iniziai a frequentare il reparto di chirurgia al secondo anno e questa mia passione si consolidò.

 

All’inizio avevo un grande timore ad appoggiare una lama sulla cute integra e vederne uscire il sangue. Ricordo che ero terrorizzato di sbagliare anche di solo un millimetro. Capivo, insomma, che la precisione e il senso di responsabilità erano due caratteristiche fondamentali del mestiere.

 

Per essere un chirurgo non solo è necessario essere accurati tecnicamente e conoscere il corpo umano alla perfezione, ma bisogna avere quell’ “in più” di forte umanità ed empatia nei confronti della persona che si rivolge a noi perché sta male o, addirittura, che rischia la vita e spera di essere curata.

 

Oggi vi sono alcuni chirurghi che ritengono che il loro mestiere sia una disciplina di altissima tecnologia ma che con la guarigione chirurgica si concluda il rapporto con il paziente. Io guardo al rispetto che di solito le persone hanno per il medico e penso che nasca anche dall’idea che egli possa guardare dentro di loro, nel loro intimo, e scoprire qualcosa che non va. Questa relazione profonda e personale dovrebbe spingere a creare un rapporto umano basato sul reciproco rispetto e sul senso di responsabilità.

 

Nel mestiere di medico, si impara molto dall’esperienza e dall’osservazione dei propri mentori durante il periodo di formazione, del loro lavoro clinico ma anche dall’approccio e disponibilità che hanno verso i pazienti. Io ho avuto la fortuna di avere maestri eccezionali, non solo i professori dai quali ho imparato tutto quello che so, ma anche altre figure che ho incontrato nei contesti ospedalieri, in Italia e all’estero, in cui ho lavorato.

 

Da quando sono professore cerco di trasmettere ai miei studenti qualcosa in più oltre alle nozioni e alla tecnica. Per questo mi piace condividere alcune riflessioni con gli studenti di Medicina e con i medici più giovani per aiutarli a stabilire un rapporto di qualità con pazienti e familiari.

 

Ascoltare

Io credo che tra medico e paziente, in questa epoca, l’ascolto stia gradualmente venendo meno, e non perché manchi il tempo o perché si guardino più i dati strumentali che non il viso e l’espressione dei pazienti. L’ascolto manca quando il chirurgo preferisce essere meno coinvolto.

 

Gli esseri umani capiscono, ad di là del tempo limitato e delle tecnologie che si frappongono, se il medico che hanno di fronte ha la volontà vera di stabilire un rapporto personale, se ha interesse per quello che dicono, se è concentrato e attento nell’ascoltare.

 

Da parte di noi medici, è essenziale essere attenti ai dettagli, per esempio, nella chirurgia, badare che dopo un intervento, anche tecnicamente perfetto, il paziente si sottoponga alle terapie necessarie per guarire completamente. Infatti, con un buon rapporto umano si incide anche sulla compliance, cioè sull’adesione alle cure del paziente.

 

Comunicare

Le regole di comunicazione nella medicina sono poche ma vanno seguite con rigore: parlare un linguaggio che sia il più possibile comprensibile per tutti, anche per chi non conosce l’anatomia e la fisiologia, e non dimenticare mai che chi si ha di fronte è un essere umano che sta chiedendo aiuto.

 

A volte può succedere di commettere degli errori. Il segreto per non entrare in conflitto sta proprio nel tipo di rapporto che si stabilisce con il paziente e con la sua famiglia. Se il paziente e la famiglia del paziente ti hanno visto sempre, se sei stato sempre attento, e soprattutto se hai sempre detto la verità, la loro comprensione per un eventuale errore è sicuramente maggiore.

 

Essere presenti

È importante far capire al paziente e ai suoi familiari che ci siamo e che faremo tutto il possibile per farlo stare meglio. A volte ciò che conta di più per una persona sono l’empatia e l’affettività del medico che hanno di fronte.

 

Il rapporto che si instaura tra il medico e il paziente è per me la massima realizzazione della medicina. Interagire e saper comunicare con le persone che chiedono il nostro aiuto non è semplice e per farlo nel modo giusto è necessario avere un forte interesse verso l’altro. Non è possibile fare il medico se non si ha interesse verso gli altri esseri umani e se non si è affettivamente presenti con i pazienti.

 

Tenersi in contatto

Nella cultura anglosassone il chirurgo che ha operato un paziente è responsabile di lui ovunque si trovi. Thomas Starzl, grande chirurgo dei trapianti, con cui lavorai per 15 anni negli Stati Uniti, diceva sempre: “Una volta che hai operato un paziente e gli hai messo un fegato nuovo, he is your baby for life”, è il tuo bambino per sempre.

 

Ricevere un organo che permette di vivere è come ricevere una nuova vita, e il legame con il medico che realizza questo intervento rimane per sempre. Io sono in contatto con quasi tutte le persone che ho operato, mi mandano email e messaggi, mi fanno sapere se stanno bene, condividono con me gli avvenimenti importanti della loro vita.

 

Un forte legame si crea non solo nel caso del trapianto. Ogni paziente, in un certo senso, diventa parte della tua vita di medico, perché ne hai conosciuto la vulnerabilità, forse l’hai visto piangere, l’hai visitato molte volte, ne hai ricevuto le confidenze più intime.

 

Rispondere a tutti i messaggi

Uno dei miei primi lavori dopo la specializzazione fu a Cambridge. Mi trasferii lì per imparare la chirurgia dei trapianti, in particolare quelli di fegato, dal Professor Sir Roy Calne, che nel 1982 era l’unico chirurgo che eseguiva il trapianto del fegato in Europa.

 

Sir Roy è un medico sui generis, ha l’abitudine di fumare la pipa (fuori dall’Ospedale!) e operava ascoltando musica classica. Inoltre, con mio grande stupore, abituato com’ero all’Italia dove ai professori talvolta non si poteva rivolgere la parola, era solito rispondere a tutti i messaggi che riceveva. Ogni volta che lasciavo una comunicazione (non esistevano ancora gli smartphone), presto arrivava la sua risposta: in poche righe battute a macchina e firmate a mano con l’inchiostro nero della stilografica mi comunicava tutto quello di cui avevo bisogno.

 

Persone come Roy Calne ricevono ogni giorno decine di lettere, biglietti e domande. Oggi capita anche a me. Rispondere a tutti è un segno di educazione e civiltà. Chi ottiene la risposta, che sia un paziente, un collaboratore o uno studente, riceve una motivazione straordinaria, uno stimolo psicologico nel proprio impegno professionale.

Ignazio Marino

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Wed, 5 Dec 2018 17:06:26 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/489/1/il-mestiere-del-medico-5-consigli-per-i-giovani-medici-sul-rapporto-medico-paziente info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
Lavorare insieme per la salute globale: lo storico accordo tra undici organizzazioni internazionali https://www.profignaziomarino.com/mc/488/1/lavorare-insieme-per-la-salute-globale-lo-storico-accordo-tra-undici-organizzazioni-internazionali

Dal 1990 a oggi, la mortalità materna è scesa del 45%. Tuttavia, nel 2015, 303.000 donne sono morte per complicazioni durante la gravidanza o il parto.

Sono almeno 400 milioni le persone che ancora oggi non hanno accesso ai servizi sanitari di base.

Il suicidio è la seconda causa di morte tra i giovani adulti dopo l’incidente stradale. Nel 2016 quasi 800.000 persone nel mondo si sono tolte la vita.

Questi dati mostrano alcune tra le condizioni più drammatiche e indicative dello stato di salute della popolazione mondiale di oggi, nonostante i progressi degli ultimi anni. Sono stati raccolti all’interno di uno studio condotto dalla World Health Organization (WHO) e le organizzazioni internazionali che il 16 ottobre hanno sottoscritto uno storico accordo che segna un passo importante verso il benessere globale futuro.

Undici tra le più attive organizzazioni pubbliche e private internazionali di promozione della salute si impegnano a lavorare insieme per raggiungere gli obiettivi di sostenibilità e sviluppo del 2030, the Sustainable Development Goals (SDGs) indicati dalle Nazioni Unite, massimizzando le risorse e misurando i progressi in modo trasparente.

Con il coordinamento del World Health Organization (WHO), le organizzazioni che hanno firmato l’accordo sono: Gavi (The Vaccine Alliance), il Fondo globale per la lotta all'Aids, la tubercolosi e la malaria, il Global Financing Facility, l’Unaids, l’Undp, l’Unfpa, l’Unicef, l’Unitaid, l’Un Women e la Banca Mondiale. World Food Programme è in procinto di sottoscrivere l’accordo nei prossimi mesi. Il piano finale verrà annunciato nel settembre 2019 all'Assemblea generale delle Nazioni Unite.

Towards a global action plan for healthy lives and well-being for all. Uniting to accelerate progress towards the health-related SDGs (Verso un piano d’azione globale per la salute e il benessere per tutti. Lavorare insieme per accelerare il progresso nel raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità e sviluppo relativi alla salute) è il nome dell’iniziativa e del documento che descrive gli obiettivi e delinea un programma preciso per raggiungerli.

Il piano si basa su un crescente impegno per migliorare il coordinamento nel settore della salute, che sempre nella storia è stato un propulsore d’innovazione e di sviluppo a livello globale: la salute e la centralità dei diritti umani hanno fissato nuovi standard per la solidarietà internazionale, la cooperazione internazionale e per lo sviluppo sostenibile.

La Salute globale è una priorità politica, uno dei principali obiettivi di sostenibilità e sviluppo dell’Agenda 2030 (Sustainable Development Goal 3) e anche un indicatore di progresso: una popolazione mondiale sana sarà il risultato del successo dei diciassette obiettivi nel loro insieme.

Il Sustainable Development Goal 3 (SDG 3), “Ensure healthy lives and promote well-being for all at all ages”, si articola in tre principali aree d’intervento: la salute riproduttiva, materna, neonatale e infantile; la lotta alle malattie infettive e alle malattie non-trasmissibili; finanziamenti e sostenibilità dei sistemi sanitari.

Garantire un'assistenza sanitaria di base completa, basata sui principi di equità, accesso e qualità, guardando a una copertura sanitaria universale (UHC), sarà fondamentale per raggiungere il SDG 3.

La prima fase del piano di sviluppo globale (qui il documento completo) è organizzata lungo tre assi strategiche: allineare, accelerare, responsabilizzare.

Le undici organizzazioni s’impegnano a coordinare i loro processi programmatici, finanziari e operativi (allineare) per aumentarne l'efficienza e l'impatto su una serie di priorità condivise, come l'uguaglianza di genere e la salute riproduttiva, materna, neonatale, dell'infanzia e dell'adolescenza.

Si impegnano inoltre a sviluppare approcci comuni e coordinare le azioni in quelle aree d’intervento in grado di aumentare l’andamento del progresso nella salute globale (accelerare). I primi “acceleratori” individuati sono l'impegno della comunità e della società civile, la ricerca e lo sviluppo, il corretto utilizzo dei dati insieme a forme di finanziamento sostenibile.

Per garantire la trasparenza e la responsabilità reciproca dei Paesi e dei partner di sviluppo (responsabilizzare), le organizzazioni hanno fissato delle tappe intermedie, comuni a circa 50 obiettivi relativi alla salute e a 14 obiettivi di sviluppo sostenibile, che saranno utili per osservare i traguardi raggiunti nel 2023 e prepararsi per il 2030.

Il piano d'azione globale afferma inoltre di voler affrontare le disuguaglianze di genere, che ancora oggi in gran parte del mondo sono ostacoli all'accesso all’assistenza sanitaria di qualità per donne e bambine, attraverso fondi specifici e servizi di salute sessuale e riproduttiva.

Tutto questo non potrà essere raggiunto senza il pieno impegno dei governi e la partecipazione responsabile di tutte le parti interessate, il settore privato, il mondo accademico e le altre istituzioni internazionali e locali che si occupano di salute e benessere.

L’impegno della società civile, ovvero ognuno di noi nel suo piccolo, sarà determinante, e comincerà con la consapevolezza che le nostre scelte e azioni possono influenzare il benessere di tutti.

Ignazio Marino

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Sat, 1 Dec 2018 09:44:30 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/488/1/lavorare-insieme-per-la-salute-globale-lo-storico-accordo-tra-undici-organizzazioni-internazionali info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
La Mozione Fnomceo per un rinnovamento nella formazione in Medicina in Italia https://www.profignaziomarino.com/mc/487/1/la-mozione-fnomceo-per-un-rinnovamento-nella-formazione-in-medicina-in-italia

L’ipotesi dell’abolizione del numero chiuso per la Facoltà di Medicina e Chirurgia in Italia, parte di una bozza del disegno di legge di Bilancio 2019 pubblicata in ottobre 2018, e il dibattito creatosi attorno a questa proposta, ha portato l’attenzione di molti su un possibile e auspicabile rinnovamento della formazione in Medicina in Italia.

Tra chi propone di “risolvere” il problema della futura ma imminente carenza di medici e professionisti sanitari e della cosiddetta gobba pensionistica del 2030, semplicemente aumentando il numero di iscritti al primo anno, e chi ritiene che il problema vada affrontato prendendo di petto la situazione critica della Sanità italiana, tutti concordano sul fatto che oggi, in Italia, il percorso formativo di un medico non sia più né adeguato ai tempi né sostenibile.

Alcuni progetti e iniziative che guardano all’estero, come il recente accordo tra la Thomas  Jefferson University di Philadelphia e l’Università Cattolica di Roma per il double degree Italia-USA in Medicina e Chirurgia mi portano a pensare che i tempi siano maturi per un cambiamento e che le possibilità siano tante, se si adotta un approccio positivo guidato da competenza e lungimiranza.

Nei giorni scorsi il Consiglio Nazionale della Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri (Fnomceo) ha messo nero su bianco una mozione che contiene cinque proposte dirette a Governo e Parlamento per riformare la formazione dei medici. (Fonte: MOZIONE Consiglio Nazionale della FNOMCeO)

La mozione, approvata all’unanimità, ha l’intento di far fronte alla grave carenza di specialisti e di medici di medicina generale prevista già nei prossimi cinque anni e di portare al completamento del percorso di specializzazione i quindicimila medici laureati e abilitati ma bloccati nell’attesa di poter accedere alle scuole e poi al Servizio Sanitario Nazionale. 

Filippo Anelli, presidente della Fnomceo, afferma che «possiamo prevedere alcune soluzioni “tampone” alla carenza di medici ma non possiamo dimenticare che gli specialisti sono una grande conquista e un fiore all’occhiello del nostro Servizio Sanitario Nazionale, garanzia per ogni cittadino della qualità del sistema e delle cure».

Le richieste si articolano in 5 punti, con i quali mi ritrovo in completo accordo e che sento di dover condividere:

 - di tener conto che l’abolizione del numero programmato non farebbe altro che ingigantire quell’imbuto formativo tra la laurea e la formazione post-laurea che oggi vede migliaia di giovani medici intrappolati per anni in un limbo di inoccupazione;

 - di procedere ad una vera riforma del sistema, che veda la formazione diventare un unicum dall’ingresso in Medicina fino al diploma di specializzazione o al diploma di formazione in Medicina generale, che potrebbe essere anticipata da un percorso, durante gli ultimi anni delle superiori, che vada a far parte del curriculum e dia crediti per l’accesso a Medicina e veda la ristrutturazione del contenuto didattico del VI anno di corso di laurea ai fini di una evoluzione della laurea in senso abilitante;
 
- di ampliare ulteriormente il numero delle borse per la Medicina generale e i contratti per la formazione specialistica;
 
- di effettuare una programmazione efficace, per cui a ogni laurea corrisponda una borsa, superando l’attuale sistema in modo che tutti gli studenti che entrino nel percorso possano proseguirlo (se giungono alla laurea) e ne possano uscire con un diploma di formazione post-laurea;
 
- di far sì che il titolo di medico di Medicina generale, pur nella peculiarità del corso, che deve essere triennale e che non può prescindere dal ruolo degli Ordini, sia definito una specializzazione.

Ignazio Marino
 

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Mon, 26 Nov 2018 18:24:44 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/487/1/la-mozione-fnomceo-per-un-rinnovamento-nella-formazione-in-medicina-in-italia info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
10 buone idee per una gestione virtuosa della sanità in Italia https://www.profignaziomarino.com/mc/486/1/10-buone-idee-per-una-gestione-virtuosa-della-sanita-in-italia

Per mantenere la qualità del nostro servizio sanitario pubblico, che nel suo complesso resta ottimo poiché si basa sul principio della garanzia delle cure a tutti e su un’assistenza generalmente di alto livello, è necessario intervenire con azioni che guardino a un futuro di lungo termine in cui si dovrà far fronte a nuove situazioni e problemi diversi da quelli che affrontiamo oggi.

 

1.Chiusura dei piccoli ospedali e collaborazione tra le grandi strutture

Chiudere tutti gli ospedali con meno di cento posti letto, iniziando da quelli sprovvisti di un servizio attivo 24/24 di anestesia e rianimazione. I piccoli ospedali, spesso costosissimi, non sono preparati per fare fronte alle emergenze e per questo motivo non sono sicuri per i pazienti. Andrebbero sostituiti con una rete di soccorso stradale e di elisoccorso che risponda con interventi efficaci e rapidi. Inoltre, serve concentrare le competenze ultraspecialistiche nei grandi ospedali e realizzare tra questi una collaborazione che preveda turni per affrontare tutte le urgenze delle vaste aree metropolitane.

 

2.Medicina generale e medicina di gruppo

Incentivare la medicina di gruppo per i medici di medicina generale, con ambulatori tecnologicamente attrezzati, aperti dodici ore al giorno, sei giorni a settimana. I medici non sarebbero più solo dei prescrittori di ricette ma riacquisterebbero dignità professionale e tornerebbero a svolgere il ruolo centrale che meritano. I pazienti sarebbero più felici di essere assistiti in tempi rapidi e da un volto amico, piuttosto che essere abbandonati per ore su una sedia nella sala d'attesa di un Pronto Soccorso.

 

3.Accorpamento e chiusura dei reparti ospedalieri non necessari

Eliminare reparti ospedalieri inutili e “doppioni” spesso creati per affidare un incarico a un nuovo primario più che per reali esigenze organizzative. Vanno chiusi e accorpati quei reparti in cui l’attività è minima, come per esempio i centri trapianto che non eseguono almeno cinquanta interventi l’anno o le strutture di emodinamica non attive 24/24. L'infarto non colpisce solo dalle nove alle diciassette dal lunedì al venerdì, mentre queste strutture costano somme enormi anche di notte e nei week-end, quando sono chiuse.

 

4.Sanzioni per i ricoveri anticipati per gli interventi programmati

Sanzionare economicamente gli ospedali che ricoverano con anticipo i pazienti per gli interventi programmati. Ogni giorno di ricovero non necessario costa centinaia di euro delle tasse dei cittadini e in Italia, talvolta, il tempo passato inutilmente in ospedale prima di un intervento chirurgico programmato varia da 1 a 2 giorni.

 

5.Legge sull’attività libero-professionale

Applicare la legge sull’attività libero-professionale per ridurre le liste d’attesa e sollecitare i medici a eseguire nel privato un numero di visite non superiore a quelle che svolgono nel pubblico. Un ruolo centrale spetta agli amministratori degli ospedali che devono fornire spazi e supporto adeguati. Al tempo stesso serve proibire la fatturazione indipendente e separata, come avviene molto spesso oggi, e affidarla invece alla Asl.

 

6.Risparmio sui servizi che non hanno giustificazione terapeutica

Intervenire su servizi che non trovano giustificazione terapeutica reale, per esempio, rimborsando i parti cesarei con la stessa cifra dei vaginali (anche a costo di innalzare quest'ultima). Con questa misura diminuirebbe la percentuale di cesarei che oggi, in alcune Regioni Italiane, arrivano anche a superare il 50% del totale dei parti, pur in assenza di indicazioni cliniche. Al risparmio di risorse economiche si aggiungerebbe una maggiore qualità nell’assistenza al parto.

 

7.Agenzie Regionali per gli acquisti e gare per le assicurazioni

Sul versante costi serve istituire Agenzie Regionali per gli acquisti del materiale di consumo da utilizzare negli ospedali e nelle strutture accreditate con il Servizio Sanitario Nazionale. Tali Agenzie esistono in diverse aree geografiche ma dovrebbero avvalersi del supporto delle società scientifiche per la scelta del materiale migliore, scongiurando anche il rischio di influenze, o addirittura di accordi sottobanco, tra i produttori e chi ha il potere di spesa. Anche sul versante delle assicurazioni sarebbe utile istituire gare regionali. Le compagnie assicuratrici abbasserebbero i premi pur di essere competitive e non essere escluse dal mercato.

 

8.Adeguamento tecnologico per la comunicazione e il risparmio energetico

Sostenere l’adeguamento tecnologico della sanità dal punto di vista della comunicazione informatica, impiegando la telemedicina e il teleconsulto per i medici di famiglia in modo da rinforzare l’assistenza sul territorio, aumentare la sicurezza dei pazienti e ridurre spostamenti e costi. La tecnologia dovrebbe essere utilizzata anche per il risparmio energetico, rendendo obbligatorie per i grandi complessi ospedalieri l’utilizzo di centrali di co-generazione (energia elettrica e termica) e l’incentivazione dell’uso del fotovoltaico, dell’eolico e delle biomasse.

 

9.Controllo del costo e dell’efficacia dei farmaci innovativi

Contenere la crescita dei costi dei farmaci innovativi, con più rigore nell’autorizzazione all’entrata in commercio e monitorando l’efficacia delle nuove molecole. Alcuni studi affermano che il 70% dei farmaci cosiddetti innovativi non siano in realtà tali. Per esempio, per curare un’infezione comune come quella per lo stafilococco aureo, esistono terapie tradizionali basate su farmaci generici che costano meno di dieci euro per l’intero trattamento e altre che costano più di mille euro. Non può essere la novità a guidare la scelta dei medici ma l’efficacia del farmaco e l’indicazione clinica.

 

10.Prevezione

Rilanciare la medicina preventiva con lo scopo di limitare le malattie a elevato costo sociale (cardiovascolari, tumorali, metaboliche). Serve l’insegnamento, anche nelle scuole, degli stili di vita sani che contribuiscono a evitare di incorrere in malattie gravi, spesso croniche e gravemente invalidanti.

Ignazio Marino

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Wed, 21 Nov 2018 17:50:54 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/486/1/10-buone-idee-per-una-gestione-virtuosa-della-sanita-in-italia info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
Double degree in Medicina e programmi di ricerca congiunta Italia-Usa. Università Cattolica e Jefferson University firmano l’accordo https://www.profignaziomarino.com/mc/485/1/double-degree-in-medicina-e-programmi-di-ricerca-congiunta-italia-usa-universita-cattolica-e-jefferson-university-firmano-l-accordo

Sono molto felice di annunciare che lunedì 12 novembre è diventato realtà un progetto a cui ho lavorato molto negli ultimi anni[1]: L’Università Cattolica e Fondazione Policlinico A. Gemelli IRCCS e la Jefferson University di Filadelfia hanno firmato uno storico accordo che dà il via ad attività di formazione medica e programmi di ricerca congiunti e che porterà gli studenti a conseguire una doppia laurea o double degree in Medicina e Chirurgia riconosciuta nei Paesi UE e negli USA.

 

Con questo accordo sarà sviluppato e implementato un programma di studio chiamato “JEFFERSON/UCSC ’3plus3’ Program”. Grazie a questa intesa i due Atenei attiveranno, oltre al Doppio titolo, uno scambio di studenti dei rispettivi corsi di laurea in Medicina e chirurgia per esperienze cliniche della durata di un mese (Clinical Rotation) o per periodi di ricerca fino a due mesi (Research Rotation).

 

In sintesi l’accordo prevede la selezione di studenti del corso di laurea in lingua inglese Medicine & Surgery della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica per accedere, alla fine dei loro studi, sia alla specializzazione europea, sia a quella americana, avendo trascorso il 4°, il 5° e parte del 6° anno presso la Jefferson University con indiscutibili vantaggi sia formativi che culturali per gli studenti stessi.


L’opportunità di conseguire il double degree apre a possibilità professionali sia nei due Paesi sia, in generale, in molti altri paesi europei e non; è la prima esperienza di questo tipo in Italia e, in prospettiva, è un passo importante verso il passaporto mondiale del medico di cui si sente tanto l’esigenza.

 

Per gli studenti italiani, il programma prevede una fase preliminare che li porterà al conseguimento del titolo di Bachelor of Science erogato da Jefferson. Per arrivare a questo traguardo gli studenti frequenteranno ogni anno, per i primi 3 anni del loro curriculum, le Summer Session presso Jefferson. Alla fine del terzo anno, infine, gli studenti potranno candidarsi per proseguire gli studi presso la Jefferson dove completeranno il corso di MD presso il ‘Sidney Kimmel Medical College’ per poi tornare nuovamente in Cattolica per concludere gli studi e conseguire la Laurea italiana.

Il secondo pilastro dell’accordo riguarda l’attività di ricerca e prevede l’elaborazione di un Programma di Ricerca congiunto tra i due Atenei e la Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS. Si attiveranno ricerche in ambito medico, facendo confluire casistiche e finanziamenti cui possono avere accesso le due Università e la Fondazione Policlinico A. Gemelli IRCCS. Il programma di ricerca congiunta prevede di esplorare opportunità di cooperazione che includano ogni tipologia di ricerca che generi diritti di brevetto, copyright e altri diritti di proprietà intellettuale.

 

L’accordo del 12 novembre è stato preceduto da un altro, altrettanto importante, siglato tra Thomas Jefferson University e Università di Bologna il 9 novembre.

 

Queste due collaborazioni rappresentano due tappe importanti verso l’internazionalizzazione degli Atenei Europei e Americani, in grado di aprire nuovi scenari le professioni in ambito sanitario, non più legate a una nazione ma trasversali ed esercitabili in tutto il mondo.

 

L’Università Italiana e quella Statunitense hanno molto da imparare l’una dall’altra in termini di cultura della medicina, approccio clinico e metodi di ricerca. Sono certo che i giovani medici che si formeranno in questo contesto saranno capaci di prendere il meglio da entrambe, arricchendo il loro bagaglio culturale. Faccio i miei migliori auguri agli studenti, che saranno i veri e propri pionieri del progetto.

 

Ignazio Marino

 

[1] Dal 2016 mi occupo di progetti strategici alla Thomas Jefferson University e dal 1° gennaio 2018 sono Senior Vice President of Strategic Affairs.

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Wed, 14 Nov 2018 17:46:51 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/485/1/double-degree-in-medicina-e-programmi-di-ricerca-congiunta-italia-usa-universita-cattolica-e-jefferson-university-firmano-l-accordo info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)