profignaziomarino.com Rss https://www.profignaziomarino.com/ Prof. Ignazio Marino it-it Tue, 13 Nov 2018 18:13:26 +0000 Fri, 10 Oct 2014 00:00:00 +0000 http://blogs.law.harvard.edu/tech/rss Vida Feed 2.0 profmarinoignazio@gmail.com (Prof. Ignazio Marino) profmarinoignazio@gmail.com (Prof. Ignazio Marino) Archivio https://www.profignaziomarino.com/vida/foto/sfondo.jpg profignaziomarino.com Rss https://www.profignaziomarino.com/ Classifiche di efficienza e prospettive future per la Sanità italiana - Ignazio Marino https://www.profignaziomarino.com/mc/484/1/classifiche-di-efficienza-e-prospettive-future-per-la-sanita-italiana---ignazio-marino

Nell’ultima classifica Bloomberg Health Care Efficiency, che calcola in base ai dati di Banca Mondiale, Organizzazione Mondiale della Sanità, Nazioni Unite e Fondo Monetario Internazionale quali sono i sistemi sanitari più efficienti al mondo, analizzando il rapporto tra costi e aspettativa di vita, la Sanità italiana è al 4° posto nel mondo per efficienza e guadagna due posizioni rispetto all’anno precedente. Rientrano nella classifica i Paesi con vita media di almeno 70 anni, un PIL pro-capite superiore a 5,000 dollari e una popolazione minima di 5 milioni.  

Al primo posto sono presenti Hong Kong, Singapore e Spagna, mentre gli Stati Uniti si posizionano solo al 54° posto. “Obamacare” non sembra essere sufficiente a far crescere l’efficienza del sistema Usa: rispetto ai residenti della Repubblica Ceca, che hanno un'aspettativa di vita media quasi in parità con gli Stati Uniti, gli americani spendono più del doppio.

Un dato altrettanto rilevante arriva da una seconda classifica: l’Italia è prima al mondo per popolazione sana secondo il Bloomberg Global Health Index 2017, secondo un indicatore che tiene conto di una serie di fattori come durata media della vita, nutrizione, salute mentale e fattori di rischio come tabagismo o pressione sanguigna.  

Le due classifiche rimandano un quadro più che positivo: non solo sembra che il nostro Servizio Sanitario Nazionale (SSN) sia tuttora abbastanza efficiente da assicurare un’aspettativa di vita superiore alla media, ma anche che il nostro Paese sia quello con la miglior salute del pianeta.

Nonostante i problemi che tutti conosciamo, la Sanità italiana è nata dal riconoscimento nella nostra Costituzione del diritto universale alla cura e, con la realizzazione del Servizio Sanitario Nazionale, è stato fatto un ottimo lavoro per assicurare accesso alle cure primarie per tutta la popolazione.

Tuttavia, alcune scelte poco lungimiranti fatte in passato e protratte negli anni, la cattiva gestione e la scarsa attenzione alla valutazione dei risultati, stanno pian piano minando l’efficienza e la sostenibilità di questo modello, ancora apprezzato in tutto il mondo.

Il mondo sta cambiando velocemente e quello che mi chiedo è se oggi in Italia esista un progetto a lungo termine che garantisca l’assistenza sanitaria a tutti per i prossimi 40-50 anni.

Uno dei problemi più urgenti in Italia è quello della precarietà dell’edilizia sanitaria. Sono ormai passati 10 anni dal 2009, anno del terribile terremoto dell'Aquila, eppure ancora poco è stato fatto per la sicurezza degli ospedali italiani.

Nel 2013, un'indagine sulle strutture ospedaliere a rischio sismico, effettuata da una Commissione di inchiesta sul Servizio Sanitario da me presieduta, rilevò carenze gravissime: a seguito di verifiche effettuate su 200 edifici, risultò che il 75% di queste sarebbe crollato in caso forte evento sismico.

Solo l’8 per cento di tutti gli edifici ospedalieri italiani è stato progettato dopo il 1983, quando fu adottata la normativa antisismica, e oggi sappiamo che almeno 500 ospedali sono a rischio crollo in caso di forte evento sismico.

In queste settimane, il Governo e il Parlamento prenderanno decisioni importanti in ambito sanitario per il 2019 e per il prossimo triennio. Dal disegno di legge relativo al Bilancio di Previsione dello Stato per l’anno finanziario 2019, possiamo individuare diverse disposizioni in ambito sanitario riguardo a: transazioni con le aziende farmaceutiche per il ripiano della spesa farmaceutica; commissariamento delle Regioni in piano di rientro dal disavanzo del settore sanitario; istituzione dell’Anagrafe nazionale vaccini; istituzione del fondo per la riduzione delle liste d’attesa.  

Gli interventi in edilizia sanitaria rientrano nel capitolo degli investimenti pubblici, con 15 miliardi aggiuntivi nei prossimi 3 anni per rilanciare gli investimenti, soprattutto nell’ambito infrastrutturale, dell’adeguamento antisismico, dell’efficientamento energetico, dell’intelligenza artificiale e delle nuove tecnologie.

Io che da lontano osservo i movimenti della Sanità italiana, e che sono direttamente coinvolto in ciò che avviene negli Stati Uniti (un paese che è ancora lontano dal garantire le stesse cure a tutti), penso alla preoccupazione degli addetti ai lavori della medicina in relazione ai necessari interventi strutturali in ambito sanitario in Italia. Vi è davvero bisogno di una visione saggia e lungimirante che sia rispettosa dei diritti universali stabiliti dai nostri padri e madri costituenti e che contribuisca alla sostenibilità ed efficienza del nostro sistema sanitario, un bene prezioso da salvaguardare.

Ignazio Marino

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Tue, 13 Nov 2018 18:13:26 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/484/1/classifiche-di-efficienza-e-prospettive-future-per-la-sanita-italiana---ignazio-marino info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
Il medico di base e la donazione degli organi per trapianto https://www.profignaziomarino.com/mc/483/1/il-medico-di-base-e-la-donazione-degli-organi-per-trapianto

Il 2017 è stato un anno estremamente positivo per il settore dei trapianti in Italia. Un aumento così netto della donazione di organi e tessuti non si era mai registrato negli ultimi dieci anni. A beneficiare di questo trend positivo sono i pazienti in lista di attesa che possono ricevere un trapianto e tornare a una vita piena. (Fonte: Ministero della Salute)

Tuttavia, la scarsità di organi è ancora il problema principale per il pieno successo dei trapianti.

In molti pensiamo che sia possibile aumentare ulteriormente il numero di potenziali donatori e donatori effettivi promuovendo tra i medici di base l’importanza del dialogo con i pazienti sulla donazione di organi e tessuti e attraverso programmi specifici di divulgazione nelle Asl e nelle strutture di assistenza primaria.

Nel nostro Paese, per la manifestazione della volontà di donare, vige il principio del consenso o del dissenso esplicito (art. 23 della Legge n. 91 del 1 aprile 1999; Decreto del Ministero della Salute 8 aprile 2000). Il “silenzio-assenso” introdotto dagli artt. 4 e 5 della Legge 91/99 non ha mai trovato attuazione.

A tutti i cittadini maggiorenni è dunque offerta la possibilità (non l'obbligo) di dichiarare la propria volontà (consenso o diniego) in materia di donazione di organi e tessuti dopo la morte, attraverso le seguenti modalità: la dichiarazione di volontà espressa presso gli Uffici Anagrafe di quei Comuni che hanno attivato il servizio di raccolta e registrazione della dichiarazione di volontà, in fase di richiesta o rinnovo della carta d’identità; la registrazione della propria volontà presso la propria Asl di riferimento o il medico di famiglia, attraverso un apposito modulo; la compilazione del “tesserino blu” del Ministero della Salute; qualunque dichiarazione scritta che contenga nome, cognome, data di nascita, dichiarazione di volontà (positiva o negativa), data e firma; l’atto olografo dell’Associazione Italiana Donatori di Organi (AIDO). (Fonte: Ministero della Salute)

Negli Stati Uniti, la dichiarazione di consenso alla donazione di organi e tessuti può avvenire, a seconda dello Stato in cui si vive, presso le unità di terapia intensiva (Intensive Care Unit ICU), negli ospedali o in setting esterni e non sanitari, come, per esempio, presso la Motorizzazione (Registry of Motor Vehicles) o in Rete. Lo strumento, tra questi, che ha indubbiamente più successo negli USA è la registrazione come potenziale donatore di organi al momento del rilascio o del rinnovo della patente. Se si dichiara di voler essere un donatore, la patente riporterà sotto la propria foto la dicitura “organ donor” e, dal momento che tale volontà è sancita da una firma di fronte a un pubblico ufficiale, il desiderio di donazione dopo la morte verrà rispettato. Considerando che la maggior parte degli americani adulti ha la patente, si comprende come questo strumento di raccolta del consenso possa essere così efficace.

Tuttavia, accade che diverse persone ritengano di non avere abbastanza tempo e sufficienti informazioni per valutare in modo completo le implicazioni della donazione d’organi e tessuti. Questo disagio è particolarmente sentito da coloro a cui viene chiesto di esprimere la propria volontà nei contesti extra sanitari: molti hanno dichiarato di essersi sentiti quasi “costretti” a prendere una decisione così importante senza aver avuto prima la possibilità di discuterne con una persona competente e di fiducia. (Fonte: AMA Journal of Ethics)

Quale sia il ruolo del medico di base nell’informazione sulla donazione degli organi è una tema etico che richiama quelle che sono le responsabilità che egli ha nei confronti dei suoi pazienti e la sua missione sociale di promotore della salute.

Esiste infatti una connessione tra la salute della collettività e quella dell’individuo: i medici sono tenuti ad agire nell’interesse dei pazienti per ciò che concerne, nell’immediato, la cura, e allo stesso modo a promuovere la salute e il benessere collettivo. Siamo tutti potenziali pazienti e, parlando di trapianto e donazione, tutti potremmo aver bisogno di un organo per vivere o mantenere lo stato di salute.

Dunque, nell’interesse collettivo, i medici dovrebbero essere inclini a parlare di donazione per mitigare la carenza di organi e per questioni legate al contenimento della spesa, dal momento che le terapie per tenere in vita i pazienti in attesa di trapianto (per esempio, la dialisi) sono più costose del trapianto e costringono il paziente ad una pessima qualità di vita, che invece migliora drasticamente dopo un trapianto.

Dichiarare la propria volontà riguardo alla donazione di organi e tessuti fa sì che un individuo possa essere sicuro che la propria autonomia decisionale sarà preservata e le sue volontà rispettate in momenti in cui potrebbe non essere in grado di prendere una decisione.

I medici, in particolare quelli di famiglia, hanno la responsabilità di parlare con i loro pazienti, dando loro anche tutte le informazioni necessarie sulla donazione d’organi per poter prendere una decisione in merito.

Per un paziente, parlare di donazione di organi con il proprio medico di famiglia può essere di aiuto per diversi motivi. Per prima cosa perché, negli anni, egli stringe con il medico di famiglia un vero e proprio legame di fiducia, per cui sa che può contare su di lui non solo per essere curato, ma anche per chiedere consiglio su questioni mediche a volte anche molto serie. Un medico di base conosce bene il suo paziente e le sue inclinazioni culturali ed etiche, e per questo potrebbe essere la persona giusta per fornire le informazioni necessarie per prendere una decisione così complessa come il consenso alla donazione.

La famiglia continua ad avere un ruolo determinante nelle decisioni sulla donazione al momento della morte. Il dialogo con i medici di base e la decisione di dare disposizioni anticipate può aiutare molto anche le famiglie, perché le solleva da una responsabilità così delicata come quella di dover decidere sulla donazione degli organi dei propri cari in momenti di forte stress emotivo.

Purtroppo esistono molte barriere che limitano questo tipo di confronto nel contesto dell’assistenza primaria: poco tempo, difficoltà di comunicazione e forse una certa preoccupazione da parte dei medici per una eventuale reazione negativa del paziente. (Fonte: Journal of General Internal Medicine)

Per concludere, parlare di donazione e trapianto di organi in modo adeguato nel contesto dell’assistenza primaria rappresenta una grande opportunità per informare i pazienti e combattere i pregiudizi che ancora esistono sulla donazione di organi.

Poiché il fondamento della relazione tra la professione medica e la società implica che i medici agiscano nell’interesse del singolo e della collettività per preservare la salute e il benessere, i professionisti hanno il dovere etico e la responsabilità sociale di trattare l’argomento della donazione di organi in contesti di dibattito pubblico e nella dialettica tra medico e paziente. (Fonte: AMA Journal of Ethics)

Ignazio Marino

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Fri, 9 Nov 2018 17:04:51 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/483/1/il-medico-di-base-e-la-donazione-degli-organi-per-trapianto info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
La libertà di diventare medico https://www.profignaziomarino.com/mc/482/1/la-liberta-di-diventare-medico

È di qualche settimana fa, 16 ottobre 2018, la notizia dell’abolizione del numero chiuso alla facoltà di Medicina e Chirurgia in Italia, poi smentita il giorno stesso da Ministero della Salute, Miur e Palazzo Chigi: “si tratta di un obiettivo politico di medio periodo per il quale si avvierà un confronto tecnico con i Ministeri competenti e la Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (CRUI), che potrà prevedere un percorso graduale di aumento dei posti disponibili, fino al superamento del numero chiuso”. 

Mi vorrei inserire in questo dibattito parlando del mio personale punto di vista sulle possibilità che hanno i giovani di diventare medici al giorno d’oggi e mettendo a confronto il sistema universitario Statunitense, nel quale lavoro, e quello Italiano, dal quale vengo.

Della possibilità di facilitare l’accesso ai corsi di Laurea in Medicina si era già parlato recentemente, non in Italia. Il 16 agosto 2018, la New York University ha annunciato di voler rendere gratuito il percorso di studi della facoltà di medicina. Il passaggio durerà circa undici anni, quelli necessari per raccogliere i fondi per finanziare l’operazione. Tutti gli studenti, indipendentemente dalla loro situazione finanziaria, riceveranno borse di studio pari a 55 mila dollari annuali che copriranno integralmente la retta.

Si tratta di un passo importante nella storia dell’istruzione americana, tanto che quando ho appreso la notizia, la mia prima reazione è stata di positivo stupore.

La decisione della New York University viene in seguito all’osservazione dei dati sul numero di medici occupati nell’ambito della medicina di base negli USA. Negli Stati Uniti, negli ultimi vent’anni, il numero di laureati in medicina è precipitato e, tra i neolaureati, in pochissimi scelgono di intraprendere una carriera nella Primary Care (il nostro medico di famiglia).

Si ritiene che il costo elevatissimo della formazione in ambito medico sia uno dei principali responsabili di questo declino: investire economicamente negli studi è un vero sacrificio e chi decide di indebitarsi per studiare medicina di solito è più propenso a scegliere carriere nelle specialità più redditizie, come ortopedia, chirurgia estetica e cardiologia, o a esercitare la professione negli Stati più ricchi, piuttosto che nei territori rurali. Infatti, secondo alcuni dati del 2017 sulla retribuzione dei medici, gli specialisti guadagnano in media 316 mila dollari lordi l’anno, il 45,6% in più rispetto ai medici di base che in un anno guadagnano in media 217 mila dollari. (Fonte: Physician Compensation Report, Medscape)

Il risultato è che negli Stati più poveri del Paese e, in particolare, nei territori rurali si osserva una gravissima carenza di medici di base, che rischia di diventare drammatica nel prossimo decennio.

Un sondaggio effettuato dall' Association of American Medical Colleges (AAMC) ha evidenziato che nel 2016 circa il 74% dei neolaureati in medicina aveva contratto un debito con le banche per finanziare il costo della retta universitaria e che i livelli di indebitamento medio per i laureati negli ultimi anni sono cresciuti notevolmente: da circa 125 mila dollari nel 2000, a 190 mila dollari nel 2016. (Fonte: Association of American Medical Colleges AAMC)

L’abbattimento delle rette da capogiro, proposta dalla New York University, è sembrata dunque una soluzione sensata per ovviare alla scarsità di medici impegnati nell’assistenza primaria, come medicina di base, pediatria, medicina interna.

Non so se negli Stati Uniti la gratuità della formazione universitaria in medicina aiuterà a migliorare l’assistenza sanitaria di base. Tuttavia ritengo che sia un movimento positivo verso sistemi universitari e sanitari più equi. L’istruzione non dovrebbe essere impedita o limitata dal censo, tanto meno in una nazione così ricca.

Una scelta così importante come quella di diventare un medico non dovrebbe essere influenzata da calcoli di spesa e profitto personale. Quello del medico è un mestiere che richiede delle capacità straordinarie di apprendimento, motivazione e dedizione, e una grande umanità: qualità non così comuni.

Se negli Stati Uniti per accedere alle facoltà di Medicina si deve superare un processo di selezione lungo e rigoroso, in cui vengono valutati non solo il CV scolastico a partire dalle scuole elementari ma anche la personalità del candidato, in Italia, invece, l’accesso avviene tramite dei quiz di sbarramento che poco hanno a che vedere con una valutazione basata sulle qualità umane dello studente.

Il risultato è che in Italia spesso si decide di studiare Medicina senza sentire il peso e la responsabilità di questa scelta: si entra all’Università se si supera una serie di quiz in cui contano le doti mnemoniche e forse anche la fortuna e, talvolta, si portano avanti gli studi senza fermarsi a riflettere su se stessi e sul valore del proprio ruolo futuro nella società.

Non credo che la decisione di abolire il test d’ingresso alla facoltà di Medicina in Italia sia una scelta corretta.

Se il motivo alla base di questa proposta è la crescente necessità di medici, avere più studenti iscritti non sarà una soluzione. Se non si faciliterà l’accesso alle specializzazioni e se non saranno previste nuove assunzioni con contratti stabili, e in generale, se non si renderà il Servizio Sanitario Nazionale più sostenibile, gli studenti di medicina avranno serie difficoltà a inserirsi nel mondo del lavoro una volta concluso il loro ciclo di studi.

In secondo luogo, proprio perché la professione del medico è complessa e particolare, selezionare è giusto se lo si fa nel modo corretto. Forse in Italia possiamo importare qualcosa dall’estero, sottoponendo gli studenti a test selettivi che siano più attenti al curriculum scolastico, alla motivazione e alle attitudini personali dei candidati, invece che decidere di abolirli.

Se negli Stati Uniti sarà importante abbattere le barriere economiche, in Italia sarà necessario selezionare gli studenti in base al merito e alle qualità umane, e permettere ai giovani medici di avere un lavoro stabile e dignitoso.

Un Servizio sanitario in cui lavorano medici non solo capaci, ma selezionati per la loro passione e che mettono sempre di più al centro la salute delle persone sarà certamente anche più efficiente.

Ignazio Marino

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Mon, 5 Nov 2018 16:39:08 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/482/1/la-liberta-di-diventare-medico info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
Monitoraggio dei risultati e valore dell’assistenza sanitaria: best practices nel mondo https://www.profignaziomarino.com/mc/481/1/monitoraggio-dei-risultati-e-valore-dell-assistenza-sanitaria-best-practices-nel-mondo

In diversi articoli, pubblicati recentemente su questo blog, ho parlato della situazione drammatica della sanità a livello globale. Io però non smetto di credere nella capacità creativa dell’uomo e nel suo cammino verso il progresso e il benessere diffuso.

La crisi della sanità rispecchia una crisi mondiale che affligge il mondo occidentale e arresta lo sviluppo dei paesi più poveri. Da sempre, nella storia, è nella crisi che avvengono i cambiamenti, e nella medicina già possiamo osservare alcune best practices in ambito sanitario che rispondono con positività e intelligenza alle sfide poste dalla situazione attuale.

In tutto il mondo, i costi della sanità crescono di circa il doppio del tasso di crescita del prodotto interno lordo, esercitando forti pressioni sui budget sanitari, limitando il potenziale d’innovazione tecnologica e costringendo alcuni Paesi a consistenti razionamenti di spesa, che provocano tempi di attesa più lunghi e persino limitazioni nell’accesso alle cure di base.

In genere le strutture sanitarie vengono pagate sulla base del volume delle procedure effettuate, spesso senza che ci sia una valutazione sistematica della qualità dei servizi forniti o della loro necessità dal punto di vista medico.

Negli Stati Uniti, è stato stimato che una parte significativa della spesa sanitaria –fino al 30% del budget sanitario complessivo– viene utilizzata per trattamenti dalla dubbia efficacia terapeutica o addirittura non necessari, e che la qualità dell'assistenza varia di molto a seconda delle strutture ospedaliere.

La maggior parte dei sistemi sanitari nel mondo non effettua regolarmente un monitoraggio dei risultati sanitari delle terapie e, ancor meno, si è in grado di tracciare un collegamento tra i risultati ottenuti e i costi sostenuti, o addirittura di identificare le principali voci di costo dell'intero ciclo di cura fornito ai pazienti.

Spesso parlando con gli studenti di Medicina propongo loro un paradosso: cosa conta di più, l’esecuzione di un sofisticato intervento chirurgico o il biglietto che il paziente ti invia il Natale successivo per ringraziarti e farti sapere che sta bene? In altre parole, penso che dovremmo valutare l’utilizzo degli strumenti terapeutici di cui disponiamo, che oggi sono sempre più efficaci, sulla base dei risultati ottenibili.

Trovo dunque positivo che di recente stia emergendo un nuovo corso della medicina: Istituti sanitari e comunità di medici e ricercatori vogliono ridefinire la loro missione e il loro modello operativo, concentrandosi sul valore dell'assistenza sanitaria e su risultati sanitari misurabili, in relazione alle risorse impiegate e ai costi.

Notevoli progressi sono stati fatti nello sviluppo di metodologie e approcci per il monitoraggio dei risultati sanitari. Un esempio importante sono i registri di qualità: banche dati e metodologie per il monitoraggio sistematico dei risultati più rilevanti per i pazienti che soffrono di una determinata condizione o malattia. Inoltre, sono stati istituiti standard e metriche internazionali per misurare i risultati per categorie di diverse malattie.

Riporto qui alcuni esempi delle cosiddette best practices (le pratiche sanitarie migliori) descritte nel Rapporto “Value in Healthcare project”, pubblicato nel 2016, da The World Economic Forum, in collaborazione con The Boston Consulting Group (BCG).

In India, una rete di ospedali che offre chirurgia a basso costo e di alta qualità per la cura della cataratta, chiamata Aravind Eye Care System, mette insieme il monitoraggio sistematico dei risultati sanitari con un approccio integrato alla cura. I risultati in termini di salute dei pazienti sono equivalenti a quelli dei migliori ospedali del mondo, per un servizio che costa il 10% del prezzo del servizio negli Stati Uniti.

In Germania, Martini-Klinik, un centro di ricerca per il cancro alla prostata dell'ospedale universitario di Hamburg-Eppendorf, raccoglie dati completi sugli esiti delle terapie dei suoi pazienti, compresa la documentazione di tutte le complicanze post-chirurgiche per ogni singola operazione, e costantemente utilizza questi dati per migliorare le prestazioni nella cura del cancro alla prostata. Di conseguenza, i casi di disfunzione erettile grave trattati in clinica, a un anno dall'intervento, sono meno della metà della media nazionale e gli episodi d’incontinenza urinaria sono circa un settimo della media nazionale.

Negli Stati Uniti, Kaiser Permanente, un fornitore di assicurazioni sanitarie integrate, con oltre 10,6 milioni di membri, ha creato un modello che favorisce l'assistenza sanitaria preventiva delle malattie croniche e promuove iniziative che garantiscono risultati eccellenti ed efficienza nell’impiego delle risorse. KP è stata in grado di fornire ai datori di lavoro piani di assistenza sanitaria che sono, in media, del 10-20% più convenienti rispetto ai tradizionali piani di assistenza gestita e caratterizzati da una qualità superiore.

In Svezia, esistono più di 100 registri di qualità, sostenuti per la maggior parte dalla spesa sanitaria nazionale, che tengono traccia dei risultati sanitari per i pazienti che soffrono di una determinata condizione o malattia specifica. Lo studio di questi dati ha consentito ai medici svedesi di identificare quali siano le strutture che offrono le migliori prestazioni, codificarle e condividerle con altre strutture, migliorando così la media generale. I risultati sono impressionanti: ad esempio l’indice di mortalità a 30 giorni dopo un infarto miocardico acuto è del 37% più alto nel Regno Unito che in Svezia.

Credo che da questi esempi si possa imparare molto su quanto monitoraggio e valutazione siano importanti per generare valore. L’efficienza non è data tanto dall’abbondanza della spesa quanto dalla selezione delle cure e dall’organizzazione. È oggi necessario che i medici si impegnino in questa sfida e pretendano da Governi e Parlamenti che la spesa sanitaria sia distribuita sulla base di risultati misurabili e verificabili.

Ignazio Marino

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Fri, 2 Nov 2018 18:14:00 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/481/1/monitoraggio-dei-risultati-e-valore-dell-assistenza-sanitaria-best-practices-nel-mondo info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
Intervista a Valentina Minieri e Michele Raggio di SeedScience https://www.profignaziomarino.com/mc/480/1/intervista-a-valentina-minieri-e-michele-raggio-di-seedscience

In un recente articolo sull’importanza dell’insegnamento della scienza e della divulgazione scientifica ho parlato del progetto SeedScience, del quale sono venuto a conoscenza grazie a un aspetto delle mie responsabilità universitarie che mi porta a curare gli scambi internazionali tra atenei di diversi Paesi del mondo e la Thomas Jefferson University di Philadelphia.

Ho conosciuto la dottoressa Valentina Minieri, biotecnologa, PhD in Genetica umana, che si occupa della promozione del progetto SeedScience, all’interno di un programma di scambio internazionale. Michele Raggio, chimico, PhD in Scienze dei materiali, è l’ideatore e fondatore del progetto. Sono rimasto così affascinato dal lavoro di questi giovani e intraprendenti scienziati che ho deciso di intervistarli per raccontare la loro nobile missione.

SeedScience è un progetto che mira a formare insegnanti di scienze in Paesi a basso indice di sviluppo (Ghana, Kenya, Tanzania e Uganda) con l’obiettivo di fornire loro metodo e materiali per trasmettere ai propri studenti logica e pensiero scientifico, attraverso esperimenti semplici ma efficaci dal punto di vista didattico.

IM: Raccontatemi del vostro progetto SeedScience. Qual è stata la molla che ha fatto nascere l’idea e l’energia per realizzarlo?

Valentina Minieri: L’idea è nata da Michele, che ha alle spalle una grossa esperienza di divulgazione scientifica nelle scuole e di insegnamento ai bambini. Durante il suo PhD si è dedicato al volontariato internazionale. La sua ultima esperienza è stata in Ghana, dove è entrato in contatto con l’associazione Patriots Ghana ed è andato a insegnare la scienza nelle scuole dei villaggi per un mese.

All’associazione è piaciuto molto il suo lavoro e ha avuto ottimi feedback da parte delle scuole: gli insegnanti hanno infatti continuato a fare lezioni con i materiali che lui ha lasciato. Successivamente ha iniziato a pensare se fosse possibile rendere quest’esperienza un progetto più organizzato, replicabile e modulare. Con l’aiuto fondamentale di alcuni attuali collaboratori e di partner italiani e internazionali, è riuscito in alcuni mesi ad avviare SeedScience.

L’idea alla base è trasmettere i metodi di insegnamento delle materie scientifiche tramite esperienze pratiche.

Io sono entrata nel progetto dopo qualche mese e per puro caso. Mi trovavo a Philadelphia, sono entrata in contatto con il progetto, ho fatto una donazione, e in seguito ho deciso di contattarli per collaborare. Da quel momento abbiamo proseguito insieme.

Sono stati sottomessi diversi proposal per ottenere i finanziamenti necessari per avviare il progetto e infine, in collaborazione con l’Università di Tor Vergata, abbiamo avuto accesso a un fondo del Ministero degli Esteri per gli scambi giovanili. Questo fondo è stato necessario per permettere a Michele di andare in Ghana e in Kenya e per far sì che alcuni insegnanti africani coinvolti potessero recarsi a Tor Vergata per un programma specifico per l’insegnamento.

La situazione nei paesi dove adesso andremo (Ghana, Kenya, Tanzania e Uganda) è tale che la maggior parte delle scuole sono solo piccole aule di villaggi. Spesso nelle classi i ragazzi hanno diversi livelli di competenza e gli insegnanti non sono specializzati perché insegnano più materie. Inoltre non ci sono libri a sufficienza per poterli dare a tutti gli studenti.

SeedScience porterà nelle scuole un kit per esperimenti e un metodo per insegnarli. L’idea è rendere gli insegnanti autonomi nella costruzione di kit di esperimenti a basso costo e far sì che trasmettano lo stesso metodo di insegnamento ad altri insegnanti. Il progetto è partito da poco e stiamo cercando altri contatti per ampliarlo ulteriormente. Stiamo inoltre lavorando a un libro con il riassunto dei primi esperimenti fatti.

IM: Credete che ci sia un interesse da parte dei più giovani nei confronti della scienza?

Michele Raggio: Credo proprio di sì! Ma credo anche che sia fondamentale alimentare questo interesse e non lasciarlo gradualmente spegnere.

Valentina Minieri: Se si presenta nel modo giusto, c’è un grande interesse da parte dei giovani per le materie scientifiche. È però estremamente importante, quando ci si impegna nell’attività di divulgazione, concentrarsi su qual è il target e prepararsi in base a chi ascolta: bambini, giovani, adulti, o addirittura un gruppo misto. Non esistono corsi specifici di divulgazione che possiamo seguire durante la Laurea e impariamo spesso dall’esperienza sul campo, che è un po’ diversa dai congressi e dalle lezioni universitarie. Alcuni divulgatori fanno un Master in Comunicazione della Scienza, altri sono portati, altri ancora sono magari più bravi perché hanno dato molte ripetizioni a bambini di età diversa!

IM: In Italia, secondo voi, le materie scientifiche sono ancora viste come difficili e poco affascinanti tra i più giovani? Quali fattori creano questa percezione?

MR: La mia impressione è che questa percezione sia soprattutto degli adulti, che di conseguenza la trasmettono ai più giovani, spesso influenzandoli negativamente.

IM: Qual è il modo migliore per trasmettere conoscenza e stimolare curiosità verso le discipline scientifiche?

MR: Credo che passare dalla teoria alla pratica sia il primo passo necessario. Poter mostrare ai ragazzi, e in generale a un pubblico più vasto, principi, leggi e formule come applicazioni reali è fondamentale. Mettere davanti ai loro occhi la teoria attraverso esperimenti pratici e divertenti, che possibilmente riguardino e siano direttamente correlabili a situazioni quotidiane. Faccio un esempio, semplice, ma spero chiaro: in una lezione a scuola si parla di come acqua e olio interagiscono e soprattutto del perché non si mescolano tra loro; lo studente esce da scuola, magari vede una pozzanghera con una macchia di olio o benzina e la ricollega a quanto appena imparato. Credo che se si dà la possibilità di guardarsi intorno con strumenti nuovi e divertenti, allora aumenta anche la curiosità verso le scienze.

IM: Credete che gli scienziati di varie discipline siano interessati alla divulgazione scientifica, soprattutto rivolta ai più piccoli?

MR: Per fortuna abbiamo scienziati di tanti tipi. Ci sono scienziati che preferiscono fare esclusivamente ricerca, altri a cui piace insegnare e altri ancora che fanno entrambe le cose. A tanti di loro, sicuramente non a tutti, piace anche fare divulgazione ai più piccoli. Dopodiché, non è sempre facile come sembra spiegare ai più piccoli argomenti apparentemente molto complicati, ma quando ci si riesce la soddisfazione è enorme da ambo le parti.

VM: Ora che sono tornata in Italia, ho notato che molti ricercatori e scienziati fanno divulgazione scientifica. Le realtà che più amo sono quelle strutturate come la Fondazione Veronesi, L’Associazione CentroScienza ONLUS di Torino o la L.U.D.I.S di Roma. Da centri che operano da più di 20 anni si può imparare moltissimo! In modo simile, in SeedScience non siamo soli. Collaboriamo, infatti, con i nostri partner no-profit in Africa e instauriamo cooperazioni molto strette con gli insegnanti locali.

IM: Qual è la ricetta per una buona ed efficace divulgazione scientifica?

MR: Credo sia necessario esprimere i concetti in maniera semplice, sintetica, possibilmente divertente. È importante però mantenere il rigore scientifico e non modificare il significato del concetto nel tentativo di renderlo fruibile a tutti. In più, è importante sempre tenere conto del pubblico a cui ci sta rivolgendo e adattare di conseguenza il proprio modo di comunicare. Insomma, non è proprio banale.

IM: In questi ultimi anni si assiste a un calo della considerazione e della fiducia che si dà alla scienza, anche se le istituzioni ritengono che la conoscenza diffusa delle materie scientifiche sia un obiettivo chiave del futuro. Cosa ha creato questo distacco tra scienza e opinione comune? Forse è un problema comunicativo, oltre che un fenomeno sociale?

MR: Credo che il problema sia piuttosto complesso. Non sono in grado di dare una risposta completa ed esaustiva. Sicuramente la mancanza di una comunicazione scientifica adeguata spesso alimenta la mancata comprensione di certe dinamiche e argomenti. E spesso quando non capiamo qualcosa cerchiamo una spiegazione alternativa, che però non è necessariamente quella giusta, anzi.

IM: In che modo la conoscenza scientifica crea libertà?

VM: Immagina un bambino al quale viene chiesto di fare un esperimento scientifico in classe. Se sei un insegnante non solo glielo fai osservare e ripetere, ma discuti insieme a lui dei risultati e poi cerchi di stimolare la sua curiosità in modo che sia lui a porsi una nuova domanda. In questo modo imparerà a guardarsi attorno e a porsi delle domande su ciò che osserva, inizierà a vedere se qualcosa attorno a lui può essere migliorata, cercherà e sperimenterà delle soluzioni. La scienza ci insegna a guardare il mondo con occhi diversi!

Il progetto SeedScience verrà presentato il 27 ottobre al Festival della Scienza di Genova. Interverranno Valentina Minieri e Michele Raggio.

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Fri, 26 Oct 2018 18:01:51 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/480/1/intervista-a-valentina-minieri-e-michele-raggio-di-seedscience info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
L’importanza della promozione della cultura scientifica fin dall’infanzia https://www.profignaziomarino.com/mc/479/1/limportanza-della-promozione-della-cultura-scientifica-fin-dallinfanzia

Ancora oggi, purtroppo, non si comprende pienamente l'importanza della promozione della cultura scientifica fin dall'infanzia. In una società che si ostina a far giocare le bambine soprattutto con le bambole, lasciando quasi solo ai maschietti le attività che sviluppano la logica e il pensiero matematico, non è un caso che la scienza per molti sia ancora un tabù.

 

Anche nei Paesi con economie più evolute, come il nostro, in cui apparentemente tutti possono fare tutto, nelle scuole c’è ancora molto pregiudizio nei confronti delle materie scientifiche e le donne vengono tuttora incoraggiate a proseguire gli studi nelle discipline umanistiche.

 

Nella storia del pensiero scientifico occidentale le scienziate non sono state molte. Secondo una visione del tutto maschile, la razionalità ha sempre battuto l’intuito. Le più famose, Rita Levi Montalcini, Marie Curie, Rosalind Franklin, sono solo alcune delle tante donne dalla fervida immaginazione e tenace volontà che hanno dovuto lottare per poter portare avanti le loro ricerche, la maggior parte della quali è ancora oggi un contributo significativo al sapere scientifico.

 

Secondo l’ultimo Rapporto PISA-OCSE (acronimo di Program for International Student Assessment), che studia le capacità nelle discipline scientifiche e nella comprensione dei testi di studenti di 15 anni di tutto il mondo, nel 2015 l’Italia registra un forte gender gap nelle Scienze. (Fonte: Rapporto PISA-OCSE 2015)

 

Quello della disparità di genere è solo uno dei tanti impedimenti culturali che ostacolano un’equa e globale diffusione della conoscenza scientifica.

 

Dal Rapporto PISA-OCSE 2015 l’Italia, con un punteggio medio di 481, si colloca, in maniera statisticamente significativa, al di sotto della media OCSE (493 punti nel 2015). Quali possono essere le ragioni di questo scarso risultato del nostro Paese?

 

Gli atteggiamenti e le credenze delle persone giocano un ruolo importante negli interessi, nell’attenzione e nella risposta alla scienza e alla tecnologia. La risposta di uno studente a una problematica scientifica richiede di più che il possesso di conoscenze e competenze; essa dipende anche da come lo studente sia in grado e motivato a impegnarsi rispetto alla problematica stessa. (Fonte: Rapporto PISA-OCSE 2015)

 

É evidente come in Italia ci sia da sempre un “blocco” nei confronti delle materie scientifiche: un atteggiamento negativo di avversione che porta a percepire le discipline scientifiche come aride e difficili. Questa è una percezione che viene soprattutto dagli adulti e che, di conseguenza, viene trasmessa ai più giovani, influenzandoli negativamente. I bambini sono invece molto incuriositi dalle materie scientifiche, soprattutto se le si presenta loro sotto forma di esperimenti e giochi.

 

Molte sono le ragioni per cui la scienza e la cultura scientifica oggi devono essere il più possibile comprese e divulgate.

 

Ci sono ragioni di ordine globale. Le problematiche politiche ed etiche che riguardano la scienza e la tecnologia potranno essere affrontate solo se i giovani acquisiranno una certa conoscenza scientifica. Questo non vuol dire che tutti dovranno diventare esperti nelle materie scientifiche, ma sarà senz’altro necessario che il maggior numero possibile di persone abbia le capacità di base per compiere scelte consapevoli, capire che dalle loro azioni dipendono l’equilibrio dell’ecosistema, la salute e la sopravvivenza del pianeta e delle generazioni future, e che comprendano le implicazioni sociali del dibattito scientifico tra esperti.

 

I Governi del mondo dovranno lavorare affinché sia diffusa questo tipo di competenza scientifica, definita da PISA-OCSE come “science literacy”: l’abilità di interessarsi a questioni riguardanti la scienza e la tecnologia e il possedere un pensiero scientifico tale da essere un cittadino consapevole. Una persona competente dal punto di vista scientifico è disposta a impegnarsi in argomentazioni riguardanti la scienza e la tecnologia che richiedono la capacità di spiegare i fenomeni, di valutare e progettare una ricerca scientifica, di interpretare dati e prove scientificamente. (Fonte: Rapporto PISA-OCSE 2015)

 

Ci sono poi ragioni umanistiche, che rientrano nella sfera delle libertà individuali.

La cultura scientifica è importante perché rende il cittadino consapevole di se stesso, della realtà del proprio corpo e della natura. È questa consapevolezza che determina la curiosità di rivolgere lo sguardo agli altri e al mondo con apertura mentale e spirito critico.

 

La scienza ci rende liberi perché il modo, tipico del metodo scientifico, di osservare la realtà ci spinge a guardare il mondo con uno sguardo critico, a porci delle domande, a essere sempre curiosi, a trovare soluzioni ai problemi, sperimentarle e analizzare quello che si è fatto. In altre parole, ad avere coscienza di ciò che non va e guardare oltre a ciò che è dato per scontato.

 

Questo è importante per tutti, a tutte le latitudini, ma ancora di più per le popolazioni dei Paesi a basso indice di sviluppo, che devono avere la possibilità conoscere e modificare la propria realtà. Studio e formazione sono la chiave per la crescita reale di un paese.

 

Recentemente ho avuto il piacere di conoscere un gruppo giovani scienziati italiani, con esperienza nella divulgazione scientifica e nel volontariato, che ha da poco intrapreso un progetto di insegnamento delle scienze in Africa.

 

Seedscience è un progetto che mira a formare insegnanti di scienze in Paesi a basso indice di sviluppo (Ghana, Kenya, Tanzania e Uganda) con l’obiettivo di fornire loro metodo e materiali per trasmettere ai propri studenti logica e pensiero scientifico attraverso esperimenti a basso costo.

 

In Africa, la maggior parte delle scuole sono molto piccole e poco attrezzate. Nelle classi i ragazzi hanno diversi livelli di competenza e gli insegnanti non sono specializzati perché insegnano più materie. Collaborando con le associazioni no profit dei vari Paesi, Seedscience porterà nelle scuole un kit per esperimenti e un programma per insegnarli. L’idea è rendere gli insegnanti autonomi nella costruzione di kit di esperimenti e far sì che trasmettano lo stesso metodo di insegnamento ad altri insegnanti.

 

Seedscience rappresenta bene l’importanza e l’efficacia di metodi innovativi e dell’esperimento nell’insegnamento delle materie scientifiche e di come questo possa generare un empowerment grazie alla conoscenza e al pensiero scientifico.

 

Nella nostra società, che ci sembra molto avanzata, ancora oggi capita di essere vittime della propria non-conoscenza. Ancora esistono pregiudizi e resistenze verso un certo tipo di sapere, quello scientifico, che è invece importantissimo per comprendere l’attualità.

 

In questi ultimi anni si assiste a un calo della considerazione e della fiducia che si dà alla scienza (vedi il dibattito sui vaccini, per esempio), anche se le istituzioni ritengono che la conoscenza diffusa delle materie scientifiche sia un obiettivo chiave del futuro. Cosa ha creato questo distacco tra scienza e opinione comune? 

 

Oltre che di un fenomeno sociale che ha radici complesse, si tratta credo di un problema di comunicazione. Spesso non si comunica bene perché non si comprende che il target a cui ci si rivolge ha un background diverso. La mancanza di una comunicazione scientifica adeguata può alimentare la mancata comprensione di certe dinamiche e la ricerca di spiegazioni alternative, non sempre corrette.

 

In Italia mi sembra che ci sia un crescente interesse dei giovani scienziati per la divulgazione scientifica, legato anche dalla necessità di trovare strade alternative alla ricerca. Quando un bravo divulgatore incontra l’interesse e la curiosità dei bambini, e un’entità esperta che supporti il progetto, questo genera grandi soddisfazioni, per bambini e scienziati.

 

L’insegnamento della scienza prende in prestito i metodi della divulgazione e la divulgazione può trovare nell’insegnamento ai bambini la cartina tornasole dell’efficacia della comunicazione.

 

Per concludere, prendo in prestito le parole dei miei giovani interlocutori di Seedscience:

«Per una buona divulgazione scientifica è importante sempre tenere conto del pubblico a cui ci sta rivolgendo e adattare di conseguenza il proprio modo di comunicare. È necessario esprimere i concetti in maniera semplice, sintetica, possibilmente divertente, mantenendo il rigore scientifico. Passare dalla teoria alla pratica è il primo passo necessario. Mostrare ai ragazzi, e in generale a un pubblico più vasto, principi, leggi e formule come applicazioni reali. Mettere davanti ai loro occhi la teoria attraverso esperimenti pratici e divertenti, che possibilmente riguardino e siano direttamente correlabili a situazioni quotidiane».

 

Ringrazio Valentina Minieri e Michele Raggio del progetto Seedscience per il prezioso confronto che abbiamo avuto su questi temi.

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Mon, 22 Oct 2018 18:45:34 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/479/1/limportanza-della-promozione-della-cultura-scientifica-fin-dallinfanzia info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
L’importanza della prevenzione in ambito sanitario https://www.profignaziomarino.com/mc/478/1/l-importanza-della-prevenzione-in-ambito-sanitario

Cos’è la prevenzione in medicina? Uno stile di vita sano e una buona consapevolezza sull’importanza del mantenimento dello stato di salute, ma non solo: una sanità ad accesso universale, dal funzionamento ineccepibile e al passo con i tempi, che eviti gli sprechi, e nella quale lo sviluppo delle tecnologie non sia fine a se stesso, ma che apra strade nuove per assicurare a tutta la popolazione mondiale le cure di base.

Oggi è necessario creare politiche sanitarie che abbiano l’obiettivo di promuovere la salute e la prevenzione come fattori di sviluppo della società e di sostenibilità dei sistemi sanitari.

Nella nostra società abbiamo sconfitto, o siamo riusciti a contenere, molte malattie infettive che in epoche passate causavano morti premature. I progressi della medicina dello scorso secolo hanno permesso interventi e terapie in grado di salvare la vita delle persone affette da patologie gravissime e mortali.

È scientificamente dimostrato che le grandi malattie mortali dell’epoca odierna, le cosiddette Malattie Non Trasmissibili, principalmente neoplasie, malattie cardiovascolari e malattie metaboliche, sono determinate da uno stato di squilibrio dell’organismo che, a lungo andare, può diventare cronico e difficilmente recuperabile.

La perdita dello stato di salute e l’insorgere di una Malattia Cronico-Degenerativa, si riscontrano maggiormente in coloro che hanno uno stile di vita scorretto: l’uso di tabacco, l’inattività fisica, il consumo di alcol e una dieta inadeguata contribuiscono, singolarmente o in maniera complessiva, ad aumentare il rischio di malattia e di mortalità.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ogni anno, nel mondo, 15 milioni di persone tra i 30-69 anni di età muoiono a causa di una Malattia Cronico-Degenerativa. Malattie cardiovascolari, tumori, malattie respiratorie e diabete sono responsabili di oltre l’80% delle morti premature. (Fonte: Rapporto Osserva Salute 2017)

A seguito della dichiarazione politica sulle Malattie Non Trasmissibili adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (United Nations General Assembly-UNGA) nel 2011, l’OMS, per sostenere i Paesi nei loro sforzi nazionali, ha sviluppato un “Piano di azione globale per la prevenzione e il controllo delle malattie non trasmissibili 2013-2020”, che comprende nove obiettivi globali, da raggiungere entro il 2025, e una serie di indicatori di monitoraggio atti a verificare nel tempo i progressi registrati. (Fonte: Rapporto Osserva Salute 2017)

L’ambizione è di influire virtuosamente sia sulle condizioni complessive in cui le persone vivono e lavorano e sia sugli stili di vita che influenzano la salute e la qualità della vita stessa.

In Italia, il Piano Nazionale di Prevenzione 2014-2018 ha come obiettivo principale affermare il ruolo cruciale della promozione della salute e della prevenzione come fattori di sviluppo della società e di sostenibilità del welfare, in particolare alla luce delle dinamiche demografiche, garantendo equità e contrasto alle diseguaglianze.

Il piano prevede un sistema di monitoraggio in grado di fornire un quadro completo sugli stili di vita attraverso l’analisi dei principali fattori di rischio oggetto di attività di prevenzione, promozione della salute, intervento sanitario, riabilitazione e, non ultimo, reinserimento sociale. (Fonte: Piano Nazionale di Prevenzione 2014-2018)

Queste azioni, orientate a creare nella comunità e nei suoi membri un livello di competenza che mantenga o migliori il controllo della salute, sono risultate molto efficaci in quelle Regioni d’Italia che le hanno adottate maggiormente.

In particolare sono positivi i dati degli ultimi anni sulla sopravvivenza dei pazienti oncologici: i progressi nella prevenzione primaria emergono chiaramente nel caso del tumore polmonare, per il quale il carico sanitario della patologia è in sensibile diminuzione da anni negli uomini, grazie alla riduzione della prevalenza di fumatori che rappresenta un grande successo delle normative anti-fumo (tra le più avanzate in Europa). Per quanto riguarda i tumori oggetto di programmi di screening organizzato, gli effetti dell’introduzione di misure efficaci di prevenzione secondaria sono visibili nelle aree del Paese dove si è iniziato prima e dove la copertura è ottimale. (Fonte: Premessa, Rapporto Osserva Salute 2017)

La prevenzione gioca un ruolo importante non solo per salvaguardare lo stato naturale di salute degli individui, ma per la sostenibilità del sistema sanitario in un periodo storico caratterizzato da aumento dei costi a fronte di risorse limitate.

Da diversi anni molte patologie cardiache legate a una ostruzione delle arterie coronarie non necessitano più di un intervento invasivo come un bypass eseguito dal cardiochirurgo operando sul cuore. È invece sufficiente introdurre dei piccoli “tubicini” chiamati stent: un intervento che si esegue in brevissimo tempo in una sala di radiologia interventistica. Questo ha permesso miglioramenti straordinari e oggi anche una persona ultraottantenne colpita da infarto può essere curata con successo. Questo fatto, indubbiamente positivo, ha però allargato moltissimo il numero delle persone curabili e quindi i costi della sanità.

Sono molte le iniziative volte a contenere la spesa in ambito sanitario, e tra queste la prevenzione è sicuramente un approccio che consente di ottenere un molteplice guadagno: un individuo che mantiene il suo naturale stato di salute non ha bisogno di essere sottoposto a interventi costosi, e le risorse risparmiate possono essere impiegate per promuovere la prevenzione e innescare un circolo virtuoso, per sostenere le tecnologie grazie alle quali oggi è possibile intervenire anche in casi molto gravi, per garantire un servizio sempre più efficiente e accessibile.

In Italia i dati complessivi degli ultimi 6 anni indicano che il Servizio Sanitario Nazionale è riuscito, almeno in alcune Regioni, grazie anche a politiche per la salute capaci di influenzare il cambiamento di stili di vita, a bloccare la tradizionale dinamica espansiva della spesa malgrado l’invecchiamento della popolazione, i costi indotti dal progresso tecnologico e le forme di deprivazione socio-economica prodotte dalla crisi.

Oggi tra le principali sfide della sanità troviamo la necessità delle Istituzioni di continuare a promuovere la prevenzione e dotare i cittadini di strumenti d’informazione chiari e accessibili.

Solo attraverso un empowerment reale dell’individuo, che ha la responsabilità personale di accogliere le azioni volte alla prevenzione e adottare uno stile di vita sano, e un impegno attivo delle Istituzioni pubbliche, sia in campo sanitario sia in altri settori, si potrà raggiungere l’obiettivo di ridurre i rischi associati alle Malattie Non Trasmissibili. Secondo il principio dell’“health in other policy”, sarà necessario un approccio globale che coinvolga tutti i settori, tra cui salute, finanza, trasporti, istruzione e agricoltura.

Fondamentale per preservare la salute sarà inoltre il riaffermare il valore del rapporto tra medico e paziente: i cittadini devono tornare ad avere fiducia nella medicina e percepire il valore di un sistema sanitario equo e accessibile, e i medici esercitare la loro professione consapevoli del fatto che, per quanto la tecnologia oggi possa essere avanzata, gli esseri umani non sono macchine e non è possibile la cura senza un rapporto basato sulla fiducia e sull’ascolto.

Una riflessione finale deve poi essere fatta riguardo alle scelte che le Nazioni fanno nell’allocazione delle risorse pubbliche. Possiamo osservare la questione da diversi punti di vista ma rimane un dato di fatto che, nel disegnare i propri bilanci, gli Stati tendono a non ridurre mai i costi per gli armamenti, mentre spesso tendono a contenere quelli per le altre aree strategiche, dalla sanità, alla scuola, all’agricoltura, che influenzano i nostri stili di vita e quindi il nostro stato di salute.

Ignazio Marino

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Mon, 15 Oct 2018 12:42:33 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/478/1/l-importanza-della-prevenzione-in-ambito-sanitario info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
Il Comitato Nazionale per la Bioetica si esprime sull’anonimato tra donatore e ricevente nei trapianti d’organo https://www.profignaziomarino.com/mc/477/1/il-comitato-nazionale-per-la-bioetica-si-esprime-sullanonimato-tra-donatore-e-ricevente-nei-trapianti-dorgano

Con questo breve intervento torno ad esprimermi a favore della derogabilità dell’anonimato tra donatore e ricevente nella fase successiva ai trapianti d’organo, quando sussista un forte reciproco desiderio e un apposito accordo informato tra le parti.

É di qualche giorno fa la buona notizia che il Comitato Nazionale per la Bioetica ha risposto a un quesito avanzato dal Centro Nazionale Trapianti (CNT): “Se l’obbligo all’anonimato a cui è tenuto il personale sanitario amministrativo in base all’art. 18, comma 2, Legge 1 aprile 1999, n. 91, possa essere derogato su accordo delle parti previa firma da parte di entrambe del consenso informato”, dimostrando un’apertura, mai avuta in passato, alla possibilità di incontro tra famiglie del donatore e ricevente. (Fonte: Comitato Nazionale per la Bioetica)

La risposta del Comitato, in un documento approvato nel corso della Plenaria del 27 settembre 2018 e pubblicato sul sito web dell’Organo il 3 ottobre 2018, rappresenta un passo avanti molto importante su una delle questioni etiche più complesse e discusse: la necessità o meno di conservare l’anonimato del donatore e del ricevente per sempre dopo un trapianto.

Per promuovere questa causa, in passato, mi sono mobilitato in prima persona con interventi e azioni di vario genere: articoli, lettere, raccolte di firme, pubblicazione di video e anche dedicando, quando ero Sindaco di Roma, una piazza a Nicholas Green, il bambino americano assassinato da alcuni malviventi in un tentativo di rapina nel 1994 durante un viaggio di piacere in Italia. I genitori di Nicholas decisero di donare tutti i suoi organi e, grazie a questi, furono salvate molte vite di italiani –ho parlato della vicenda di Nicholas Green in un articolo su questo blog (link ad articolo su blog).

Oggi, nel nostro Paese, poiché esiste una legge che obbliga il personale sanitario a mantenere l’anonimato, donatore, famiglia del soggetto deceduto e ricevente non hanno la possibilità di conoscersi, né prima né dopo il trapianto.

Da chirurgo dei trapianti e da persona che ha avuto la gioia di assistere migliaia di pazienti, penso che l’anonimato debba essere sempre preservato nella fase antecedente al trapianto, per evitare possibili accordi con finalità di lucro e conservare il significato profondo di dono disinteressato a qualunque essere umano si trovi nelle condizioni di aver bisogno di un organo per poter vivere.

Successivamente, ritengo che nel rapporto tra i familiari di un donatore di organi deceduto e il soggetto ricevente debba essere mantenuto inizialmente un grande riserbo, per esempio, evitando articoli sui giornali che rendano immediatamente riconoscibili donatore e riceventi.

Tuttavia, penso che, se esiste un reciproco desiderio di incontro, siano assai sagge le norme e la prassi utilizzate negli USA dove, a distanza di tempo e attraverso procedure rigorose, la famiglia del donatore può incontrare i riceventi degli organi donati dal proprio congiunto. Si stabilisce un rapporto emotivamente forte e gratificante che rende ancora più profondo quel meraviglioso gesto di generosità umana che è la donazione degli organi per salvare altre vite quando la nostra si è spenta.

Nell’analisi del Comitato Nazionale per la Bioetica viene distinto il momento antecedente al trapianto da quello successivo all’avvenuto trapianto e vengono riportate le diverse correnti di pensiero a favore dell’anonimato e a favore dell’identificazione, delineando una via intermedia nell’ambito di possibili incontri tra le parti.

Il Comitato Nazionale per la Bioetica, per la prima volta, ha ritenuto legittimo chiedersi se la condizione dell’anonimato costituisca una esigenza indispensabile per garantire la spontaneità del dono degli organi fra estranei, caratterizzato da disinteresse e solidarietà.

Il Comitato ritiene che: «L’anonimato è un elemento di cautela al fine di evitare la commerciabilità degli atti di disposizione del corpo, ma può essere ritenuto non irrinunciabile. In tal senso, il trapianto si può configurare come dono, anche senza la necessità dell’anonimato: ciò che importa è che sia avvenuto al di fuori di una logica meramente strumentale, produttivistica, cioè di una logica priva di umanità». (Fonte: PARERE IN MERITO ALLA CONSERVAZIONE DELL’ANONIMATO DEL DONATORE E DEL RICEVENTE NEL TRAPIANTO DI ORGANI, Comitato Nazionale per la Bioetica)

Si afferma, dunque, che l’anonimato è «un requisito indispensabile nella fase iniziale della donazione degli organi, per conservare le caratteristiche di equità, garantiti da considerazioni rigorosamente oggettive, basate su criteri clinici e priorità nella lista e per evitare possibili compravendite; ed è altrettanto indispensabile nella fase successiva, a trapianto effettuato, se entrambe le parti coinvolte non manifestano alcun consenso libero, valido ed informato verso la possibilità della reciproca conoscenza».

«Nella fase successiva al trapianto la possibilità che il donatore, la famiglia del donatore deceduto e il ricevente, trascorso un ragionevole lasso di tempo, diano un consenso libero, valido e informato per avere contatti e incontri non è contraria a principi etici che caratterizzano la donazione degli organi, e che l’anonimato possa essere rimesso nella libera e consapevole disponibilità delle parti interessate, dopo il trapianto, per avere contatti ed incontri».

Alcune considerazioni importanti vengono formulate circa le modalità delle dichiarazioni di volontà delle parti: «Va chiarito ai soggetti interessati che la conoscenza della identità dei donatori non è una pretesa, ma una possibilità eticamente giustificata a determinate condizioni». Inoltre «se il donatore, prima del decesso o in qualsiasi momento della sua vita, ha manifestato la volontà che venga mantenuto il proprio anonimato anche nella fase successiva del trapianto, tale volontà dovrà essere rispettata».

Il Comitato, infine, dedica un paragrafo del testo ad alcune linee guida per una corretta gestione dei casi specifici: «Il futuro ed eventuale rapporto fra donatori e riceventi dovrà comunque essere gestito da una struttura terza nell’ambito del sistema sanitario, attraverso gli strumenti che si riterranno più idonei di modo che sia assicurato il rispetto dei principi cardine dei trapianti (privacy, gratuità, giustizia, solidarietà, beneficienza)», e auspica che il modello base sia predisposto preferibilmente dall’Istituto Superiore di Sanità, e quindi che sia valido per tutto il territorio nazionale.

Ignazio Marino

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Wed, 10 Oct 2018 19:38:43 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/477/1/il-comitato-nazionale-per-la-bioetica-si-esprime-sullanonimato-tra-donatore-e-ricevente-nei-trapianti-dorgano info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
Diritto alla cura e sostenibilità economica: sono necessariamente incompatibili? https://www.profignaziomarino.com/mc/476/1/diritto-alla-cura-e-sostenibilita-economica-sono-necessariamente-incompatibili

“Essentially we have universal health care in this country, for one organ in your body – it’s like your kidneys, and only your kidneys, are Canadian”

“Sostanzialmente, negli Stati Uniti, abbiamo l’assistenza sanitaria universale per un solo organo del nostro corpo – è come se i tuoi reni, e solo quelli, fossero canadesi”: John Oliver, comico e presentatore dello show “Last Week Tonight”, esprime in una sola battuta uno dei tanti paradossi del sistema sanitario statunitense.

L’emodialisi, il trattamento necessario per la sopravvivenza dei pazienti con grave insufficienza renale, fu introdotta negli Stati Uniti nel 1960. All’epoca, visto il costo elevatissimo della terapia, e il numero assai limitato di reni artificiali, solo un piccolo numero di pazienti poteva usufruire del trattamento, e la scelta di quali persone avessero la precedenza era molto problematica dal punto di vista etico. Perché un essere umano dovrebbe avere più diritto alla vita di un altro?

Per trovare una soluzione al problema, due anni dopo, nel 1962, il Seattle Artificial Kidney Center incaricò un comitato di medici, infermieri, esponenti della società civile–un avvocato, un uomo di religione, una casalinga, un funzionario del governo, un impiegato di banca, un operaio– di sviluppare un sistema di assegnazione per i trattamenti di dialisi.

“The God Committee” (il Comitato di Dio, così venne definito da una giornalista Americana) per anni ebbe il potere e la responsabilità di decidere chi avrebbe ricevuto l’emodialisi e chi no; in pratica, chi sarebbe vissuto e chi sarebbe morto.

Il Comitato era solito prendere in considerazione quello che da loro fu definito il “valore sociale” della persona, come lo stato civile e patrimoniale, la natura del suo impiego, l'istruzione, la frequentazione della chiesa, il numero di bambini a carico e le probabilità di ricominciare a lavorare dopo la malattia. Ma la domanda che mise in crisi il comitato fu questa: doveva essere salvata la persona che contribuiva di più al benessere della società o quella la cui morte avrebbe imposto un peso ad essa, per esempio, considerando il numero di bambini a carico lasciati senza cure o risorse economiche?

La questione etica era ben più profonda e complessa. Non era legittimo che a un gruppo di uomini fosse concesso, come a Dio, il potere di decidere per la vita o la morte di un’altra persona. Tutti gli individui devono avere gli stessi gli stessi diritti, salute e vita in primis.

Nel 1967 fu creato un nuovo Comitato, presieduto dal famoso nefrologo Carl Gottschalk, che suggerì di predisporre finanziamenti del Governo Federale per il trattamento di tutti i pazienti con insufficienza renale, indicando come pazienti adatti per la dialisi solo quelli più giovani di 54 anni.

Con forse troppo ottimismo, il Comitato stimò che circa un paziente su cinque con insufficienza renale rientrasse nella categoria di pazienti adatti. I tassi d’insufficienza renale erano tuttavia molto più elevati, e dieci anni dopo, nel 1972, il presidente Nixon optò per una mossa risolutiva e dirompente: con la legge 92-603 si stanziava una consistente parte del fondo Federale alla Sanità per estendere la terapia dell’emodialisi, con sussidio a vita, a chiunque fosse affetto da insufficienza renale cronica. Da quel momento la dialisi divenne l’unico trattamento garantito a tutti su base universale negli Stati Uniti. (Fonte: AMA Journal of Ethics)

Nel 2016 il numero dei pazienti che hanno beneficiato del trattamento di emodialisi negli Stati Uniti sono stati 500 mila –erano solo diecimila al tempo di Nixon– con una spesa pari all’1% del bilancio pubblico degli USA.

Vi ho raccontato questo episodio, unico nella storia della medicina degli Stati Uniti, perché credo che sia indicativo di una delle grandi battaglie etiche che cerco di portare avanti, come cittadino americano di adozione. La salute è un diritto universale degli individui ed è dovere delle Nazioni impegnarsi per garantirlo.

Sono tanti oggi negli USA i sostenitori di un'assicurazione sanitaria nazionale universale che garantisca il completo accesso alle cure nei casi di emergenza, per le malattie croniche, per la salute mentale e dentale.

Gli obiettivi universali della medicina possono sembrare incompatibili con un sistema di assistenza sanitaria integrata come quello statunitense, progettato per controllare costantemente e rigorosamente i costi. Tuttavia sono convinto che un cambiamento di rotta e di visione sia possibile: è già iniziato con il presidente Obama e, in futuro, dipenderà dal valore che si darà al profitto rispetto alla sostenibilità a lungo termine e alla prevenzione, dall'integrità del giudizio dei medici e da norme governative in grado di prevenire gli abusi e migliorare la qualità dell'assistenza.

Un elemento preoccupante per la salute dei cittadini americani oggi è il sempre più elevato costo dei farmaci. I prezzi dei farmaci negli Stati Uniti sono più elevati che in ogni altro luogo del mondo perché, a differenza della maggior parte degli altri Paesi, il Governo USA non esercita il proprio potere d'acquisto per contenerli.

Negli Stati Uniti, uno dei Paesi più ricchi del mondo, molte persone ancora muoiono perché non hanno le risorse economiche per potersi curare. Sono convinto che esistano delle alternative al sistema attuale. Diritto alla cura e sostenibilità economica non sono necessariamente incompatibili.

Ignazio Marino

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Fri, 5 Oct 2018 13:11:19 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/476/1/diritto-alla-cura-e-sostenibilita-economica-sono-necessariamente-incompatibili info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
Riduzione degli sprechi in ambito sanitario https://www.profignaziomarino.com/mc/475/1/riduzione-degli-sprechi-in-ambito-sanitario

In tema di sostenibilità della sanità globale e di come potremo raggiungere traguardi quali l’accesso universale alle cure negli Stati Uniti, un importante contributo scientifico è stato espresso nel 2012 da Howard Brody (M.D, Ph.D., Università del Texas) in uno degli articoli più illuminanti che mi sia capitato di leggere negli ultimi dieci anni in tema di politica sanitaria.

From an Ethics of Rationing to an Ethics of Waste Avoidance, già dal titolo, propone un cambiamento di approccio al problema della sostenibilità del sistema sanitario statunitense: passare dalla logica del “contenimento”, al concetto di riduzione degli sprechi in ambito sanitario, in altre parole, test diagnostici, terapie e interventi, anche molto costosi, che possono essere considerati non risolutivi, se non del tutto inutili (e a volte addirittura dannosi), per la salute dei pazienti.

Howard Brody ritiene che lo spreco di risorse negli Stati Uniti rappresenti almeno il 30% del budget sanitario e che sia un importante fattore di aumento del costo per la spesa sanitaria dei cittadini e del Governo.

La riduzione degli sprechi si inserisce nella più ampia questione del trovare sistemi più equi per allocare risorse oggi assai scarse. Le procedure di misurazione dei risultati, per esempio, la registrazione delle variazioni dell’invecchiamento o della mortalità, o approcci procedurali, come un maggiore impegno dei medici nel comunicare ai cittadini i rischi di cure non necessarie, possono aiutare un processo già in atto che ha come obiettivo l’accesso universale alle cure e la sostenibilità dei sistemi Sanitari.

Interventi sanitari inutili possono essere prescritti dai medici non solo per rispondere alla richiesta dei pazienti, ma anche per abitudine o per interessi personali, o sulla base di evidenze scientifiche errate, oppure, come accade sempre più spesso, per la cosiddetta medicina “difensiva” con cui il medico cerca di proteggersi dal rischio di cause legali. La riduzione degli sprechi rientra nell’ambito dell’etica professionale del medico: la responsabilità che ha nei confronti dei pazienti e il valore da restituire, e il tempo da dedicare, al rapporto umano con essi.

Sono almeno 135 gli interventi medici –tra test, trattamenti e altre procedure, molte utilizzate da decenni– identificabili come quasi sempre inutili e spesso dannosi. La lista è stata realizzata nel 2013 da un gruppo di medici professionisti specializzati in 17 ambiti diversi, per la campagna Choosing Wisely, promossa da the American Board of Internal Medicine’s Foundation.

La mission di Choosing Wisely è promuovere il dialogo tra medici e pazienti, aiutando  quest’ultimi a scegliere procedure che siano avvalorate dall’evidenza scientifica, non ripetitive di altri test o trattamenti già effettuati, non dannose e veramente necessarie. Seguire questi semplici consigli, consentirebbe un risparmio di miliardi di dollari l’anno.

Per troppo tempo è stato sottovalutato quanto si spende negli Stati Uniti per test diagnostici e trattamenti che non offrono vantaggi concreti e misurabili. Il reindirizzare anche solo una parte di quel denaro potrebbe ampliare la copertura per terapie utili a tutta la popolazione, riducendo al tempo stesso il tasso di aumento del costo complessivo della Sanità.

I cittadini americani avrebbero accesso a tutte le prestazioni mediche e ospedaliere di base, a programmi di prevenzione, di assistenza, di salute mentale e riproduttiva, nonché alla prescrizione e fornitura di farmaci.

Due sono le argomentazioni principali che sostengono l’etica della riduzione degli sprechi. Per prima cosa, tutti i cittadini dovrebbero avere diritto a prestazioni sanitarie necessarie, anche se costose, e dovrebbero essere azzerate le risorse impiegate per trattamenti inutili per pochi, che compromettono la possibilità di cura per molti.

In secondo luogo, test e trattamenti che non servono possono causare danni: per fare un esempio, test diagnostici prescritti con leggerezza possono restituire dei risultati falsamente positivi, che potrebbero distogliere l’attenzione del medico curante dal problema reale.

L’articolo di Howard Brody chiude con una domanda: sapranno i medici statunitensi essere all’altezza della situazione, impegnandosi a proteggere i loro pazienti dai danni alla salute e, nello stesso tempo, a garantire cure accessibili per tutti nel prossimo futuro?

Ritengo che la riduzione degli sprechi riguardi tutti, e non solo la comunità di medici e cittadini degli Stati Uniti. Anche nei Paesi in cui la Sanità è garantita e universale, come in Italia, il problema della scarsità delle risorse sta mettendo a dura prova la sostenibilità del nostro Servizio Sanitario Nazionale.

Con l'avanzare della tecnologia medica, i costi saranno sempre più elevati e, senza un cambiamento nella gestione delle risorse economiche, presto non sarà possibile sostenere la spesa per le terapie di base.

La sfida etica del contenimento dello spreco di risorse dovrà essere affrontata presto, in particolare per far fronte a una distribuzione non equa delle risorse sanitarie a livello globale.

Ignazio Marino

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Tue, 2 Oct 2018 18:00:07 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/475/1/riduzione-degli-sprechi-in-ambito-sanitario info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
Sanità pubblica e privata: come salvaguardare l’universalismo e l’equità dell’accesso alle cure? https://www.profignaziomarino.com/mc/474/1/sanita-pubblica-e-privata-come-salvaguardare-l-universalismo-e-l-equita-dell-accesso-alle-cure

Potranno sanità pubblica e privata trovare un terreno di interazione virtuosa per garantire l’universalismo e l’equità del diritto alla cura? In che modo l’Italia potrà nei prossimi 40 anni sostenere la spesa per il Servizio sanitario pubblico e continuare a garantire l’accesso universale alle cure?

Secondo il 13° Rapporto sulla Sanità del Consorzio Universitario per la Ricerca Economica Applicata in Sanità (C.R.E.A. Sanità), la politica sanitaria in Italia, ma anche il contesto in cui essa si muove, sembra caratterizzata da una sostanziale immobilità, che si trascina ormai da almeno un decennio.

Tuttavia, dalle analisi raccolte nel Rapporto, si evince che l’immobilità è solo apparente: i cambiamenti in corso sembrano funzionali al mantenimento dello status quo, “tutto sta cambiando, perché nulla cambi”.

È un dato di fatto, confermato dalla statistica, che nel nostro Paese la sanità pubblica sta perdendo terreno. L'ospedalità privata e le strutture convenzionate, nel tempo, hanno saputo ritagliarsi un ruolo significativo e oggi si presentano, in alcuni esempi di particolare eccellenza, come soggetti in grado di garantire un’efficiente erogazione di servizi in termini di rapporto tra spesa e soddisfazione delle aspettative dei cittadini.

Universalismo ed equità

Il nostro Servizio Sanitario Nazionale, per anni considerato uno dei più eccellenti tra quelli ad accesso universale, di fatto, garantisce una quota progressivamente in calo delle necessità sanitarie dei cittadini.

Dati statistici del 2017 indicano che la spesa privata è aumentata nell’ultimo quinquennio del 4,5%, raddoppiando il tasso di crescita rispetto agli anni precedenti (Fonte: 13° rapporto Sanità C.R.E.A.).

Perché sempre più cittadini scelgono la sanità privata? Uno dei problemi più evidenti che si riscontra oggi nel pubblico è quello dell’attesa, a volte così lunga da mettere a rischio la salute o persino la vita. Oggi, infatti, sempre di più, chi vuole una risposta terapeutica rapida si vede obbligato a rivolgersi al privato, e chi non ha le risorse per farlo attende. Questo mette fortemente a rischio l’equità dell’accesso alle cure, che nel nostro Paese dovrebbe essere garantita, com’è scritto nell’articolo 32 della Costituzione.

Il numero di famiglie che ha dovuto far ricorso a spese sanitarie con le proprie risorse economiche (ciò che all’estero viene definito OOP “Out of Pocket”) ha raggiunto il 77,5% (circa 20 milioni di nuclei familiari), a fronte del 58,0% riscontrato nel 2013; alla maggiore frequenza del ricorso a spese private è associato anche un aumento della spesa effettiva pro-capite (+2,4% rispetto all’anno precedente). Il 17,1% delle famiglie residenti in Italia (4,4 milioni) ha dichiarato di aver cercato di limitare le spese sanitarie per motivi economici e, tra queste, 1,13 milioni le hanno annullate del tutto. (Fonte: 13° rapporto Sanità C.R.E.A.)

Garantire alle fasce più deboli l’accesso ai servizi sanitari rappresenta l’essenza del principio di tutela costituzionale della salute. La prima ragione dell’intervento pubblico in Sanità è proprio l’equità, che è condizione necessaria per garantire l’universalismo, qualora lo si declini, correttamente, in termini di pari opportunità di accesso all’assistenza, ovvero di garanzia di poter accedere alle cure indipendentemente dalle proprie condizioni economiche.

Deve però essere ricordato che per la Sanità in Italia si spende poco rispetto ai Paesi dell’Europa Occidentale, dove i concetti di Welfare e Sanità pubblica sono nati. La spesa sanitaria italiana, nel 2016, è complessivamente inferiore del 31,2% rispetto a quella dell’Europa Occidentale. Sul fronte della spesa pubblica, il divario tra l’Italia e l’Europa Occidentale ha raggiunto il 35,2%, mentre per quanto riguarda la spesa privata il gap è del 16,0%. (Fonte: 13° rapporto Sanità C.R.E.A.)

Il risanamento finanziario che si è realizzato negli ultimi anni in Italia è costato il netto distacco della quota di finanziamento pubblico della Sanità dal livello dei Paesi dell’Europa Occidentale e un progressivo avvicinamento alle quote tipiche dei Paesi “nuovi” entranti dall’Europa Orientale.

Universalismo non è solo gratuità

Esiste anche un altro aspetto da considerare. In un Servizio Sanitario con criticità evidenti, come appare oggi quello italiano, accade che la gratuità dei servizi possa incoraggiare un consumo eccessivo e inappropriato delle risorse sanitarie, mettendo a rischio la sostenibilità del sistema e di conseguenza anche l’universalismo.

Oggi una quota rilevante delle malattie croniche deriva da comportamenti a rischio, pertanto un accesso universale e totalmente gratuito, senza attenzione a un’educazione a stili di vita sani, rischia di diventare sinonimo di un “accesso indiscriminato”, e quindi può addirittura incentivare la persistenza di comportamenti non salutari, che gravano ingiustamente sulla solidarietà sociale.

Inoltre, a volte, nelle strutture private convenzionate si tende a prescrivere esami e terapie non strettamente necessari, per la sola ragione di ricevere rimborsi dal Servizio Sanitario Nazionale. Questo comportamento stravolge completamente gli equilibri di un sistema in cui pubblico e privato dovrebbero essere attori complementari e avere come interesse comune la Salute dei cittadini.

Le tre sfide dei nostri giorni sono dunque: salvaguardare l’equità dell’universalismo, promuovere la prevenzione e scoraggiare l’uso inappropriato delle risorse sanitarie.

Sono dell’avviso che la sanità privata possa essere complementare alla pubblica, ma la pubblica dovrebbe rappresentare il sistema principale per garantire quell’accesso universale alle cure, che le nostre madri e padri fondatori hanno voluto scrivere nell’articolo 32 della nostra Costituzione.

Ignazio Marino

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Fri, 21 Sep 2018 17:32:23 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/474/1/sanita-pubblica-e-privata-come-salvaguardare-l-universalismo-e-l-equita-dell-accesso-alle-cure info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
La mia missione come chirurgo dei trapianti https://www.profignaziomarino.com/mc/473/1/la-mia-missione-come-chirurgo-dei-trapianti

Dopo un agosto di intenso lavoro, lontano dall’Italia, mi trovo a riflettere sugli anni che passano e il cammino che fin qui che ho percorso. Tra le varie esperienze della vita adulta, il mio lavoro di chirurgo dei trapianti mi ha sempre illuminato la strada.

Il giorno di ferragosto, tra i tanti messaggi ricevuti, uno in particolare mi ha spinto a questa riflessione: quello di una signora che, moribonda, trapiantai di fegato nel 1998 e che da oltre vent’anni vive una nuova e piena vita personale e professionale. Non so immaginare un lavoro che possa dare la stessa gratificazione.

Nel 2016 sono tornato alla mia attività in Ospedale e Università negli Stati Uniti, e mai come adesso sono convinto che sia uno dei mestieri più belli del mondo. Quella del medico è una vera e propria missione: richiede dedizione, passione e una grandissima disponibilità verso gli altri, un coinvolgimento profondo con un altro essere umano che spesso è disorientato e ha paura di perdere il bene più prezioso che abbiamo: la nostra salute.

Settembre è il mese degli inizi, per i più giovani: della scuola, dell’università, di un nuovo lavoro. So quanto è difficile entrare nel mondo del lavoro con le poche certezze che oggi in Italia esistono. Per questo mi fa piacere raccontare qualcosa di me e della mia professione a chiunque sia incuriosito da questo bellissimo e complesso mestiere.

Quella dei trapianti è una branca molto particolare della medicina. Diversamente da quanto accade negli altri settori, dove una volta che il paziente è guarito e dimesso dall’ospedale il rapporto con la struttura sanitaria e con il medico che lo ha operato e assistito si interrompe, nel caso dei trapianti la relazione non finisce mai. I controlli, infatti, sono necessari per tutta la vita per tenere sotto controllo il rischio del rigetto e adattare nel tempo la terapia immunosoppressiva.

Quando lavoravo con lui all’università di Pittsburgh negli Stati Uniti, Thomas Starzl, un grande chirurgo e l’inventore della tecnica per eseguire il trapianto del fegato, ripeteva sempre: «Dopo un trapianto il paziente diventa come un figlio». Con quelle parole voleva insegnare a noi giovani medici quanto fosse importante mantenere uno stretto e costante rapporto con i pazienti trapiantati perché ogni piccolo segno, ogni malessere, qualche linea di febbre, non deve essere sottovalutato in un paziente che ha subito un trapianto d’organo: potrebbe essere il segnale di un inizio di rigetto dell’organo oppure di un’infezione che va subito curata per evitare problemi più seri e difficili da risolvere.

Il medico che si occupa dei trapianti, infatti, si confronta con la complessità dell’incontro di due patrimoni genetici diversi, quello dell’organo donato e quello del paziente che lo ha ricevuto, e, oltre allo studio, si affida all’esperienza, all’intuito e alla passione che lo spinge a stare sempre vicino al paziente, osservandone ogni cambiamento, quasi fosse un familiare o un caro amico.

Proprio dalla condivisione dei gesti quotidiani con i pazienti scoprimmo, per esempio, che il succo di pompelmo interferisce con il metabolismo del tacrolimus, il più efficace farmaco antirigetto nel trapianto di fegato, osservando gli alti livelli del farmaco nel sangue di un trapiantato appassionato di questa bevanda.

Un altro aspetto che rende i trapianti unici dal punto di vista del medico è che non si può mai staccare completamente dall’attività dell’ospedale. Non si può chiudere la porta del reparto alla fine del turno, non pensarci più e lasciarsi tutto dietro alle spalle fino alla mattina successiva o per il fine settimana. La chiamata per un organo disponibile può arrivare in qualunque momento: nel cuore della notte, di domenica o nel giorno di Natale, ed è necessario essere sempre pronti e disponibili a partire, saltando su un jet o su un elicottero, per andare a prelevare un organo in città a volte lontane.

Ci sono poi gli interventi in sala operatoria che sono lunghi e faticosi, in particolare per il trapianto di fegato, che richiede concentrazione per molte ore e anche uno sforzo fisico non indifferente.

Sono sacrifici notevoli che esigono una dedizione e una reale passione per questo mestiere e che non tutti sono disposti ad accettare e a sopportare. Per questi motivi, nonostante i trapianti rappresentino uno dei settori di punta della medicina, diventa sempre più difficile trovare giovani medici che scelgono quest’attività, probabilmente scoraggiati dall’inevitabile impegno e dalla necessaria dedizione che sono richiesti.

Ci sono però aspetti molto gratificanti, che non hanno paragoni e che rappresentano le più grandi soddisfazioni per un medico. Non c’è gioia più grande, per quanto riguarda la mia esperienza, di guardare un paziente alzarsi dal letto dopo una lunga e debilitante malattia e, dopo un trapianto, vederlo cominciare a mangiare e camminare, assistere ai suoi progressi giorno dopo giorno, stringergli la mano nel momento in cui ritorna a casa dalla propria famiglia, al suo lavoro, alla sua vita e ricevere, poi, sue notizie o una cartolina di auguri per Natale.

Perché oggi una ragazza o un ragazzo dovrebbero decidere di fare il chirurgo? A volte mi chiedo: io lo rifarei? Ricomincerei se, conoscendo tutto ciò che mi aspetta, potessi scegliere? La mia risposta è sì, senza alcuna esitazione. Quello del chirurgo è un mestiere straordinario: ci permette di esplorare il corpo umano, di ascoltare altri esseri che ci raccontano di se stessi e che si rivolgono a noi perché attraverso ciò che abbiamo imparato possiamo restituire loro la salute.

Dietro ogni gesto in sala operatoria ci sono anni di studio, di esercizio. Le nostre mani hanno appreso a compiere i movimenti più sottili e delicati, i nostri occhi a riconoscere gli organi sani da quelli malati. Gradualmente siamo arrivati a muoverci insieme con gli altri chirurghi, a intuire e ad accompagnare il prossimo gesto, con un solo sguardo, a lavorare in squadra. Ma soprattutto abbiamo avuto la possibilità di guarire una malattia con alcune ore del nostro lavoro. Un privilegio che non è concesso a nessun altro.

Ignazio Marino

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Mon, 17 Sep 2018 16:43:28 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/473/1/la-mia-missione-come-chirurgo-dei-trapianti info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
Oltre le fake news: comunicare la scienza https://www.profignaziomarino.com/mc/472/1/oltre-le-fake-news-comunicare-la-scienza

In questi mesi la preoccupazione per le fake news e per l'apparente declino della scienza e delle competenze nella sfera pubblica è molto forte e sentita, e non solo in Italia, tra chi come me si occupa di medicina e di ricerca.

La cosiddetta “medical mis-information” è sempre stata una minaccia di portata globale per la salute e la qualità della vita di ogni persona in tutto il mondo. Informazioni errate circa malattie e le cure mediche si diffondono molto velocemente e in maniera pervasiva attraverso tweet, post, commenti e motori di ricerca.

Secondo una ricerca del Censis realizzata nel 2017 in collaborazione con Assosalute, sono 15 milioni gli italiani che, in caso di piccoli disturbi (dal mal di testa al raffreddore), cercano informazioni sul web. Ma ben 8,8 milioni sono stati vittime di fake news nel corso dell'anno. In particolare, sono 3,5 milioni i genitori che si sono imbattuti in indicazioni mediche sbagliate e, quindi, pericolose. Mentre il medico di medicina generale (53,5%) e il farmacista (32,2%) restano le principali fonti di informazione, decolla il ricorso ai diversi canali web (28,4%). Il 17% degli italiani consulta siti web generici sulla salute, il 6% i siti istituzionali, il 2,4% i social network. (Fonte: Censis)

In molti ritengono che la responsabilità della diffusione di informazioni scientifiche errate sui social media sia dovuta al funzionamento degli algoritmi di questi potenti strumenti di comunicazione e agli attuali diktat del marketing dei contenuti digitali.

Da una parte ci sono le pubblicazioni scientifiche che impiegano diversi anni prima di poter essere pubblicate, perché devono essere sottoposte a diverse verifiche da parte di revisori accademici e scrupolosi studiosi; dall’altra ci sono le innumerevoli notizie pubblicate online da media digitali di vario genere che vengono condivise sui social media senza alcun controllo sulla solidità o fragilità scientifica che diffondono, e in pochissimo tempo raggiungono un numero elevatissimo di visualizzazioni.

Il problema di oggi non è solo il fatto che sia comune per una persona non esperta in materie scientifiche cadere nella trappola delle fake news, ma soprattutto che quest’ultime abbiano la possibilità di diffondersi più facilmente rispetto al passato e rispetto ai contenuti scientifici prodotti dai laboratori di ricerca delle migliori Università del mondo.

Il motivo di questo non va ricercato tanto nella velocità e democraticità dei media digitali, quanto all’importanza che oggi sì dà al contenuto come mezzo per raggiungere pubblico e consenso, da parte di media e politica, e come modo per affermare la propria identità, da parte del pubblico che condivide il contenuto online.

In alcuni casi, nel mondo dei media, la scelta dei contenuti da pubblicare non è dettata da un’esigenza scientifica ma dalla notiziabilità e dalla necessità di proporre al proprio pubblico contenuti freschi per tenere alta l’attenzione. Il fatto che il contenuto della notizia sia vero o falso diviene un aspetto secondario.

Secondo il 14° rapporto Censis sulla comunicazione le persone maggiormente istruite ritengono, con valori superiori alla media della popolazione, che le “fake news” sul web vengano create ad arte per inquinare il dibattito pubblico (74,1%) e che favoriscano il populismo (69,4%). Preoccupanti i dati sui giovani nella fascia d’età tra i 14 e i 29 anni: nel 44,6% dei casi ritengono che l’allarme sulle fake news sia sollevato dalle vecchie élite, come i giornalisti, che a causa del web hanno perso il loro potere. (Fonte: 14° rapporto Censis sulla comunicazione).

Quello a cui stiamo assistendo è una generale rivendicazione dell’opinione del singolo (o del popolo) e della sua autonomia da qualsiasi considerazione razionale e scientifica.

Teorie del complotto, “bufale” e “fake news” sono sempre esistite e circolate. Tuttavia la complessità della comunicazione e la portata dell'inquinamento delle informazioni nel nostro mondo iperconnesso oggi ci presentano una sfida senza precedenti.

Sui social media la sfera dell’opinione pubblica è frammentata in un arcipelago di comunità omogenee costituite dalla cerchia dei nostri contatti il cui punto di vista, in assenza un vero scambio con chi la pensa diversamente, tende a polarizzarsi. L’individuo si ritrova esposto a informazioni spesso non corrette, che magari sono conformi a un suo pregresso pensiero, senza avere possibilità di accedere a contenuti diversi che rappresenterebbero una controparte necessaria per la formazione di un pensiero critico.

Claire Wardle e Hossein Derakhshan, tra gli autori di uno studio pubblicato nel 2018 dal Consiglio d'Europa dal titolo “Information Disorder Toward an interdisciplinary framework for research and policymaking”, ritengono che il problema più grande della nostra epoca sia la mancanza di fiducia nel giornalismo e nella qualità delle fonti. (Fonte: Council of Europe)

Secondo gli autori, i lettori sono fortemente influenzati delle notizie che vengono condivise sui social media da amici e contatti stretti, che spesso hanno il nostro stesso punto di vista. Inoltre entrando in contatto con la notizia sui social, i lettori non interiorizzano solo un contenuto, ma anche l'emozione di chi lo sta proponendo tramite un post o un tweet.

Solo una consapevolezza sui meccanismi di comunicazione di Internet e una divulgazione non tanto delle nozioni quanto della cultura della scienza potrà riportare le persone, soprattutto le nuove generazioni, a documentarsi online con un pensiero critico.

A questo proposito, ritengo necessario che la comunità scientifica intensifichi il proprio lavoro per trovare metodologie di comunicazione adeguate al contenuto scientifico e compatibili con i tempi di verifica della scienza, per contrapporre a questa bulimia di contenuti pseudo scientifici e “fake news” una comunicazione più sana.

Inoltre, credo fortemente che riaffermare la fiducia verso la scienza è importante in un momento in cui sovranismi e populismi sembrano voler prendere il sopravvento. In un articolo scritto da Lucia Votano lo scorso 10 agosto, leggo parole molto belle che ho il piacere di prendere in prestito: “Quando ampie comunità lavorano insieme per un alto obiettivo, si possono realizzare con successo grandi imprese globali e l’integrazione tra i diversi popoli si realizza più facilmente. La scienza esprime nei fatti e nei comportamenti un corpus di valori cui si può fare appello per il rilancio dell’Europa: ha saputo realizzare un ambiente culturale abituato al confronto, all’uso della razionalità, alla propensione a cooperare indipendentemente da differenze di nazionalità, religione, sesso.”

Ignazio Marino

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Thu, 13 Sep 2018 17:21:15 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/472/1/oltre-le-fake-news-comunicare-la-scienza info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
Trapianti d’organo: buone notizie e prospettive future https://www.profignaziomarino.com/mc/471/1/trapianti-d-organo-buone-notizie-e-prospettive-future

Il trapianto di organi è una delle più grandi innovazioni terapeutiche introdotte nella medicina moderna nel secolo scorso.

La sua storia è affascinante: dagli esperimenti avvenuti in antichità, passando per le prime operazioni eseguite grazie alle invenzioni e le scoperte nell’ambito della chirurgia in epoca ottocentesca. Tuttavia solo nella seconda metà del ‘900 si riuscirono a realizzare trapianti con esiti clinici positivi.

Nel 1954 il chirurgo Joseph Murray (premio Nobel nel 1990) eseguì un trapianto di rene tra due gemelli monocoriali presso l'ospedale Peter Bent Brigham di Boston. La procedura fu un successo chirurgico e, ovviamente, immunologico: il paziente visse per 8 anni con un rene perfettamente funzionante e senza nessuna reazione di rigetto grazie al fatto che donatore e ricevente condividevano lo stesso identico patrimonio genetico e quindi l’organo del donatore non venne riconosciuto come “estraneo” dal sistema immunitario del ricevente.

Negli anni '60 l’Americano Thomas E. Starzl e l’Inglese Roy Y. Calne, grazie al perfezionamento delle tecniche chirurgiche e a importanti scoperte sull'immunosoppressione, contribuirono a consolidare la pratica del trapianto di fegato come terapia di routine. Questo portò alla creazione di diversi centri di eccellenza in Nord America, in Europa, e anche in Sud America e Australia, inizialmente tutti diretti dagli allievi di questi due straordinari scienziati.

I progressi nella pratica del trapianto d’organi aprirono una fase di grandi e nuove possibilità per la medicina. Divennero inoltre sempre più urgenti alcune questioni antropologiche ed etiche, ancora oggi argomento di discussione globale.

Il primo trapianto di cuore, avvenuto il 3 dicembre 1967 ad opera del chirurgo Sudafricano Christiaan Barnard, diede inizio pochi mesi dopo allo storico confronto filosofico sulla fine della vita.

Cinquanta anni fa, nell’agosto del 1968, un’apposita commissione istituita dall’Harvard Medical School elaborò un documento, divenuto poi noto come la «dichiarazione di Harvard», secondo cui la perdita irreversibile di tutte le funzioni dell’intero cervello è equiparabile alla morte della persona. Veniva introdotto per la prima volta il concetto di morte cerebrale.

Nella storia dell’uomo per milioni di anni, prima del 1968, il concetto di morte aveva coinciso con la cessazione del respiro e del battito cardiaco. Questa connotazione era diventata inappropriata perché le nuove efficienti tecnologie di supporto vitale per la terapia intensiva erano tali da rendere possibile che continuassero a respirare i polmoni e a battere il cuore di una persona in morte cerebrale.

Era evidente che il concetto di morte dovesse essere rivisto alla luce di questa nuova condizione. Infatti, non sarebbe stato ammissibile distaccare da un respiratore artificiale e dai farmaci una persona già in morte cerebrale se non fosse stato possibile dichiarla morta nonostante i suoi organi e tessuti continuassero ad essere ossigenati dal battito cardiaco e dalla ventilazione artificiale dei polmoni.

Con il successo del primo trapianto di cuore era nata la possibilità di “riportare in vita” un individuo la cui l’attività cardiaca è irreversibilmente compromessa, grazie al trapianto di un organo cardiaco ancora vitale, disponibile in seguito alla morte cerebrale di un altro individuo.

Non c’è dubbio che la possibilità di salvare la vita di milioni di persone di grazie al trapianto di organi vitali contribuì a introdurre la nuova definizione di morte cerebrale.

Il discorso circa le problematiche etiche in tema di trapianti di organi è ancora oggi molto sentito. In Italia dopo la legge sui trapianti del 1999 è stato raggiunto un altro importante traguardo con la legge sul testamento biologico.

Alla data del 30 luglio 2018 sono state registrate nel Sistema Informativo Trapianti del Ministero della Salute, 3.500.000 dichiarazioni di volontà complessive in merito alla donazione di organi e tessuti post-mortem a scopo di trapianto terapeutico. Di queste, 3.036.802 (85%) sono costituite da consensi, mentre 545.523 (15%) sono le opposizioni registrate presso le ASL e i Comuni abilitati. (Fonte AIDO)

È ancora motivo di dibattito scientifico, invece, la possibilità di creare catene internazionali di coppie di donatori di rene e riceventi non compatibili, per poter sopperire in maniera del tutto legale e regolamentata a quello che oggi è il più grande impedimento alla pratica del trapianto: la carenza di organi.

L’idea di una catena internazionale è stata introdotta da un algoritmo creato da Alvin Roth, premio Nobel per l’economia nel 2012. L’algoritmo di Roth dimostra che se io volessi donare un rene a un mio familiare per evitare che debba ricorrere alla emodialisi e non posso perchè sono di gruppo sanguigno B e il mio familiare di gruppo sanguigno A, in qualche parte del mondo esiste un’altra coppia con i gruppi sanguigni opposti. Per entrambe le coppie il trapianto è impossibile perché non vi è compatibilità immunologica all’interno della coppia. Si potrebbero invece realizzare due trapianti semplicemente “incrociando” donatori e riceventi delle due coppie. Con questa modalità sono già stati eseguiti diversi trapianti con pazienti negli Stati Uniti, Messico e Filippine.

Il 19 luglio Italia e Spagna hanno realizzato, per la prima volta nel Sud Europa, un trapianto internazionale di rene in modalità incrociata in cui sono state coinvolte due coppie donatore-ricevente non compatibili. Questa catena, chiamata “crossover”, ha permesso di salvare due pazienti: uno a Pisa e l’altro a Barcellona. (Fonte AIDO)

L’obiettivo della collaborazione tra diversi Paesi è allargare ulteriormente il bacino di potenziali donatori a favore di quei pazienti che non possono ricevere un rene a causa della presenza di anticorpi specifici che determinano l’incompatibilità con la persona che per affetto vorrebbe donare l’organo.

Queste sono notizie positive, ma c’è ancora tanta strada da fare. La crescita nella pratica del trapianto, importante per salvare la vita di milioni di persone in tutto il mondo, sarà determinata dall’aumento della consapevolezza circa l'importanza della dichiarazione di volontà in merito alla donazione di organi e tessuti e dalla creazione di catene internazionali.

Il progresso nelle procedure di trapianto di organi ha permesso alla medicina di sviluppare tecniche e trattamenti avanzati che la chirurgia e la farmacologia da sole non avrebbero potuto raggiungere; oggi la ricerca sulle cellule staminali, che presenta diverse somiglianze tecniche con la pratica del trapianto, ha un potenziale simile.

Da un punto di vista antropologico e filosofico, quella che fu e che continua ad essere l’esperienza del trapianto d’organo può essere un modello per affrontare le difficili sfide etiche poste dalle nuove scoperte mediche e scientifiche.

Come negli anni '60 il trapianto di organi ha contribuito a una nuova definizione di morte, l'attuale ricerca sulle cellule staminali embrionali potrebbe promuovere un dibattito globale sulla definizione dell'inizio della vita.

Ignazio Marino

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Mon, 10 Sep 2018 17:48:34 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/471/1/trapianti-d-organo-buone-notizie-e-prospettive-future info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
Perché è importante che la scienza comunichi con i cittadini https://www.profignaziomarino.com/mc/470/1/perche-e-importante-che-la-scienza-comunichi-con-i-cittadini

Recentemente ho espresso la mia opinione riguardo al grande dibattito sui vaccini in Italia. Credo però che la questione sia più complessa e che porti alla luce un problema ben più profondo: la frattura tra scienza e società civile.

In generale, è la fiducia in chi è portatore di conoscenza ad essere in crisi, a favore del sapere approssimativo di chi facilmente si lascia influenzare da notizie e fonti di qualsiasi genere e dubbia sicurezza scientifica.

La responsabilità di questa sempre più dilagante superficialità va attribuita sicuramente a un sentimento negativo e diffuso, che fa della demolizione di ogni concetto serio il suo grido di battaglia, una ribellione senza contenuti che distrugge e non crea niente.

Tuttavia, credo che sia in parte anche attribuibile ad alcune mancanze da parte di chi lavora nel settore della conoscenza, come medici, ricercatori, scienziati.

Spesso i cittadini cercano risposte immediate e definitive a quesiti che riguardano la loro salute. Purtroppo la medicina a volte non può fornire risposte definitive, perché nella scienza il processo di acquisizione di una conoscenza consolidata deve necessariamente passare attraverso il vaglio di diverse ipotesi e di una costante verifica sperimentale.

Voglio fare un esempio per chiarire il mio pensiero. Sino alla fine degli anni ’80, quando ero un giovane chirurgo, i libri di testo insegnavano che la terapia più efficace per l’ulcera gastrica era la gastroresezione, cioè l’eliminazione chirurgica di gran parte dello stomaco con un intervento che prevedeva una incisione di circa 20 cm al centro dell’addome. Due Australiani, Robin Warren e Barry Marshall, che per questo nel 2005 ricevettero il premio Nobel, scoprirono che il 90% delle ulcere del duodeno e il 70% di quelle dello stomaco sono dovute a un batterio curabile con un antibiotico da prendere a casa e non con un pesante intervento chirurgico. Di conseguenza sono cambiate le terapie e sono stati riscritti i trattati di medicina.

Tornando al nostro ragionamento, spesso le persone non ottengono spiegazioni facili da comprendere da parte di chi avrebbe il compito di fornire informazioni autorevoli ma comprensibili. Il rapporto tra medico e paziente è spesso ridotto a una conversazione unilaterale in cui il medico, senza ascoltare troppo il suo paziente, si limita a fornire dati e osservazioni tecniche che spesso l’interlocutore non è in grado di capire.

Complice la distanza sempre più drammatica tra medici e pazienti, i cittadini si trovano spaesati e confusi, in balia delle cosiddette “bufale del web” come i famosissimi casi di Stamina e Di Bella: risposte semplici e immediate, apparentemente rivoluzionarie, a preoccupazioni comuni.

Sono moltissimi i casi di decessi per cancro o altre malattie mortali perché “trattate” con metodi alternativi non convalidati dalla scienza. Purtroppo molti di questi casi vedono coinvolti minori, inermi di fronte alle azioni spregiudicate degli adulti.

In un’epoca in cui Internet è un serbatoio immenso di contenuti e notizie e l’opinione pubblica si forma all’interno dei social media, appare sempre più complicato verificare l’autorevolezza delle fonti.

La divulgazione scientifica autorevole è oggi più che mai una necessità per la nostra società.

Sono convinto che i medici, e gli tutti coloro che fanno parte della comunità scientifica, debbano avere un ruolo di orientamento a livello sociale e culturale, perché sono coloro che possiedono conoscenze e competenze specifiche in settori sempre più complessi.

Gli scienziati devono iniziare a considerare la comunicazione come parte integrante della loro missione e i medici recuperare un rapporto umano con i pazienti che consenta alle persone di trovare risposte chiare a quesiti complessi che riguardano la propria salute.

Il medico deve far valere la forza della sua conoscenza e ha nelle sue mani il potere di costruire la credibilità della sua professione agli occhi della società.

Oggi che la medicina pone delicati interrogativi con implicazioni bioetiche, credo che per un medico sia un diritto ma anche un dovere partecipare attivamente al dibattito pubblico esercitando tutta l’influenza possibile per guidare i processi di cambiamento e di modernizzazione della società.

Ignazio Marino

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Thu, 6 Sep 2018 17:56:32 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/470/1/perche-e-importante-che-la-scienza-comunichi-con-i-cittadini info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
La ricerca scientifica e l’Italia https://www.profignaziomarino.com/mc/469/1/la-ricerca-scientifica-e-l-italia

Sono sempre particolarmente attento allo stato della ricerca scientifica in Italia e nel mondo, non solo per il mio lavoro da chirurgo, ma perché credo che il benessere economico e la salvaguardia dei diritti civili passi per il progresso e per la conoscenza estesa a tutti.

Nella mia attività di chirurgo negli Stati Uniti, ma anche durante il mio mandato da Senatore in Italia, ho sempre cercato di supportare le giovani intelligenze, frenare l’esodo dei nostri cervelli migliori verso l’estero, puntare sulle capacità e non sulle raccomandazioni.

La mia carriera di medico e ricercatore si è svolta prevalentemente negli Stati Uniti, ma durante le mie esperienze di studio e di lavoro in Italia ho avuto modo di osservare da vicino  le scelte fatte dai parlamenti e dai governi negli ultimi decenni e valutare il danno creato nei confronti della ricerca scientifica.

Oggi per la Thomas Jefferson University mi occupo anche di progetti di scambio internazionale tra Atenei. Sono quindi spesso a contatto con giovani studenti e ricercatori, con i quali non manca occasione per un confronto. Molti di loro sono Italiani e questo mi rende ancora più partecipe delle loro preoccupazioni e delle difficoltà che oggi attraversa la ricerca in Italia.

Credo che oltre al danno umano, lo stato precario che soffoca la ricerca determini non pochi problemi che investono tutta la popolazione: il nostro Paese è fermo, stretto tra proposte di sviluppo solo a breve termine, non in grado di delineare un disegno generale e una visione diversa che punti a un vero cambiamento.

La ricerca sta affrontando un calo dei tassi di finanziamento in molti Paesi, fatto che influenza la crescita culturale ed economica di alcune delle principali democrazie mondiali.

Gli Stati Uniti, invece, promuovono un approccio a lungo termine che investe nella ricerca di base e nella tecnologia avanzata, considerandole forze trainanti della società. Fa parte della storia di questo Paese. Non è un caso che il 3 marzo 1863, nel mezzo della sofferenza per la Guerra civile Americana, il presidente Abraham Lincoln decise di firmare un atto del Congresso degli Stati Uniti per fondare la National Academy of Sciences. Anche in un momento così drammatico la classe dirigente degli Stati Uniti riteneva il progresso scientifico come centrale nello sviluppo della società. L’Italia ha spesso adottato una strategia assai più timida.

Calo dei finanziamenti, scelte politiche poco lungimiranti, paternalismo culturale e ostacoli procedurali pregiudicano la capacità dei ricercatori italiani di realizzare il loro potenziale. Ciononostante, in termini di pubblicazioni e risultati, gli italiani possono vantare una qualità e una produttività eccezionali, risultati che sfortunatamente si verificano soprattutto al di fuori dal proprio Paese. I migliori, spesso, sono infatti i cosiddetti “cervelli in fuga”.

Ogni anno 30.000 ricercatori italiani si trasferiscono all’estero, mentre solo in 3.000 si stabiliscono in Italia da altri Paesi. Considerando un costo medio di 3.000 euro per semestre, e i cinque anni di corso universitario necessari per la laurea, l'Italia finisce per perdere almeno 175 milioni di euro all'anno per gli studenti che lascia andare via.

Dopo essere stati istruiti e formati a spese dell'Italia, questi ingegneri, economisti, astrofisici, biologi e medici qualificati contribuiscono alle attività di ricerca e sviluppo e alla crescita economica di altre nazioni. Tutto questo contribuisce al prestigio internazionale che i nostri ricercatori ottengono all’estero ma è molto triste.

L'Italia investe poco nella ricerca, questo deve sicuramente cambiare, ma il passaggio cruciale non è semplicemente quello di aumentare i finanziamenti. Le procedure devono acquisire maggiore trasparenza e i ricercatori essere messi nelle condizioni di sviluppare un carattere più competitivo e uno spirito imprenditoriale.

Il modo in cui il parlamento e il governo dovrebbe procedere è quello di riformare i criteri di assegnazione per i finanziamenti e di iniziare ad applicare trasversalmente le regole di selezione e valutazione della peer review.

Gli ultimi governi purtroppo non hanno fatto abbastanza per cambiare lo stato delle procedure di avanzamento di carriera accademica, né per promuovere un adeguato riconoscimento dei giovani più meritevoli.

Fa parte della nostra storia una famosa legge del 1980 che ha determinato l’assunzione di circa 15.000 nuovi professori associati, una maxisanatoria per dare un posto fisso ai vecchi assistenti universitari. Per accedere a quel concorso, bastava presentare un curriculum con titoli e pubblicazioni, e fu così che ci fu una vera e propria corsa alla pubblicazione, spesso non corrispondente a un reale impegno nella ricerca.

In quella stessa legge si stabiliva, tra le altre cose, anche l’inamovibilità dei professori ordinari che, una volta arrivati in cattedra, non avevano più nulla da dimostrare e, se volevano, potevano rilassarsi e godersi il loro tranquillo posto fisso, inamovibile per legge.

Durante il mio mandato da Senatore in Italia mi sono impegnato per introdurre misure che potessero incrementare la trasparenza e la meritocrazia nella selezione dei progetti di ricerca da finanziare e nello stanziare risorse dedicate ai giovani ricercatori, esclusivamente sulla base del merito.

Con questo spirito, nel 2006-7, ho promosso due articoli di legge per destinare sino al 10% dei fondi pubblici per la ricerca biomedica a progetti proposti da giovani scienziati al di sotto dei quarant’anni.

La novità più importante consisteva però nel sistema di valutazione: una commissione costituita da dieci membri, tutti scienziati al di sotto dei quarant’anni, per la metà appartenenti a centri di ricerca stranieri.

Per la ricerca questo è stato un punto di svolta cruciale verso la meritocrazia. Finalmente, le regole internazionali della peer review stavano entrando nel sistema italiano, liberando i ricercatori dalla servitù virtuale sotto la quale erano stati tenuti da vecchi accademici.

È servita una grande determinazione e costanza nel seguire da vicino ogni fase di realizzazione di questo esperimento ma, alla fine, i ventisei ricercatori più meritevoli si sono aggiudicati ciascuno un finanziamento di circa 550.000 euro e hanno potuto avviare le loro ricerche in piena autonomia.

Purtroppo, il parlamento e il governo successivi hanno abolito quegli articoli di legge.

Tornando ad oggi, proprio come nel 2006, non credo che la soluzione per dare dignità ai ricercatori precari sia assumerli tutti con contratti stabili, bensì iniziare ad applicare le regole della peer review seriamente. E sono sicuro che tanti di loro sarebbero d’accordo con me.

Allo stesso modo, un cambiamento di percezione, cultura e approccio probabilmente darebbe molti più benefici di una semplice (benché necessaria) infusione di nuove risorse economiche.

Solo valutando sulle basi del merito potremmo dare maggiore dignità ai nostri scienziati e promuovere la crescita intellettuale, economica e culturale dell’Italia.

Ignazio Marino

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Mon, 3 Sep 2018 16:45:14 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/469/1/la-ricerca-scientifica-e-l-italia info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
Trapianti d’organo: la proposta rivoluzionaria di un premio Nobel https://www.profignaziomarino.com/mc/468/1/trapianti-d-organo-la-proposta-rivoluzionaria-di-un-premio-nobel

A volte nella medicina capita che grandi scoperte scientifiche impieghino molti anni ad arrivare ai pazienti, perché non sostenibili economicamente o perché le questioni di bioetica che sollevano sono molto complesse e vanno affrontate con la massima cautela.

Questo succede per esempio nel mondo dei trapianti d’organo, ambito in cui lavoro da moltissimi anni come chirurgo.

Negli ultimi 50 anni i progressi nei trapianti sono stati impressionanti. I trapianti sono passati da un indice di successo quasi vicino allo zero a risultati davvero ottimi: per esempio nel trapianto di rene si è raggiunta una percentuale di successo che supera il 95-97%. Inoltre, è cresciuta la sensibilità a fornire indicazioni circa il consenso alla donazione dei propri organi dopo la morte e anche in Italia sono state scritte delle leggi su questi temi (la legge sui trapianti del 1999 e, più recentemente, nel 2017, la legge sul testamento biologico).

A fronte di questi grandi successi della medicina sono però purtroppo ancora tanti nel mondo i pazienti in attesa di un trapianto perché non ci sono organi sufficienti per tutti coloro che ne hanno bisogno.

In un certo senso, questa pratica può essere quasi considerata vittima di se stessa: a un incremento della capacità (e necessità) di intervento non è ancora corrisposta una disponibilità adeguata, per via di diversi ostacoli biologici e sociali.

La scarsità degli organi è il limite principale al trapianto di rene nei paesi ad alto indice di sviluppo. In generale sia in Europa sia negli Stati Uniti non più del 15% delle persone in lista di attesa riesce ad essere trapiantato.

Inoltre, milioni di pazienti nei paesi in via di sviluppo con malattia renale allo stadio terminale muoiono perché non possono permettersi un trapianto, nonostante esistano potenzialmente numerosi reni compatibili, anche da donatori viventi. Solo nell’Africa Sub-Sahariana ogni anno muoiono circa 5 milioni di persone perché non hanno accesso né all’emodialisi né al trapianto di rene.

A questo si aggiunge il grande limite della compatibilità tra donatore e ricevente. Nella maggior parte dei Paesi l’unica situazione in cui la donazione da parte di una persona è consentita dalla legge è quando esiste un legame familiare o d’affetto con il ricevente. Purtroppo, paziente e potenziale donatore spesso non sono compatibili per gruppo sanguigno o altre caratteristiche del sistema immunitario.

Per questo problema esiste oggi una potenziale soluzione che viene dalla mente di un uomo di scienza: la teoria del matching elaborata da Alvin Roth, professore all’Università di Stanford e Premio Nobel nel 2012, con il quale collaboro.

La teoria di Roth è stata formulata proprio prendendo come caso studio il problema della compatibilità tra coppie di donatori e riceventi nei trapianti di rene.

Per spiegare in parole semplici come funziona farò un esempio: se io avessi bisogno di un rene perché rischio nel giro di poche settimane o pochi mesi di dover ricorrere alla dialisi e mia figlia volesse per affetto donarmelo, non lo potrebbe fare nel caso in cui mia figlia fosse di gruppo sanguigno B e io di gruppo A, perché incompatibili.

L’algoritmo creato da Alvin Roth dimostra che in questo stesso momento esiste sicuramente nel mondo un’altra coppia di persone legate da affetto e nella stessa situazione con gruppi sanguigni differenti. La sua idea è quindi quella di creare una sorta di catena nel pianeta tra persone che vorrebbero donare un rene a una persona cara, ma non possono farlo perché sono incompatibili. Mettendo insieme, in una sorta di matching globale, tutte queste persone, si potrebbe, in teoria, arrivare a trapiantare di rene tutti quelli che ne avessero necessità.

A partire dalla teoria del matching, è stato creato un progetto chiamato Global Kidney Exchange Program, un sistema internazionale di donatori e riceventi di organi compatibili, presentato nel 2016 da Michael A. Rees, Alvin Roth e altri scienziati.

I casi clinici delle coppie che entrano a far parte del programma vengono analizzati da un algoritmo che cerca il match migliore tra pazienti in attesa e donatori, affinché i primi possano trovare un organo compatibile in un tempo idoneo alla loro sopravvivenza.

Il Global Kidney Exchange Program potrebbe essere importante non solo in termini di salute ma anche di sostenibilità economica dei sistemi sanitari.

Non c’è dubbio che quando Alvin Roth ha iniziato a studiare questa ipotesi, lo ha fatto con la sua cultura da economista. In tutti i Paesi in cui il costo della dialisi è sostenuto dallo Stato oppure da assicurazioni private, dal momento che un paziente in emodialisi deve essere sottoposto a tredici sedute di emodialisi al mese per dodici mesi, il costo delle cure, assieme ai farmaci, può arrivare a circa 100.000 euro. Un trapianto di rene il primo anno può costare circa la stessa cifra.

Se noi idealmente immaginiamo che un paziente in dialisi sopravviva per almeno dieci anni (ma per fortuna in Paesi come l’Italia si vive molto di più di dieci anni), possiamo immaginare un costo per il servizio sanitario, pubblico o privato che sia, di circa un milione di euro; se invece immaginiamo che quel paziente, proprio grazie all’algoritmo di Alvin Roth, venga trapiantato il primo anno, avremo speso 100.000 euro quell’anno e probabilmente non più di 15.000 euro tra controlli e terapie in ognuno degli anni successivi. Quindi, alla fine del primo periodo di 10 anni, avremo risparmiato sui costi dell’assistenza sanitaria oltre mezzo milione di euro, ma soprattutto avremo restituito a una persona una vita piena.

Tra l’altro non è da trascurare, oltre a quello economico, anche il vantaggio sociale.

Uno degli obiettivi del programma di Global Kidney Exchange è proprio fornire assistenza sanitaria di qualità, inclusa ma non limitata al trapianto, per i pazienti con malattia renale allo stadio terminale nei paesi meno industrializzati, che non avrebbero nessuna possibilità di accesso alla dialisi o al trapianto, e quindi morirebbero.

Se riesco a trapiantare il rene a un paziente italiano perché trovo un’altra coppia compatibile in Etiopia, dove un paziente potrebbe non avere neanche la possibilità dell’emodialisi, la persona in Etiopia vivrà perché avrà un rene nuovo, e quella in Italia vivrà meglio – una volta trapiantata – costando molto meno al Servizio Sanitario Nazionale. Credo che questo sia un ottimo esempio di quella che in inglese si definisce una win win situation, nella quale vincono tutti.

Non mancano però le critiche. Una delle preoccupazioni sollevate da grandi professionisti come Francis Delmonico, professore emerito all’Università di Harvard, è il fatto di come controllare dal punto di vista etico e legale questo scambio internazionale di organi.

Se si stabilisce una catena internazionale di persone, che ha come movente sempre l’affetto, ma nella quale entrano in gioco anche figure non sempre emotivamente correlate tra di loro, c’è il rischio che il crimine orribile del traffico di organi possa in qualche modo insinuarsi.

Credo che la differenza tra il crimine del traffico di organi, presente in alcuni Paesi, e l’idea alla base del Global Kidney Exchange Program risieda nel fatto che questo progetto è completamente trasparente, verificabile e controllabile, e che i trapianti avvengono o avverrebbero in centri medici ben identificati e qualificati.

Il Global Kidney Exchange nel 2017 ha avuto l’endorsement dell’American Society of Transplant Surgeons (la società che riunisce tutti i chirurghi americani nel settore dei trapianti). La prima catena è già stata realizzata negli Stati Uniti e il successo è pari al 100%.

Il 22 gennaio 2018 il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, Prof. Walter Ricciardi, nel suo ruolo di membro dell’Executive Board della Organizzazione Mondiale della Sanità ha promosso tale idea.

Sono convinto che non bisogna avere paura di un’innovazione semplicemente perché abbiamo paura di noi stessi e della nostra incapacità di sorvegliare gli aspetti etici. Soprattutto quando il beneficio per gli esseri umani, ricchi o poveri, indipendentemente dalla cittadinanza, potrebbe essere davvero grande.

Ignazio Marino

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Thu, 30 Aug 2018 10:47:37 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/468/1/trapianti-d-organo-la-proposta-rivoluzionaria-di-un-premio-nobel info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
Cellule staminali: la necessità di un dialogo tra scienza e bioetica https://www.profignaziomarino.com/mc/467/1/cellule-staminali-la-necessita-di-un-dialogo-tra-scienza-e-bioetica

«So di non sapere», affermava Socrate al suo processo. Sosteneva che la verità può essere raggiunta soltanto attraverso il dialogo e l’attenzione ai diversi punti di vista da cui si osserva una qualsiasi asserzione. Questo è più che mai vero quando la verità della scienza si scontra con le ragioni dell’etica e della fede religiosa.

Nell’ambito delle grandi questioni di bioetica, come il dibattito sull’utilizzo delle cellule staminali embrionali per la ricerca e la cura delle malattie, o sulla natura stessa dell’embrione umano, è nell’interesse di tutti, comunità scientifica, società civile e religione, iniziare un dialogo sulla vita piuttosto che alzare barricate.

A partire dagli anni Ottanta si è cominciata a studiare la biologia dello sviluppo dal punto di vista dell’espressione genica differenziale, ossia l’attivazione all’interno di ciascuna cellula di alcuni geni particolari e non di altri. Più recentemente, diverse straordinarie scoperte sulle cellule staminali hanno aperto la strada a nuove possibilità di cura.

Oggi sappiamo che alcuni tessuti del corpo umano sono in grado di rigenerarsi per riparare un eventuale danno, grazie all’opera di alcune cellule poco differenziate, o cellule staminali. Queste si trovano in uno stato di attesa e, se l’organismo lo richiede, possono dividersi rapidamente, differenziarsi in modo specifico e dare origine a una grande varietà di tipi cellulari.

Le cellule staminali possono essere distinte in due categorie principali, le cellule staminali embrionali e le cellule staminali adulte.

Le cellule staminali embrionali sono presenti nell’embrione quando raggiunge lo stadio di blastocisti, a circa cinque giorni dalla fecondazione.

Le cellule staminali adulte sono localizzate in tutti gli organi. Le più facili da isolare sono le cellule staminali ematopoietiche, che derivano dal midollo osseo e dal sangue del cordone ombelicale; esse possono dare origine a tutti i diversi tipi di cellule del sangue e da tempo sono utilizzate nella terapia delle malattie ematologiche.

Le cellule staminali embrionali posseggono la capacità di differenziarsi in cellule di qualsiasi tipo e potrebbero essere utilizzate per la rigenerazione di organi e tessuti, il che permetterebbe di abbandonare terapie invasive, forse anche i trapianti.

Osservando i dati sperimentali non possiamo negare che le cellule staminali rappresentano una promessa per il futuro della medicina rigenerativa e per l’ingegneria dei tessuti.

Tuttavia più di un dubbio è lecito sull’utilizzo delle cellule di origine embrionale in ambito medico e bisogna procedere con cautela.

Da un punto di vista scientifico, le sperimentazioni sull’uomo hanno mostrato incertezze soprattutto legate all’ancora scarsa comprensione dei meccanismi di riparazione.

Vi è inoltre un’argomentazione etica che esclude la possibilità di creare in laboratorio embrioni con il solo fine di prelevarne delle cellule da destinare alla ricerca. Indipendentemente dagli orientamenti religiosi o politici, non è accettabile creare nuovi embrioni per poi distruggerli.

Molta prudenza viene adottata anche nei confronti degli embrioni congelati nelle cliniche per l’infertilità, destinati a morire perché nessuno li utilizzerà mai a scopi riproduttivi.

Il dibattito sulle potenzialità e sull’utilizzo delle cellule staminali a scopo di ricerca e a scopo terapeutico ha obbligato tutta la società a interessarsi a questi delicati progressi della scienza.

Associando alle esigenze dei ricercatori anche riflessioni di tipo bioetico, diversi Paesi si sono dati delle regole: ognuno in maniera autonoma.

In Europa non esistono leggi o comportamenti uniformi: certamente l’Inghilterra si è distinta per aver fatto della ricerca sulle staminali un settore di punta, mentre in Italia come in Germania prelevare cellule staminali embrionali a scopo di ricerca è espressamente vietato dalla legge.

Il mondo si divide su questi temi, e può accadere che l’informazione scientifica sia schiacciata tra discussioni ideologiche, inconciliabili e spesso faziose, che nulla hanno a che vedere con lo scopo che si prefigge la scienza, ovvero il progresso della conoscenza per il bene dell’umanità.

Una parte della Chiesa cattolica ha assunto rigidità nel giudizio, preferendo non aprire il dialogo, nel timore che accettando di ascoltare le ragioni di alcuni scienziati si rischi di valicare limiti etici che devono rimanere intatti.

Personalmente, da credente e da uomo di scienza, credo invece che dobbiamo porci degli interrogativi e che il dialogo sia sempre preferibile allo scontro ideologico. Se la Chiesa non avesse ascoltato nel 1968 le ragioni degli scienziati sul concetto di morte cerebrale, oggi forse la chirurgia dei trapianti non esisterebbe. Allora, affermare che una persona è morta anche se il cuore batte ancora fu certamente una rivoluzione culturale straordinaria, dal momento che per milioni di anni la morte era stata identificata con il cessare del battito cardiaco.

Se un paziente paralizzato a causa di un grave danno alla spina dorsale si alzerà dalla sua sedia a rotelle e riprenderà a camminare, oppure un bambino riprenderà a vedere grazie a una terapia con cellule staminali embrionali, come si riuscirà ad affermare che non si tratta di una strada da seguire? Come si sosterrà che le cellule degli embrioni abbandonati per sempre nelle cliniche per l’infertilità e non piú utilizzabili a scopo riproduttivo, debbano essere lasciate morire nei congelatori invece che donate per guarire pazienti oggi giudicati incurabili?

Gli Stati Uniti sono il paese con la piú ampia esperienza in questo campo e già dagli anni Novanta esistono procedure codificate. In linea generale gli embrioni vengono conservati nei congelatori fino a quando la madre biologica è in età fertile, in modo da lasciare sempre la possibilità di impiantarli nel suo utero. Dopodiché viene chiesto di prendere una decisione: lasciarli congelati a tempo indefinito fino alla loro fine naturale, chiederne la distruzione, concederli ad altre coppie che aspirano ad avere un figlio, o donare gli embrioni a scopo di ricerca.

Laici e credenti si interrogano sulla natura dell’embrione umano, se e quando possa considerarsi una vita, se debba essere trattato come un essere vivente già nato, se gli spettino dei diritti.

Proprio su questo argomento si troverebbe forse un accordo se si aprisse un dialogo costruttivo tra scienza e religione.

Si potrebbe, forse, individuare un momento in cui un embrione perda la capacità di moltiplicare le sue cellule e non possa più essere utilizzato per dare origine a una vita. A quel punto, con un meccanismo simile a quello previsto per la donazione degli organi di un paziente in morte cerebrale, gli embrioni potrebbero essere donati ai laboratori di ricerca.

Si potrebbe pensare di elaborare, su basi scientifiche, la definizione di “morte riproduttiva” così come è stato fatto con il concetto di morte cerebrale. Come accennavo, nel 1968, ad Harvard, un gruppo di studiosi stabilì che la fine della vita avviene nel momento in cui si assiste alla totale cessazione dell’attività encefalica. Questa definizione, oggi universalmente riconosciuta, ha permesso lo sviluppo della chirurgia dei trapianti. Prima di quel momento il prelievo degli organi da un paziente a cuore battente era un reato.

Allo stesso modo, se arriveremo a definire scientificamente il momento della fine della capacità riproduttiva degli embrioni già congelati da anni, si potranno utilizzare le loro cellule staminali a scopo di ricerca, con protocolli rigorosi e controllati dalle istituzioni.

Oggi la scienza sta toccando i meccanismi della vita e costringe l’individuo e la società a porsi domande molto complesse. Interrogarsi sulle questioni di bioetica significa chiedersi cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, con onestà intellettuale, nel rispetto della vita e della dignità umana, dimostrando capacità di ascolto nei confronti delle ragioni della scienza e della fede.

Ignazio Marino

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Tue, 21 Aug 2018 17:47:49 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/467/1/cellule-staminali-la-necessita-di-un-dialogo-tra-scienza-e-bioetica info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
Le sfide della sanità: trasparenza e riconoscimento del merito https://www.profignaziomarino.com/mc/466/1/le-sfide-della-sanita-trasparenza-e-riconoscimento-del-merito

Quante volte dal mio ingresso al Senato nel 2006 mi sono trovato di fronte a medici, anche molto competenti, che mi chiedevano di intervenire perché il posto di primario di una divisione dell’ospedale rischiava di essere attribuito a una persona che, secondo loro, non aveva le competenze per ricoprire quel ruolo ma aveva i giusti appoggi politici.

Che cosa potevo fare nel mio ruolo di presidente della Commissione Sanità del Senato della Repubblica? Ho sempre risposto che l’unica azione che avrei fatto sarebbe stata chiamare il direttore generale per dire che in quel concorso doveva vincere il migliore. E questo mio atteggiamento non è stato sempre accolto con gioia. È una storia purtroppo comune in Italia: spesso si va avanti perché “figli di”, o nipoti, o amici fidati ecc.

Sin dalla nascita del Servizio Sanitario Nazionale nel 1978, in Italia, la Sanità ha sempre subito l’influenza della politica, ma in principio era il medico la figura centrale dell’ospedale e il processo di selezione, anche se di stampo paternalistico, era trasparente.

Negli anni Novanta, riconoscendo i limiti nella gestione della Sanità pubblica, il Parlamento approvò due leggi di riforma – la prima nel 1992 all’epoca del ministro Francesco De Lorenzo, la seconda nel 1999 che porta la firma di Rosy Bindi– che trasformarono gli ospedali in aziende sanitarie, affidando loro ampia autonomia nella gestione ma anche maggiori responsabilità sul versante finanziario.

Le due riforme furono pensate e attuate con l’obiettivo di introdurre criteri di efficienza e diminuire gli sprechi nelle aziende sanitarie. La dirigenza delle strutture fu ripartita in tre figure: direttore generale, direttore amministrativo e direttore sanitario.

Il cambiamento fu profondo e fu soprattutto di tipo culturale. Il medico smise di essere l’unico elemento attorno a cui far ruotare tutta l’organizzazione dell’ospedale, divenne piuttosto lui stesso una ruota di un complesso ingranaggio che però non aveva contribuito a disegnare.

Sebbene le intenzioni dietro le riforme della Sanità fossero legittime ed oneste, nostro malgrado la politica entrò a gamba tesa in questo sistema, nell’organizzazione stessa delle strutture ospedaliere e, nei casi peggiori, nelle decisioni da prendere riguardo la selezione dei dirigenti e del personale.

Oggi, spesso i direttori generali delle aziende sanitarie rappresentano il braccio operativo degli assessori regionali alla Sanità, con cui hanno un rapporto fiduciario. Secondo i principî che hanno ispirato la legge che li ha istituiti, spetta alla politica sceglierli ed eventualmente rimuoverli nel caso di fallimento. All’interno della loro giurisdizione fanno il bello e il cattivo tempo e devono rispondere del loro operato solo a chi li ha nominati.

Purtroppo, in molti casi, la valutazione dei risultati dei direttori generali viene fatta sulla fedeltà, sui favori accolti, sulle persone che sono state assunte dietro segnalazione, su un certo occhio di riguardo riservato all’imprenditore amico e via discorrendo.

E così si costruisce un intreccio basato sulla clientela da cui traggono giovamento i medici approssimativi, gli imprenditori che negoziano gli appalti, i fornitori che vendono i prodotti, le cooperative e le imprese che si aggiudicano la gestione dei servizi, i direttori generali che conservano il posto, i pazienti che accedono alla sanità magari saltando la lista d’attesa.

Un sistema che spesso favorisce furbi e cinici, mentre la parte sana della società, non opponendosi ai metodi più deleteri, si deteriora progressivamente invece che modernizzarsi.

Si generano così delle disuguaglianze sempre maggiori, in particolare tra le Regioni del Nord e quelle del Sud, per cui non tutta la popolazione ha accesso a cure innovative, a farmaci di ultima generazione, a strutture d’eccellenza e a medici di provata capacità ed esperienza.

Il Servizio Sanitario Nazionale oggi sta attraversando un momento di difficoltà. Sostenibilità, efficienza e innovazione sono obiettivi che vanno perseguiti in vari modi, uno di questi è la creazione di un sistema in cui vada avanti il migliore.

La cattiva abitudine delle indicazioni e delle segnalazioni politiche andrebbe sostituita con regole di selezione trasparenti, non aggirabili, necessarie a garantire il buon funzionamento delle strutture ospedaliere e dei servizi sanitari.

Punti irrinunciabili nella selezione del personale e della dirigenza dovrebbero essere: una formazione specifica, una competenza documentabile e un processo di selezione reso pubblico su Internet.

Più in generale, dovremmo introdurre anche in Italia, come è avvenuto in altri paesi, un sistema di valutazione che valga per tutti, basato non sulla produttività tout court ma sulla qualità delle cure, misurabile con semplici indicatori come il tasso di sopravvivenza dei pazienti, le complicanze dopo un intervento, l’incidenza delle infezioni, l’appropriatezza delle terapie rispetto alla diagnosi e via di seguito.

La strada potrebbe essere creare un sistema virtuoso di controlli, governato da un organismo indipendente, super partes, che si occupi della valutazione di ogni struttura sanitaria, sia essa pubblica o privata, che controlli la tecnologia, le apparecchiature, gli impianti, la sicurezza ma che misuri anche i risultati dei professionisti, medici e amministratori.

L’introduzione di un meccanismo di valutazione seria e rigorosa, basata su metodi scientifici e non discrezionali non è difficile dal punto di vista del metodo, ma lo è concettualmente, perché pochi in Italia sono favorevoli alla verifica del proprio lavoro e difficilmente si accetta di essere valutati, ed eventualmente premiati o sanzionati, sulla base dei risultati ottenuti.

Introdurre i criteri della valutazione e del riconoscimento del merito rappresenterebbe un passo avanti determinante per migliorare la qualità dell’assistenza e contribuire a fare dell’Italia un paese più moderno.

Inoltre costringerebbe a un salto di qualità anche la classe politica per farle ritrovare quella spinta, anche ideale, nel proporre un rinnovamento nell’organizzazione della società e nel progettare il futuro.

Ignazio Marino

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Sat, 18 Aug 2018 17:09:22 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/466/1/le-sfide-della-sanita-trasparenza-e-riconoscimento-del-merito info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
Scienza e vaccini https://www.profignaziomarino.com/mc/465/1/scienza-e-vaccini

Nel dicembre del 1979 l’Organizzazione mondiale della sanità annunciò ufficialmente l’eradicazione completa del vaiolo, che il direttore generale dell’Oms dell’epoca, Halfdan Mahler, definì come “un trionfo dell’organizzazione e della gestione sanitaria”.

Tredici anni prima, il 1 gennaio 1967, l’Oms aveva lanciato un programma intensivo per sconfiggere il virus, guidato da due approcci diversi: immunizzazione di massa e sistemi di sorveglianza epidemiologica capaci di rilevare immediatamente e sul campo nuovi focolai. (Fonte: Epicentro ISS)

La mia generazione porta sulla spalla la piccola cicatrice lasciata dal vaccino, una traccia per ricordare come, grazie alla competenza delle istituzioni e al buon senso delle persone, un virus mortale fu definitivamente debellato dalla terra. I bambini nati dopo gli anni ’70 non hanno più avuto bisogno di essere vaccinati grazie alla saggezza della classe dirigente nei decenni precedenti.

È da quella saggezza e dal riconoscimento dei valori della scienza che bisogna partire se si affronta il tema dei vaccini. Da medico e da uomo di scienza sono assolutamente contrario alla sospensione per un anno della sanzione che prevede il divieto di accesso alle scuole dei bambini non vaccinati. Il provvedimento comporta una minore efficacia del decreto sull’obbligo e rischia di rendere vano lo sforzo che si è fatto finora per assicurare le soglie necessarie per la sicurezza di tutta la popolazione.

È un dato di fatto dimostrato dalla scienza che è indispensabile raggiungere una copertura vaccinale molto alta per evitare le epidemie delle malattie infettive, e per questo occorre vaccinare tutti.

Spero che il mio pensiero non sia associato a un particolare schieramento politico, perché il mio è un ragionamento esclusivamente basato sul mio lavoro di medico. Il dovere di chi si occupa di scienza e di sanità è far sì che vengano diffuse, lette e condivise informazioni corrette, avvalorate da fonti serie e autorevoli.

Ultimamente si è parlato molto di morbillo. Anche se spesso viene indicata come una malattia poco pericolosa, il morbillo può in realtà comportare gravissime complicanze. In media fra le persone che contraggono questa malattia, una ogni venti sviluppa una polmonite, una su dieci un’otite, una su 1.000 l’encefalite con gravi conseguenze e una-due su 1.000 è a rischio di morte.

Di contro, i rischi associati alla vaccinazione sono incomparabilmente più bassi: convulsioni febbrili avvengono dopo il vaccino MMR (Morbillo-Parotite-Rosolia) in un bambino ogni 3.000-4.000 vaccinati, mentre la trombocitopenia (condizione caratterizzata da un numero di piastrine nel sangue inferiore alla norma) colpisce in modo transitorio una persona ogni 40.000. (Fonte: Policlinico Sant’Orsola, Università di Bologna).

Solo dall'inizio dell'anno 2018 si sono registrati, ad oggi, 2988 casi di morbillo: un incremento di oltre il 700% rispetto allo scorso anno, in cui i pazienti sono stati circa 392. (Fonte: Walter Ricciardi, presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, intervista quotidianosanità)

Se vogliamo attenerci ai dati scientifici, a differenza da quanto dichiarato dal Ministro della Salute, Dottoressa Giulia Grillo, morire di morbillo nei prossimi anni non sarà affatto inevitabile se tutta la popolazione si adopererà da subito per raggiungere una copertura vaccinale adeguata. Se avessimo affrontato il vaiolo con questo stesso tipo di considerazioni oggi quella terribile malattia non sarebbe scomparsa e vedremmo in TV o su Internet immagini di bambini devastati, prima di morire tra atroci sofferenze, da orribili lesioni su tutto il corpo.

Le 12 vaccinazioni obbligatorie (oltre al morbillo, tetano, poliomielite, difterite, epatite B, haemophilus influenzae di tipo b, pertosse, parotite, rosolia, meningite C, meningite B, varicella) sono tutte relative a malattie potenzialmente molto pericolose e purtroppo è facile che si scenda sotto la soglia di sicurezza se sempre meno persone si sottopongono al vaccino.

Mi trovo in totale accordo con il presidente dell'Istituto superiore di sanità, Walter Ricciardi quando ci ricorda che “i vaccini sono uno strumento di prevenzione. Di fronte a dati allarmanti, con tutte le coperture sotto la soglia di sicurezza, è logico che si debba necessariamente intervenire per prevenire nuove epidemie prima che queste esplodano.”

Il Prof. Ricciardi afferma: “Per invertire la rotta si devono riproporre le migliori esperienze a livello internazionale, e, in questo senso, il modello da seguire è quello californiano. Qui, a fronte di un preoccupante calo vaccinale, si è intervenuti introducendo l'obbligo vaccinale senza il quale è impossibile l'iscrizione in tutte le scuole, università comprese.” (Fonte: Walter Ricciardi, intervista quotidianosanità)

Nel nostro Paese possiamo trovare un esempio opposto alla best practice californiana. In Veneto dal 2007 l’obbligo vaccinale è stato sospeso a favore di un sistema di monitoraggio sulle vaccinazioni e un programma di promozione per un’adesione consapevole all’offerta vaccinale. Una decisione che potrebbe apparire in linea con una concezione moderna della sanità, in cui le scelte non vengono rese obbligatorie ma basate sulla razionalità, l’informazione scientifica e il dialogo. Tuttavia il livello di copertura sulle vaccinazioni obbligatorie è oggi insoddisfacente, inferiore al livello critico del 95%, necessario, ad esempio, per l’eliminazione del morbillo.

Riguardo alle varie polemiche e al caos che si è generato negli ultimi tempi, credo che i toni accesi in rete, sui giornali e in Parlamento alimentino solo un guerra vuota, fatta di parole crudeli e improprie.

Seguendo il dibattito Italiano dalla mia Università negli USA, a distanza di migliaia di chilometri, mi sono amaramente ricordato di una trasmissione televisiva italiana di quando ero bambino. Si chiamava “La corrida” e credo che il sottotitolo fosse “dilettanti allo sbaraglio”. Infatti, c’è una distanza incommensurabile tra le opinioni che in molti si sentono autorizzati a divulgare e i fatti scientificamente dimostrati: un dibattito ai confini del teatro dell’assurdo.

Purtroppo oggi, complice un atteggiamento generalizzato che punta a screditare tutto ciò che porta in sé conoscenza ed esperienza, si tende a ribattere alle verità della scienza con opinioni approssimative, che guardano ogni cosa con sospetto e gridano al complotto, come se chi parla, perché competente in materia, avesse sempre un secondo fine.

Medicina e scienza hanno come primo obiettivo la salute delle persone e procedono sempre secondo la prassi del metodo scientifico, con responsabilità e rigore.

Non vaccinare è pericoloso soprattutto per i bambini più deboli come i trapiantati e quindi immunosoppressi in conseguenza all’utilizzo dei farmaci post-trapianto. Questi bambini e le loro famiglie sono i miei pazienti e so cosa vuol dire avere paura di una malattia apparentemente banale ma che per loro può essere mortale.

Dal punto di vista dell’etica stiamo rischiando di porre seri limiti alla libertà individuale e al diritto universale di vivere e di essere sani.

La salute è un diritto universale e la prevenzione è il dovere che tutti hanno nei confronti di se stessi e nei confronti degli altri, per far sì che ognuno sia libero di vivere e di realizzarsi nel pieno delle sue possibilità.

Non vaccinarsi, qualora esistano le possibilità per farlo e i rischi epidemici siano elevati, significa non rispettare un diritto universale.

La legislazione non è in questo caso una “coercizione” come dicono alcuni, ma uno strumento facilitatore per conseguire un obiettivo comune, il diritto alla salute, e per aiutare le persone a orientarsi in una disciplina complessa come la medicina, con semplici procedure, scadenze e regole. Se non fosse così, se la scienza dovesse essere ritenuta non credibile, allora dovremmo allo stesso modo evitare di finanziare gli istituti per i tumori e lasciare che ognuno decida da solo o con consultazioni sui blog e sulla rete cosa fare se colpito da un cancro.

Non tutti hanno gli strumenti o la buona volontà per valutare, e spesso è più facile credere a ciò che si legge su Internet e non ai fatti della scienza, o cedere alla pigrizia e trascurare la propria salute e quella dei propri figli.

I medici hanno oggi il dovere di salvaguardare e riaffermare il valore della scienza, confrontandosi con i cittadini per creare quella alleanza terapeutica necessaria per la cura e, ancora prima della cura, per la prevenzione delle malattie.

Prof. Ignazio Marino

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Sun, 12 Aug 2018 12:18:30 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/465/1/scienza-e-vaccini info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
Le sfide della sanità: sostenibilità ed efficienza globali https://www.profignaziomarino.com/mc/464/1/le-sfide-della-sanita-sostenibilita-ed-efficienza-globali

In uno dei miei ultimi interventi su questo blog ho parlato del diritto universale alla cura come la principale sfida della sanità per i prossimi 30-40 anni. Con questo secondo articolo voglio ampliare il discorso e introdurre un altro argomento fondamentale per la salute della popolazione del mondo intero negli anni a venire: la sostenibilità del sistema sanitario.

Da una parte l’aumento dell’aspettativa di vita e la crescita della popolazione over 65 nelle nazioni più ricche, e dall’altra la sempre più ampia richiesta di cure di base nei paesi in via di sviluppo e da parte di coloro che vengono esclusi dai sistemi sanitari a pagamento, ci pongono davanti all’urgenza di ripensare totalmente l’organizzazione della sanità a livello globale.

Vista la complessità del mondo odierno, la strada giusta sarà affrontare il problema con un approccio multidisciplinare e internazionale, che vada oltre le differenze tra i singoli sistemi sanitari e le culture da cui sono nati.

Come ho recentemente affermato in un articolo pubblicato sulla rivista scientifica statunitense Population Health, i sistemi sanitari possono essere giudicati secondo alcuni criteri: qualità, efficienza ed equità.

Questi parametri quasi mai sono in equilibrio. Il Sistema Sanitario Americano (per la maggior parte costituito da strutture private) è in genere molto efficiente per la qualità ma non lo è altrettanto se si guarda all’equità e all’accessibilità delle cure. Negli Stati Uniti, l’aspettativa di vita di una persona che vive in un’area con un determinato codice di avviamento postale può addirittura essere di diversi anni inferiore rispetto a quella di chi vive in un’altra area della Nazione, solo per il fatto che i residenti hanno un reddito più basso. È la dimostrazione più eclatante dell’influenza del denaro anche sulla salute.

Il Servizio Sanitario Italiano e il British National Health Service (per la maggior parte costituiti da strutture pubbliche) sono certamente più inclusivi ed equi, ma in alcuni casi meno dotati rispetto alla sanità americana in termini di innovazione tecnologica.

Un problema comune ai sistemi sanitari in esame tuttavia esiste, ed è la loro sostenibilità a lungo termine, oggi fortemente a rischio a meno che non vengano adottati approcci innovativi e nuove forme di finanziamento.

In un epoca in cui i cittadini del mondo stanno chiedendo maggiore accessibilità ai servizi sanitari di base, il cambiamento delle condizioni mediche, demografiche, tecnologiche e l'impatto dell'austerità finanziaria ed economica creano nuove esigenze e di conseguenza la qualità, l’efficienza e l’equità diventano ancora più difficili da raggiungere.

Negli ultimi anni, tuttavia, le differenze radicali tra sistemi sanitari come quello americano e quello italiano, che nascono sulla base di culture e principî assai diversi, sono divenute meno marcate e coloro che sono responsabili delle decisioni da prendere in questo settore hanno difficoltà comuni.

Mentre negli Stati Uniti uno dei problemi è il sempre più elevato costo delle terapie e delle medicine fondamentali per curare malattie gravi e mortali, in Italia il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) si trova a dover far fronte a circostanze molto diverse rispetto al passato.

Il SSN italiano –valutato come il secondo migliore sistema sanitario del mondo dal World Health Organization– fu creato nel 1978 a partire da un principio fondamentale di uguaglianza e diritto alla cura: tutti i cittadini italiani e i residenti stranieri hanno diritto all'assistenza sanitaria e tutti i trattamenti di base sono garantiti.

Se negli ultimi trent’anni il Servizio Sanitario Italiano ha mantenuto sufficientemente alto lo standard dei servizi universalmente accessibili, oggi si trova a dover essere ripensato per adeguarsi ai progressi tecnologici e scientifici, essere in linea con le nuove tendenze demografiche, rispondere all’aumento della domanda e alle grandi questioni di natura bioetica. Tutto questo avendo a disposizione risorse sempre più limitate.

Per affrontare questa grande sfida, il Servizio Sanitario Italiano dovrà compiere progressi in diverse direzioni: prevenzione delle malattie ed efficienza dei servizi; riduzione delle disparità regionali nelle prestazioni sanitarie; formulazione di una politica sanitaria nazionale integrata con le priorità economiche del paese; semplificazione della burocrazia.

Tra le misure che sembrano più urgenti, l'Italia dovrebbe promuovere una maggiore responsabilità e autonomia del personale medico e infermieristico; la creazione di nuovi ruoli professionali; il perfezionamento e l’utilizzo degli strumenti informatici e dei supporti digitali; l'introduzione di sistemi di controllo, di valutazione, di selezione, di accesso alle risorse; e avanzamento delle carriere esclusivamente sulla base del merito.

In generale, la sostenibilità del Servizio Sanitario Italiano dipenderà dalla sua capacità di guidare il cambiamento, risolvendo i problemi a breve termine e pianificando sviluppo e innovazione a lungo termine.

Un cambiamento radicale dovrebbe comportare la trasformazione del Servizio Sanitario Italiano da struttura che spesso genera costi inutili a centro di investimento e promozione dell'eccellenza e dell’efficienza, anche con l'introduzione di una competizione controllata e di formule di collaborazione tra pubblico e privato, ma con le regole dettate dal pubblico e nell’interesse del pubblico.

Dovremmo davvero iniziare a guardare oltre il sistema sanitario, superare i conflitti di interesse e intraprendere un dialogo che investa molti e diversi aspetti della nostra società, dall’alimentazione, all’attività fisica, alla prevenzione (penso ad esempio al dibattito sui vaccini) per uno sviluppo sostenibile per noi stessi e, soprattutto, per le generazioni future.

E dovremo saperlo fare senza perdere di vista il fatto che al centro delle cure deve sempre esserci la persona ammalata e che il diritto alla salute è un diritto fondamentale: noi, Italiani, dovremmo essere orgogliosi di averlo scritto nella nostra Costituzione.

Ignazio Marino

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Wed, 8 Aug 2018 11:20:13 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/464/1/le-sfide-della-sanita-sostenibilita-ed-efficienza-globali info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
Medicina, tecnologia e rapporto tra medico e paziente https://www.profignaziomarino.com/mc/463/1/medicina-tecnologia-e-rapporto-tra-medico-e-paziente

Nel 1972 il sergente Norman Penn combatteva in Vietnam e non aveva dubbi sulla sua missione: c’era un nemico da sconfiggere, un territorio da conquistare.

Un giorno, dopo l’ennesimo lancio di ordigni esplosivi, la colonna guidata dal sergente Penn si avviò sulla terra ferma, immaginando di procedere nella perlustrazione di un villaggio appena bombardato in maniera del tutto indisturbata. I soldati vennero assaliti in un’imboscata, sei di loro furono uccisi, gli altri riuscirono a scappare ritornando sull’imbarcazione.

Norman cadde e si ferì alla coscia sinistra procurandosi un taglio profondo che gli impediva di rialzarsi e di camminare. Si vide ormai vicino alla morte, ma dopo qualche minuto di terrore arrivò in suo soccorso un giovane vietnamita che iniziò a medicarlo con quel poco che aveva a disposizione. Il sergente capì che si trattava di un medico, forse un chirurgo, dalla destrezza delicata con cui muoveva le mani, dato che la comunicazione tra i due era praticamente impossibile.

Un essere umano ferito che ha bisogno di cure mediche non è un amico né un nemico, è solo un ammalato e come tale va considerato da qualunque medico. Era probabilmente la logica essenziale di quel dottore vietnamita che gli salvò la vita.

Dopo circa venti giorni le condizioni della gamba erano migliorate e Norman poté essere recuperato dall’esercito americano e rimpatriato.

Dopo circa vent’anni dal Vietnam Norman Penn arrivò al centro trapianti dei veterani, dove lavoravo, per essere sottoposto al trapianto del fegato a causa della cirrosi epatica. Mi raccontava delle sue esperienze del passato, della guerra, dei problemi avuti una volta ritornato negli Stati Uniti, ma avevo sempre la sensazione che non mi tenesse in grande considerazione.

Una mattina uggiosa, tipica di Pittsburgh, mi raccontò la storia della ferita e del medico vietnamita e compresi che ai suoi occhi io, con tutta la mia conoscenza, la mia esperienza, la mia tecnologia, non potevo nemmeno minimamente avvicinarmi alla grandezza dello spirito di quel dottore orientale. Forse lo aveva semplicemente lavato e medicato ma gli aveva salvato la vita, nonostante avesse pochissimi strumenti a disposizione e gli americani fossero i nemici che distruggevano la sua terra.

Mentre Norman era ancora ricoverato ripeteva che una volta ritrovate le forze sarebbe partito per il Vietnam, forse ci sarebbe rimasto per sempre. Diceva che voleva ritrovare quel medico, il suo eroe; probabilmente era alla ricerca di qualche cosa che nella società americana non riusciva a trovare.

Il giorno in cui venne dimesso dall’ospedale, lo accompagnai dalla sua stanza all’uscita e, salutandomi, per la prima volta si commosse come non era accaduto nemmeno quando gli avevamo detto che era salvo e che il nuovo fegato trapiantato funzionava a dovere: «Non sarà la scienza a salvarcimi disse – e non sarà la malattia a distruggere l’uomo, saranno l’umanità e la solidarietà a condurre alla salute dell’anima».

Penso spesso a questa storia e nel rapporto con i miei pazienti, anche a distanza di anni, cerco di essere come quel medico vietnamita che salvò la vita a Norman Penn, mettendo al primo posto la persona e la cura.

Fare il medico è certamente impegnativo dal punto di vista professionale ma essere medico è ciò che fa la differenza nel modo di concepire e di condurre la propria vita.

Oggi, nell’era della tecnologia, il medico tende a essere individuato soprattutto come un tecnico, conoscitore di soluzioni terapeutiche per ogni tipo di malattia, auspicabilmente infallibile. I medici stessi spesso sono guidati da un certo senso di onnipotenza, dato dalla sensazione di avere il pieno controllo degli strumenti di intervento e diagnosi, il che però li rende freddi e spesso ciechi.

La tecnologia di cui disponiamo oggi ha portato alla scoperta di terapie straordinarie, ma ha anche contribuito a stravolgere il rapporto umano tra medico e paziente. Nella medicina, così com’è intesa nella cultura occidentale di adesso, questo aspetto si sta perdendo, e la professione del medico attraversa un vero e proprio momento di crisi.

Mi sono formato seguendo il principio che tra il medico e l’ammalato si debba stabilire una vera alleanza. Il medico non può curare da solo, come non possono farlo i farmaci, solo la collaborazione con il paziente e la capacità del suo organismo di reagire portano alla guarigione.

Certo, oggi è difficile contrastare l’evidenza che una diagnosi basata su una Tac o una risonanza magnetica abbia più probabilità di essere esatta rispetto a un lungo e approfondito esame obiettivo del paziente eseguito con le mani e lo stetoscopio, tuttavia non è possibile accettare che la tecnologia elimini quel rapporto intimo e particolarissimo che va considerato come parte integrante della terapia.

Il tempo guadagnato grazie alla tecnologia potrebbe essere impiegato nel dialogare con il paziente e creare quel rapporto di fiducia necessario per la cura. Spesso l’elemento diagnostico più importante emerge proprio dal racconto che il paziente fa del proprio malessere e del suo modo di viverlo. Dove non arriva la tecnologia può arrivare l’intuito e il sentire l’altro, nel senso più umano del termine.

La mente umana non è solo una “macchina perfetta”. Nell’unità di mente e corpo, l’uomo ha il privilegio di avere ciò che nessuna tecnologia è riuscita ancora a replicare e mai forse sarà in grado di farlo: la fantasia (capacità di immaginare) e l’affettività (capacità di amare).

Ripongo tutta la mia fiducia nei medici del futuro; sono convinto che, come in una sorta di moto inverso, una reazione al dominio della tecnologia, sceglieranno la strada dell’umanità.

Le Università oggi hanno il dovere di progettare dei percorsi formativi che comprendano anche questo e diano agli studenti motivati la possibilità di essere medici per davvero.

Ignazio Marino

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Sat, 4 Aug 2018 18:47:13 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/463/1/medicina-tecnologia-e-rapporto-tra-medico-e-paziente info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
Le sfide della sanità: il diritto alla cura https://www.profignaziomarino.com/mc/462/1/le-sfide-della-sanita-il-diritto-alla-cura

Con questo articolo vorrei iniziare una serie di interventi su un tema che ritengo sia cruciale per l’Italia e in generale per la società civile di oggi: il diritto alla cura e come la sanità, i parlamenti dei diversi Paesi e i singoli individui potranno cercare di raggiungere questo  traguardo, essenziale per la vita delle persone.

Assistiamo oggi a cambiamenti molto profondi, a un ritmo più veloce che mai. Nel campo della medicina, i progressi scientifici e una tecnologia sempre più all’avanguardia hanno reso possibile la cura di malattie che fino a 50 anni fa erano mortali, e ci hanno anche posto di fronte a questioni etiche nuove e complesse.

È un dato di fatto che viviamo molto più a lungo –anche se non necessariamente meglio, e comunque non in tutto il mondo– e che lo sviluppo della tecnologia porterà la ricerca scientifica a uno stadio ogni giorno più avanzato.

Per i prossimi 30-40 anni ci troveremo a dover affrontare al meglio questo cambiamento e trarne beneficio, costruendo le fondamenta di un mondo in cui la salute sia davvero un diritto per tutti.

 

La salute come equilibrio fisico e psichico dell’individuo

Nel corso del ‘900 siamo passati ad avere un concetto di salute strettamente legato alla disponibilità delle risorse sanitarie, alle terapie, ai farmaci, agli ospedali, ai medici.

Dimentichiamo spesso che la nostra salute ha molto più a che fare con ciò che mangiamo, beviamo, con l’aria che respiriamo, con l’utilizzo che facciamo del nostro corpo e con le attività che svolgiamo durante il giorno.

Ci sforziamo in maniera spasmodica per creare un sistema di vita sempre più complesso che fiduciosamente, e forse irresponsabilmente, definiamo “migliore”, ma rinuciamo ad avere un sano e concreto rapporto con la realtà del nostro corpo, con il mondo, con le persone.

In Italia, come nella maggior parte dei paesi ad alto indice di sviluppo, le due principali cause di morte oggi sono le malattie cardiovascolari e i tumori, entrambe patologie in cui l’influenza dell’ambiente esterno e gli stili di vita hanno un ruolo determinante.

Di fatto, conduciamo un’esistenza che non tiene conto della salute come di uno stato naturale da conservare gelosamente ma piuttosto come di una condizione che può essere ricostruita attraverso la medicina.

Siamo giunti a un’epoca in cui il vecchio concetto di benessere, contrapposto a quello di malattia e strettamente collegato all’idea di cura e terapia, va abbandonato per abbracciare quello di salute come equilibrio fisico e psichico dell’individuo con il mondo che lo circonda.

Io sono sempre stato un promotore del concetto di salute in tutte le politiche, ovvero dell’importanza che ogni nostra azione può avere sulla salute delle persone, dalla pianificazione di grandi opere, come autostrade o aeroporti, ai piani regolatori delle città, alle scelte in materia di energia, agli insediamenti industriali, alle produzioni agricole e via di seguito.

Nel campo della sanità, e non solo, di fronte a bisogni che sono cambiati radicalmente, il salto da fare non è solo nell’approccio alla salute e alla malattia. L’assetto e l’organizzazione delle strutture adibite alla cura dovranno essere ripensate.

Le scelte che siamo chiamati a fare, ognuno nel proprio settore, influenzano il mondo e saranno determinanti per cavalcare l’onda del cambiamento. In quest’epoca di crisi, preferisco pensare che quello che abbiamo sono in realtà infinite possibilità di crescere.

 

La salute come fondamentale diritto dell’individuo

Nel mondo occidentale l’aspettativa di vita è cresciuta notevolmente, ma è molto triste notare come il divario tra Nord e Sud del mondo sia sempre più grande, e come in Paesi economicamente avanzati le disparità si acuiscano invece che assottigliarsi, nonostante la tecnologia e le sperimentazioni più all’avanguardia.

È ciò che accade anche negli Stati Uniti dove circa 30-40 milioni di americani non hanno accesso ai trattamenti sanitari (ad eccezione del pronto soccorso) né ai farmaci perché non hanno un lavoro che permetta loro di pagare un’assicurazione privata.

Le condizioni di vita dei paesi industrializzati e quella dei paesi a minore indice di industrializzazione si scontrano nel movimento che caratterizza il nostro millennio. È assolutamente necessario trovare una forma di equilibrio.

La fiducia nella scienza e la prospettiva di individuare terapie sempre più efficaci per garantire la nostra salute non possono bastare se interi continenti vengono esclusi dal cammino che porta ad un miglioramento delle condizioni di vita.

Da un lato del mondo si possono spendere milioni di euro per curare una singola persona e tentare di guarire pochissimi privilegiati, dall’altro lato del pianeta non si riescono a organizzare e a finanziare adeguatamente programmi di vaccinazione di massa o servizi di assistenza al parto che potrebbero salvare milioni di vite.

Il vero cambiamento comincia necessariamente dal riconoscimento della salute come bene primario, un diritto inalienabile di tutti gli individui.

Nel 1947, i nostri padri e madri costituenti scrivevano nella Carta Costituzionale:

«La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana».

L’articolo 32 della Costituzione ispirò la legge del 1978 con cui venne creato il Servizio sanitario nazionale in sostituzione delle storiche mutue: un sistema sanitario universale e solidaristico, il diritto alla cura garantito, l’accessibilità alle strutture e l’equità assicurate a tutti i cittadini, indipendentemente dalle loro condizioni sociali ed economiche.

L’Italia all’epoca si dimostrò all'avanguardia nel concepire un concetto così alto come il diritto universale alla vita, alla salute, al rispetto della persona. Credo che questo pensiero debba essere la base da cui iniziare per mettere in atto un cambiamento, non solo in Italia.

Ignazio Marino

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Tue, 24 Jul 2018 17:37:42 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/462/1/le-sfide-della-sanita-il-diritto-alla-cura info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
Liberalizzazione della cannabis e partecipazione della scienza al dibattito sulla salute https://www.profignaziomarino.com/mc/460/1/liberalizzazione-della-cannabis-e-partecipazione-della-scienza-al-dibattito-sulla-salute

Un giorno del 1979, mentre uscivo dall’Ospedale dopo il mio lavoro in sala operatoria, vidi due giovani in moto strappare la borsa a una donna anziana che cadde urtando violentemente lo spigolo del marciapiede e morì per il trauma cranico. Appresi che lo scippo era legato al consumo di droga e da allora iniziai a interrogarmi, come medico e come cittadino, su quella vita perduta e sui drammi che si accompagnano al consumo e allo spaccio della droga. Così negli anni in cui oltre al mio mestiere di chirurgo ebbi la responsabilità di presiedere la Commissione Sanità del Senato della Repubblica Italiana cercai in ogni modo di introdurre razionalità al posto delle ideologie e dati scientifici al posto dei luoghi comuni.

Come un medico ha una responsabilità personale nel migliorare la vita del proprio paziente, così un parlamentare può contribuire al miglioramento delle condizioni di vita di molti con una legge utile ai cittadini.

Nel 2014 riaffermai la mia convinzione che fosse necessario attuare quanto indicato dal popolo con il referendum del 1993, quando 37 milioni di Italiani si recarono a votare e la maggioranza di essi si dichiarò favorevole alla liberalizzazione della cannabis per uso terapeutico o personale. Non avevo dubbi che avrei alimentato polemiche. Fui addirittura accusato di negligenza nel mio lavoro da Sindaco, perché dedicavo una riflessione ad argomenti giudicati lontani da Roma e dai Romani. Chi mi criticava probabilmente non aveva mai studiato i dati sul consumo di cannabis, ad esempio nelle scuole, e quanto l’illegalità della marijuana favorisca le attività criminali.

Viviamo in un epoca in cui una riforma delle leggi sulle droghe è necessaria a livello nazionale e internazionale e il dibattito sulla legalizzazione deve essere valutato sulla base di dati scientifici, piuttosto che di slogan.

Le politiche proibizioniste non sono state in grado di risolvere il problema dell’alta diffusione della droga, né tantomeno quello della criminalità organizzata, che ne gestisce il traffico nazionale e internazionale.

La legalizzazione della cannabis potrebbe essere una prima e necessaria iniziativa per sottrarre un mercato importante alle associazioni criminali.

Oggi le norme sulla cannabis sono in evoluzione in tutto il mondo e sono molti gli esempi virtuosi di un processo di legalizzazione totale o parziale: come la California che ha legalizzato la prescrivibilità dei cannabinoidi a scopo terapeutico e il Canada o il Colorado che hanno dato il via a un processo di legalizzazione della marijuana anche a scopo ricreativo.

È da poco passato il 26 giugno, la Giornata internazionale contro l’abuso di droghe e il traffico illecito e i dati forniti dal World Drug Report del 2018 non hanno necessità di commenti: circa 275 milioni di persone in tutto il mondo (pari al 5,6% della popolazione mondiale di età compresa tra i 15 e i 64 anni) hanno fatto uso di droghe almeno una volta nel 2016.

Nel 2016, la quantità di cannabis sequestrata a livello mondiale è tuttavia diminuita del 22% nel 2016 rispetto all’anno precendente, per un totale di 4682 tonnellate, il livello più basso registrato dal 2000, ed è interessante che il declino è stato particolarmente marcato in Nord America, dove in diversi stati il consumo di cannabis è stato legalizzato a fini medici e ricreativi.

Una delle mie più grandi preoccupazioni da medico è la prassi messa in atto dai cartelli della droga negli ultimi anni di modificare geneticamente le piante, con il fine criminale di creare un prodotto in grado di determinare una forte dipendenza, quasi alla pari delle cosiddette “droghe pesanti”.

La cannabis comprende diverse specie, che variano per percentuale di THC e di altri cannabinoidi come CBD, CBN, CBC, THCV a seconda dei quali si ha un effetto fisiologico e psicotropo differente. Le modificazioni genetiche della cannabis ne potenziano la pericolosità.

Secondo studi recenti il tasso di THC della marijuana da spaccio reperibile nelle principali piazze italiane è quasi raddoppiato negli ultimi 15 anni e arriva fino al 10%, a fronte di una quasi totale assenza del cannabidiolo, il principio non psicoattivo.

In altre parole, la criminalità organizzata crea prodotti sempre più pericolosi, e diventa così impossibile monitorare il rischio a cui sono sottoposti, ignari, i consumatori.

La mafia insabbia la conoscenza, per lucrare sulla salute. Rendere legale la cannabis per il consumo terapeutico e ricreativo renderebbe le persone maggiormente consapevoli dei rischi per la salute oltre ad evitare il finanziamento ai cartelli della droga.

Un’altra ragione che mi spinge a ribadire come medico la mia posizione a favore della cannabis legale è la possibilità di promuovere l’uso del vaporizzatore piuttosto che di uno spinello. Con una capsula inserita in un vaporizzatore si conoscono esattamente le caratteristiche chimiche e il dosaggio di ciò che si consuma, grazie al controllo delle autorità sanitarie, e si previene così il rischio di cancro legato alla combustione della sigaretta.

Il 21 giugno 2018 il Consiglio Superiore della Sanità ha raccomandato al Ministro della Salute “che siano attivate, nell'interesse della salute individuale e pubblica e in applicazione del principio di precauzione le misure per bloccare la cannabis light perché “non si può escludere la pericolosità del Thc anche a basse concentrazioni in alcuni soggetti”. È certamente vero che uno stile di vita sano e l’evitare il consumo di sostanze dannose (penso ad esempio all’alcol o al tabacco) siano da incoraggiare, ma ritengo che uno studio analitico e scientifico della cannabis, che permetta di introdurre misure di liberalizzazione, consenta una migliore informazione scientifica, una diminuzione dei rischi per la salute e possa eliminare il traffico da parte delle organizzazioni criminali. La partecipazione della scienza al dibattito sulla salute dovrebbe sempre essere incoraggiato e ricercato

Prof. Ignazio Marino

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Mon, 16 Jul 2018 17:42:29 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/460/1/liberalizzazione-della-cannabis-e-partecipazione-della-scienza-al-dibattito-sulla-salute info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
Reginald Green e l’impegno per un libero contatto d’affetto tra familiari dei donatori e riceventi https://www.profignaziomarino.com/mc/458/1/reginald-green-e-limpegno-per-un-libero-contatto-daffetto-tra-familiari-dei-donatori-e-riceventi

Ho parlato di Nicholas Green molte volte in passato: per me è una vicenda sempre attuale, anche se sono passati quasi 25 anni da quel drammatico 29 settembre 1994.

Durante una vacanza in Italia, Nicholas Green, un bambino americano di 7 anni, figlio di Reginald e Margaret, venne ucciso mentre era in macchina sulla Salerno-Reggio Calabria con la famiglia, con un colpo di pistola sparato da due criminali durante un tentativo di rapina. I Green decisero di donare tutti gli organi del piccolo Nicholas.

La tragedia scatenò una forte sensibilità sul tema della donazione degli organi, fino allora poco conosciuta e praticata, e un importante incremento dei trapianti in Italia.

Io sono un chirurgo dei trapianti e da sempre mi sono impegnato per rendere questa straordinaria pratica chirurgica sempre più efficiente e diffusa. Credo che quello che le persone hanno colto e amato della famiglia Green sia tutta l’umanità che c’è nel reagire a un evento così brutale, come la morte violenta e improvvisa di un bambino, con amore e generosità verso gli altri, per far sì che da quel dramma potesse nascere del bene.

«Volevo dare l’opportunità ad altri bambini di poter vivere» dice Reginald Green ancora oggi che ha ottant’anni e continua a raccontare al mondo l'importanza della donazione degli organi. «Fu quella inondazione di calore umano che ci aiutò a trasformare uno sconsiderato atto di brutalità in una lezione universale in cui la vita trionfa sulla morte, e la speranza sulla disperazione». I suoi sorrisi e le sue frasi semplici ed incisive restituiscono tutta la saggezza di un uomo che reagisce alla morte con uno slancio verso la vita.

Reginald Green da allora porta avanti anche un impegno per permettere alle famiglie dei donatori e dei riceventi di conoscersi, ovviamente solo qualora entrambe lo desiderino. Un impegno di libertà e civiltà in cui io mi sono sempre schierato al suo fianco, esprimendo la mia posizione in diverse occasioni.

In Italia, la legge del 1999 che tutela la privacy dei pazienti vieta al personale sanitario di rivelare l’identità dei trapiantati, impedendo una qualsiasi forma di contatto tra pazienti e famiglie dei donatori.

Se questa legge fosse stata già in essere nel 1994, non sarebbe stato possibile per Reginald conoscere l’identità delle 7 persone che hanno potuto vivere grazie agli organi di suo figlio Nicholas e stringere con essi un legame di profondo affetto.

Nel post-trapianto, il contatto tra la famiglia del donatore e la famiglia dei riceventi potrebbe non essere sempre opportuno, ma nei casi in cui sia fortemente e reciprocamente desiderato, i vantaggi possono essere molti. Lasciamo valutare questo aspetto alla prassi della medicina, attraverso un’attenta analisi delle singole situazioni e dei risultati.

Negli Stati Uniti, le autorità sanitarie agevolano il contatto, quando sia desiderato, e i dati statistici confermano che i risultati sono positivi per il benessere psichico di entrambe le parti. Le famiglie possono mettersi in contatto solo a distanza di anni dal trapianto e, voglio ripeterlo ancora una volta, solo se entrambe lo desiderano: il tutto sotto la supervisione di un team di esperti. Si rende possibile inizialmente uno scambio di lettere anonime e poi, solo dopo una valutazione positiva da parte di professionisti competenti e prudenti, l’incontro.

Nel mio lavoro da chirurgo ho avuto l’opportunità e la fortuna di vivere da vicino la forza dei sentimenti umani: la resistenza alla sofferenza, l’attaccamento alla vita, la reazione agli eventi. Alla nascita, la reazione verso gli stimoli del mondo esterno ci fa abbracciare la vita che inizia. La morte d'una persona amata, di un figlio, di un compagno di vita è forse l’evento più traumatico per un essere umano. La nostra umanità è anche lì, nella reazione al dolore.

Ciò che la morte comporta a livello psichico deve rimanere di pertinenza dei sentimenti più profondi dell’essere umano. La reazione alla perdita di un caro è personale, e personali sono le scelte che si fanno per affrontare un lutto.

Le leggi devono essere create per facilitare, rendere equo, virtuoso e ben funzionante un processo, ma non dovrebbero entrare nella sfera del privato. Non spetta al legislatore dettare regole sullo scambio di affetti tra le persone.

Credo che la sfida più grande di questi tempi sia proteggere la nostra umanità e dobbiamo sentire un grande senso di responsabilità nel farlo.

Prof. Ignazio Marino

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Fri, 13 Jul 2018 16:53:35 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/458/1/reginald-green-e-limpegno-per-un-libero-contatto-daffetto-tra-familiari-dei-donatori-e-riceventi info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
Inaugurazione della statua ed il film sulla vita Thomas E. Starzl https://www.profignaziomarino.com/mc/446/1/inaugurazione-della-statua-ed-il-film-sulla-vita-thomas-e-starzl

Una giornata densa di emozioni nell’onorare la memoria del pioniere che per primo ha realizzato un trapianto di fegato sull’uomo nella Storia della Medicina. La prima del film sulla vita di Thomas E. Starzl, alla University of Pittsburgh e poi l’inaugurazione della statua dedicata a lui nel Campus dell’Università http://www.post-gazette.com/video/?v=5801149594001

È stato così intenso ricordare la sua figura insieme a sua moglie Joy e agli altri allievi, e amici, che, come me, hanno appreso da lui non solo il mestiere di chirurgo dei trapianti ma anche una filosofia di vita concentrata sull’aiuto al paziente. Come ci diceva Thomas Starzl: “Quando hai appreso la tecnica e sai eseguire alla perfezione un trapianto di fegato sei solo a metà strada perché devi diventare anche un vero medico e devi apprendere che una volta che avrai trapiantato una persona quella persona diverrà come un nuovo figlio”. Ed è proprio così: che gioia si prova quando un paziente trapiantato tanto tempo fa ti cerca non solo per un problema clinico ma anche per raccontarti della sua vita.

Grazie Tom, per tutto quello che ci hai insegnato e grazie Joy per averci sempre accolto con un sorriso nella vostra casa, ieri e ancora oggi.

Prof. Iganzio Marino

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Sat, 30 Jun 2018 00:00:00 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/446/1/inaugurazione-della-statua-ed-il-film-sulla-vita-thomas-e-starzl info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
Biotestamento, Ignazio Marino: «Una vittoria per la libertà e la dignità delle persone» https://www.profignaziomarino.com/mc/444/1/biotestamento-ignazio-marino-una-vittoria-per-la-liberta-e-la-dignita-delle-persone

«E' stato il mio primo atto da senatore, nel 2006: scrivere una legge sul fine vita. Eravamo in enorme ritardo . E mi fu subito chiaro che gli italiani la pensavano esattamente come me». L'intervento del chirurgo e politico

Ci sono voluti dodici anni, tre legislature, un percorso lungo e tortuoso ma alla fine anche l’Italia ha una legge sul fine vita. Da oggi ognuno di noi può indicare quali terapie intende accettare o non accettare se arriverà un momento in cui non sarà più nelle condizioni di decidere e di esprimersi. Da oggi ognuno è libero di scegliere, esercitando, attraverso il testamento biologico, un diritto inviolabile della persona, sancito dalla Costituzione. Un diritto che vincola i medici al rispetto delle volontà di ogni paziente e, allo stesso tempo, garantisce loro la tranquillità necessaria per operare secondo le regole della deontologia professionale ma anche secondo le regole dello Stato.

La legge approvata oggi al Senato non è perfetta, se non altro perché non mette a disposizione le risorse economiche affinché il provvedimento possa essere applicato, ma rappresenta in ogni caso un momento importante per la nostra democrazia.

Nel 2006, appena rientrato in Italia dopo molti anni passati negli Stati Uniti, scelsi come primo atto da senatore eletto di scrivere una legge proprio sul testamento biologico. Non riuscivo a capire come il mio Paese potesse avere un enorme ritardo su una materia che in molte altre democrazie era una realtà consolidata da tempo. E nel percorso a ostacoli per tentare di fare approvare quella legge mi fu subito chiaro che gli italiani la pensavano esattamente come me.

Nel 2017 non è cambiato poi molto nel pensiero degli italiani che, allora come oggi, si sono sempre dichiarati favorevoli alla libertà di scelta nelle terapie e interessati ad avere uno strumento, il testamento biologico, che garantisse il rispetto delle volontà di ognuno, in ogni momento.

Quello che invece è cambiato in dodici anni, e che ha permesso di arrivare all’approvazione della legge, sono state le sentenze della magistratura che, come spesso accade, si è sostituita al legislatore rendendo possibile ciò che la legge vieta.

C’è stato anche un cambiamento nell’atteggiamento della Chiesa se pensiamo che un mese fa Papa Francesco ha dichiarato “moralmente lecito rinunciare all'applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli, quando il loro impiego non corrisponde a quel criterio etico e umanistico definito proporzionalità delle cure”. Ci sono stati tanti amministratori locali che, nei loro comuni o regioni, hanno istituito i registri del testamento biologico, ci sono state tantissime associazioni impegnate nell’informare e sensibilizzare. E non dimentichiamo le battaglie condotte in questi lunghi anni da tante persone che hanno contribuito, con la loro testimonianza, ad interrogare le nostre coscienze e a fare emergere in modo plateale le conseguenze del vuoto legislativo.

Un impegno incredibile di tanti che hanno lottato per un diritto e per far fare un passo avanti all’Italia, primo fra tutti Beppino Englaro che va ringraziato per il suo contributo determinante a favore del testamento biologico, grazie alla sua personale battaglia civile in nome della sua adorata figlia Eluana.

Alla fine la politica si è adattata, con i suoi tempi biblici, con la sua scarsa attenzione alla vita reale e alle sofferenze delle persone, con le sue discussioni infinite e i compromessi sempre giustificati. Ma oggi non è il giorno della polemica, perché hanno vinto la libertà e la dignità delle persone. Oggi è il giorno che premia tanti sforzi fatti.

Da domani di nuovo al lavoro, per fare sì che la legge trovi presto applicazione, risorse economiche e impegno. Penso soprattutto a medici e infermieri che, con umanità e responsabilità professionale ogni giorno assistono gli ammalati e da domani avranno anche il dovere di rispettare il loro testamento biologico.

Articolo originale su Espresso

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Sat, 30 Jun 2018 00:00:00 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/444/1/biotestamento-ignazio-marino-una-vittoria-per-la-liberta-e-la-dignita-delle-persone info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)
Ignazio Marino: «Il mercato nero dei trapianti si può mettere all’angolo salvando molte vite» https://www.profignaziomarino.com/mc/443/1/ignazio-marino-il-mercato-nero-dei-trapianti-si-puo-mettere-all-angolo-salvando-molte-vite

E’ possibile creare un mercato internazionale degli organi che salvi migliaia di vite umane e sia eticamente sostenibile? Si può aumentare il numero di trapianti mettendo all’angolo il mercato nero che sfrutta gli ultimi della terra? E’ una domanda che resterà a lungo senza risposta, ma che a Trento, nel corso del Festival dell’Economia, ha dato vita a un lungo dibattito cui hanno partecipato l’ex sindaco di Roma, Ignazio Marino, in veste di chirurgo esperto di trapianti, e il premio Nobel per l’economia Alvin Roth: “Lo inseguivamo da anni – ha ricordato Tito Boeri – ben prima che nel 2012 si aggiudicasse il Nobel, perché la sua carriera scientifica è una lezione sul metodo degli economisti. Spesso percepiti come persone che lavorano su modelli matematici, che fanno cose estremamente complicate e poco utili. Roth con la sue ricerche e sperimentazioni ha invece dimostrato come con i modelli matematici si possano affrontare problemi concreti e salvare molte vite umane”.

Il punto di partenza è piuttosto semplice: tra Stati Uniti ed Europa ci sono 200mila persone in attesa di trapianto di rene (9mila in Italia), ma solo il 15% dei pazienti riuscirà a essere operato entro un anno. “Il primo trapianto di successo risale al 1954: non dobbiamo dimenticare che siamo di fronte a una disciplina giovane e anche per questo il tema della donazione resta molto delicato” spiega Marino che poi aggiunge: “Ogni trapianto farebbe risparmiare al sistema sanitario o alle assicurazioni 800mila dollari in dieci anni”. Un paziente in dialisi – spiega l’ex sindaco di Roma – costa circa 100mila dollari l’anno con un’aspettativa di vita di circa 10 anni (“anche se per fortuna il dato si sta allungando”), mentre un trapianto costa come un anno di dialisi a cui si aggiungono 10-15mila dollari l’anno di spese mediche: 200mila dollari in 10 anni. Il paradosso è servito: se parlare di donazioni a pagamento è quanto meno rischioso, creare un mercato virtuoso permetterebbe di salvare vite umane riducendo in modo importante i costi per lo Stato. “Sappiamo che molti purtroppo moriranno in attesa del trapianto e allo stesso tempo – prosegue Marino – siamo consapevoli dell’esistenza di un mercato criminale dove broker spregiudicati comprano organi da persone molto povere per venderli ai ricchi malati. Un circolo vizioso e pericoloso”.

“Eppure – ha detto Roth – il rene è un organo speciale, perché può essere donato da una persona in vita”. E su questa base l’economista americano, esperto della teoria dei giochi ha creato un modello matematico che punta a incrociare domanda e offerta da donatori viventi: “A Toledo, nello stato dell’Ohio – ricorda Roth – abbiamo ospitato per la prima volta nel 2007 una coppia filippina che non poteva permettersi il trapianto nel proprio Paese. L’intervento è stato possibile grazie ad un organo donato da un americano, mentre la moglie del paziente filippino ha donato a sua volta un rene non al marito, che non era compatibile, ma ad un altro paziente americano, il cui parente l’ha donato ad un paziente messicano e così via. Abbiamo avviato una catena per quel gruppo sanguigno che ha già interessato 11 coppie, salvando delle vite umane”.

 

“Sono quelli che chiamiamo donatori samaritani, ma l’esperimento condotto da Roth – dice il chirurgo genovese – ha dimostrato di essere sostenibile anche dal punto di vista economico”. Il nodo da sciogliere è dunque quello dell’incentivazione dei donatori per superare il limite della compatibilità: “Volendo donare un rene a un amico e trovandosi incompatibili, può accadere che dall’altra parte del pianeta ci sia una persona compatibile che ha bisogno. Se riuscissimo ad aiutare questo scambio otterremmo risultati enormi”. Tra le ipotesi sul piatto Marino spiega che in alcuni Paesi, come gli Usa o la Gran Bretagna, ci si interroga sul ruolo degli incentivi e non si esclude che lo Stato possa coprire le spese per il funerale in cambio della donazione di un organo, “oppure come accade in Israele si potrebbe garantire una corsia preferenziale ai malati in attesa di trapianto che precedentemente si sono dichiarati donatori. Il vero nodo, però, resta etico: è giusto dare incentivi per un organo? Va fatto in un modo che non si lasci spazio al mercato nero. Quello che ci ha mostrato Roth è un sistema trasparente e può togliere ossigeno ai trafficanti”.

 

Articolo originale su Business Insider Italia

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Thu, 23 Jul 2015 00:00:00 +0000 https://www.profignaziomarino.com/mc/443/1/ignazio-marino-il-mercato-nero-dei-trapianti-si-puo-mettere-all-angolo-salvando-molte-vite info@profignaziomarino.it (Ignazio Marino Prof)